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La grande
amnesia

· ​Stati Uniti e migranti ·

Una grande amnesia: così l’arcivescovo di Newark, cardinale Joseph William Tobin, descrive quanto sta accadendo negli Stati Uniti in merito al grande tema dell’immigrazione. Una specie di rimozione di massa, spiega il porporato, che sta facendo perdere al grande paese americano anche la sua identità più profonda. Un processo indotto con «immagini false e spaventose» per far sì che «questa grande nazione giunga a negare le sue radici». Chi ne possa essere l’artefice è abbastanza chiaro. Il presidente Trump la settimana scorsa ha espresso parole pesanti come pietre. Illustrando le motivazioni che hanno indotto la Casa Bianca a usare lo strumento dello shutdown per indurre il Congresso a finanziare il muro con il Messico, ha ricordato ai suoi concittadini che il confine meridionale è la porta attraverso la quale entrano droga e violenza, ovviamente importate dai migranti. Un effluvio tossico in grado di produrre nel territorio degli Stati Uniti più morti che in «tutta la guerra del Vietnam». Argomento potente. Soprattutto in una nazione dove le ricadute sociali del conflitto asiatico e la mortificazione per il suo esito imprevedibile sono una ferita ancora non del tutto rimarginata.

Di fronte a questo scenario, un solido muro divisorio, più che un’ipotesi di lavoro, diventa una necessità vitale. È in fondo, quello di Trump, un appello al diritto alla legittima difesa; il presupposto non negoziabile su cui si fonda tutto il mercato privato della vendita delle armi. Un forte simbolo identitario.

Ancora il cardinale Tobin: «Ho ascoltato con profonda delusione le parole disumane usate per descrivere i nostri fratelli e sorelle immigrati. Questi uomini, donne e bambini non sono né numeri né statistiche criminali, ma persone in carne e ossa con le loro proprie esperienze e storie. La maggior parte di loro fugge dalla miseria umana e dalla violenza brutale che minaccia la loro vita. Coloro che raggiungono i nostri confini in cerca di asilo o sfuggono a una terribile povertà non sono numeri in un dibattito politico, ma sono stranieri e prossimo che le nostre Scritture ci chiedono costantemente di accogliere. Come pastore del popolo di Dio nel nord del New Jersey, chiedo a tutti i nostri leader legislativi di unirsi per il bene comune. Che lavorino, nonostante le differenze, per il bene di tutti». Anche perché, ha spiegato il vescovo di Austin, Joe Steve Vásquez, presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale, «i confini sicuri e il trattare umanamente quanti fuggono dalla persecuzione e cercano una vita migliore non si escludono a vicenda. Gli Stati Uniti possono garantire entrambi, e devono farlo senza incutere paura o seminare odio».

di Marco Bellizi

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21 luglio 2019

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