Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

A scuola dalle donne

· Quinta e sesta meditazione durante il ritiro spirituale ad Ariccia ·

A scuola dalle donne: ecco la proposta suggerita da don José Tolentino de Mendonça mercoledì mattina, 21 febbraio, durante gli esercizi spirituali che sta predicando a Papa Francesco e alla Curia romana nella casa Divin Maestro ad Ariccia.

«Il Vangelo di Luca è quello che maggiormente custodisce la memoria delle donne» ha fatto notare il sacerdote nella sesta meditazione. E «questo corteo femminile di figure che attraversa il Vangelo potrà naturalmente essere osservato in maniere diverse, ma una cosa è certa; non possiamo ignorarlo». Soprattutto «dobbiamo domandarci se non siamo noi a costruire certe invisibilità storiche, che sono il risultato di un occultamento più che di una reale assenza: le donne non sono assenti dai Vangeli, è un dato di fatto. Occorre però che impariamo ad apprezzarne meglio la presenza».

Julia Stankova «L’unzione»

«In queste donne, così diverse per età, condizioni esistenziali, economiche e anche morali — ha affermato — possiamo cogliere uno stile singolare di ricerca di Gesù e di discepolato genuino: il mondo delle donne e il loro modo di agire ci evangelizzano e lo fanno con un linguaggio loro, con una grammatica vitale, con una sete che avremmo tutto da guadagnarci ad ascoltare non fosse altro perché continua a essere il modo di esprimersi dei periferici, dei semplici, degli ultimi».

«Le donne del Vangelo si esprimono preferibilmente con i gesti — ha fatto presente — e la loro fede è il contrario dell’astrazione: s’impegnano nella dedizione del servizio nascosto più che nella preoccupazione di contendersi la leadership o di stare sempre un passo avanti». Luca, ha fatto notare il predicatore, «scrive che le donne erano con Gesù esattamente come i dodici: facevano del suo destino il proprio destino». Ma in più «servivano: nella grammatica di Gesù non c’è verbo più nobile né più religioso», tanto che «dalla loro bocca non escono domande o commentari» proprio perché «rappresentano una posizione profondamente evangelica». E così le donne «sono estranee alle domande che tentano di intrappolare Gesù; anzi, una sola volta Luca racconta che dal cuore della folla uscì il grido irresistibile e chiarificatore di una donna anonima: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti allattato”».

È un fatto che, ha affermato don José Tolentino de Mendonça, «abitualmente sulle piazze la voce delle donne non si fa udire o la si percepisce tremula; ma quel grido solo una donna poteva emetterlo perché parla di gestazione e crescita». Insomma, «con le donne c’è un flusso di realtà che interviene a modellare la fede» e non la rende «prigioniera, come invece spesso avviene alla nostra, del razionalismo, della dottrina vissuta meccanicamente, del rito».

«Curiosamente — ha rilevato il sacerdote — uno degli elementi che collega i personaggi femminili in Luca sono le lacrime». E le lacrime «dicono che Dio s’incarna nelle nostre vite, nei nostri fallimenti, nei nostri incontri: anche Cristo piange e si carica della nostra condizione». Ecco che «le donne dei Vangeli concedono diritto di cittadinanza alle lacrime, mostrando quanto grande sia l’importanza di questo segno: ci spiegano il sacramento della sete». E, del resto, «anche il pianto di un neonato è già sete di relazione».

È poi «interessante come molti santi, tra cui Ignazio di Loyola e Francesco d’Assisi, piangessero copiosamente». Il sacerdote ha anche fatto riferimento alla «psicoanalista Julia Kristeva, non credente, che diceva che quando un paziente depresso arrivava a piangere sul divano, accadeva una cosa molto importante: stava cominciando a prendere le distanze dalla tentazione del suicidio perché le lacrime non narrano il desiderio di morire ma “la nostra sete di vita”».

Dunque «la nostra biografia può essere raccontata anche attraverso le lacrime: Dio le conosce tutte e le accoglie come una preghiera» ha aggiunto il predicatore, ricordando che per Gregorio Nazianzeno «le lacrime sono in un certo senso un quinto battesimo». Mentre «Nelson Mandela, in prigione, si ritrovò gli occhi così rovinati che perdette la capacità di versare le lacrime ma non la sete di giustizia».

L’immagine più forte che don Tolentino de Mendonça ha rilanciato è quella della «donna innominata, la discepola di Gesù in pectore» che Luca racconta al capitolo 7, versetti 36-50: «entra ed esce in silenzio dalla casa del fariseo che ospita Gesù» e non solo ci richiama la forza della «religiosità popolare» ma «con Gesù ci invita a vedere nuovo, passando per un cammino inusitato e sconcertante».

«La sete di Gesù» è stato invece il filo conduttore della quinta meditazione, proposta martedì pomeriggio. Proprio «la sete di Gesù, quella corporale nell’ora del Calvario, prova della sua incarnazione e segno del realismo della sua morte, e quella simbolica e spirituale è la vitale chiave di accesso — ha affermato don Tolentino de Mendonça — per cogliere il senso profondo della sua vita e della sua morte».

Anche in questa meditazione si ha a che fare con una donna: nell’incontro con la samaritana, infatti, «Gesù chiede da bere ma è lui che darà da bere». E «quella sete non è solo fisica ma anche spirituale: la sete di Gesù è sempre, anche sul Calvario, di consegnare lo spirito, di trasmetterlo, di comunicarlo». E questo «parla anche della nostra sete, una sete esistenziale che si placa facendo convergere la nostra vita verso la sua». Insomma per noi «avere sete è avere sete di lui».

«La sete di Gesù permette dunque — ha spiegato il predicatore — di comprendere la sete che alberga nel cuore umano e di disporci a servirla, rispondendo alla sete di Dio, alla carenza di senso e di verità, al desiderio che sussiste in ogni essere umano di essere salvato, anche se è un desiderio occulto o sepolto sotto i detriti esistenziali». Ce lo ricordano bene, ha concluso, madre Teresa e Jean Vanier: «La sete di Gesù è sete d’amore per le persone prese così come sono, con le loro povertà e ferite, maschere e meccanismi di difesa, e con tutta la loro bellezza». E anche con la certezza che «lo Spirito Santo è il grande protagonista e la forza motrice della storia della Chiesa e di ogni cristiano» e «ci dice che il cristianesimo è anche presente e futuro».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE