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La giusta
distinzione

· Nota dei vescovi svizzeri sul “matrimonio civile per tutti” ·

Nessuno possiede un “diritto al figlio”, mentre esistono dei “diritti del bambino”: lo ricorda la Conferenza episcopale svizzera in merito alla bozza, all’esame del Parlamento, che prevede il “matrimonio civile per tutti”, esteso quindi alle coppie dello stesso sesso. I vescovi cattolici, sottolineando che il loro ambito di competenza si limita al matrimonio sacramentale, si astengono dal pronunciarsi sul merito del provvedimento. Non possono però non manifestare la loro preoccupazione su aspetti che riguardano l’interesse superiore dei figli e il loro bene: in tal senso si oppongono «in modo generale alla possibilità di accedere alla procreazione medicalmente assistita per le coppie dello stesso sesso, soprattutto in virtù del diritto del bambino di conoscere la propria ascendenza genetica». Il rischio, infatti, è che si apra alla maternità surrogata, «vietata giustamente in Svizzera per proteggere la madre e il figlio».

L’episcopato ha espresso la sua presa di posizione in un comunicato nel quale ringrazia la Commissione degli affari giuridici del Consiglio nazionale (il principale ramo del Parlamento) per aver avviato nelle settimane scorse la procedura di consultazione, che prevede l’invio di pareri in formato elettronico a un preciso indirizzo amministrativo. La procedura, condotta dai servizi parlamentari con l’assistenza dell’Ufficio federale di giustizia, è terminata il 21 giugno.

Se è vero — scrivono i presuli — che il principale intento del “matrimonio civile per tutti” è quello di sradicare ogni forma di discriminazione, riformulando in maniera non sessista le disposizioni del codice civile che disciplinano il matrimonio, è altrettanto vero che esiste una distinzione tra discriminazione e differenziazione: «In una società che tende alla standardizzazione e all’egalitarismo, la differenziazione può essere il mezzo efficace per arrivare all’uguaglianza e far riconoscere le particolarità e i diritti di ciascuno. Pretendere di regolare i problemi di discriminazione ignorando le differenze fra le persone può essere una scelta ideologica pericolosa, mentre la considerazione della diversità appare più opportuna per vivere queste differenze nell’uguaglianza».

Una volta approvato il “matrimonio civile per tutti”, l’unione domestica registrata (o partenariato registrato) — creata per garantire il riconoscimento giuridico della relazione di coppie omosessuali — non potrà più essere contratta. Le coppie registratesi prima della presente revisione avranno tuttavia la possibilità di continuare a restare vincolate da tale istituto o di convertirlo in matrimonio con una procedura semplice. Il progetto prevede inoltre adeguamenti alle disposizioni del diritto internazionale privato poiché il matrimonio celebrato all’estero da una coppia omosessuale è riconosciuto in Svizzera quale unione domestica registrata. Anche su questo aspetto la Conferenza episcopale nutre dei dubbi: «Le difficoltà attuali provengono dalle modalità della legge sul partenariato registrato, entrata in vigore nel 2007. Sarebbe più giusto proporre adattamenti del diritto, al fine di evitare ingiuste discriminazioni. Ciò che è “stigmatizzante” non è rifiutare il matrimonio per tutti ma il partenariato registrato che si informa sull’orientamento sessuale».

Per i vescovi, dunque, esistono «difficoltà amministrative, giuridiche ed etiche» alla realizzazione del progetto e raccomandano al Consiglio nazionale di tenere conto di tutte le conseguenze in nuce. Una materia così delicata dovrebbe passare attraverso una consultazione popolare e dei singoli cantoni, poiché, osservano, non potrebbe realizzarsi senza modificare l’articolo 14 della Costituzione («Il diritto al matrimonio e alla famiglia è garantito»). I presuli elvetici incoraggiano il Parlamento a trovare una soluzione che consideri «le giustificate richieste» delle persone “Lgbt+” per riconoscere la loro uguaglianza riguardo diritti civili e prestazioni sociali e concludono ribadendo la stringente necessità di mantenere «una benefica differenziazione per tutti, prevedendo allo stesso tempo la considerazione delle diversità e il rispetto dei diritti del bambino».

di Giovanni Zavatta

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14 dicembre 2019

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