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La gioia per le disgrazie altrui

· In uno studio di Tiffany Watt Smith ·

Quando una folata di vento scompiglia il riporto del signore che cammina davanti a noi, quando un automobilista prepotente viene fermato dalla Polizia, quando qualcuno ti spintona per entrare in metropolitana e invece gli si chiudono le porte del treno davanti, dovremmo dispiacerci e invece si insinua in noi quella piccola soddisfazione, di cui le persone perbene si vergognano, ma così comune tra gli umani: la gioia per le disgrazie altrui, o come l’hanno battezzata i tedeschi la Schadenfreude, Schaden (danno) e Freude (piacere) ovvero il “piacere del danno”.

Tutti l’abbiamo provata e ci capita di provarla ogni giorno. Spesso per giustificarci la travestiamo da giustizia divina, come quando all’odioso vicino di casa si rompe il sacco della spazzatura, oppure da vendetta del karma, quando l’universo sembra punire chi lo merita. È spesso solo il sollievo di non essere quella persona che sta facendo una figuraccia, la gioia di vedere che nessuno è perfetto, la gratitudine di trovarsi in disparte. Un sentimento basso, ma non troppo, un’emozione bizzarra che Nietzsche definì «la vendetta dell’impotente» e Schopenhauer «l’indizio di un cuore profondamente cattivo».

Ad esaminare cos’è la Schadenfreude si è applicata Tiffany Watt Smith, storica culturale già autrice dell’Atlante delle emozioni umane e docente presso la Queen Mary University di Londra. Il suo libro Schadenfreude, la gioia per le disgrazie altrui, uscito per i tipi della Utet (Milano, 2019, pagine 193, euro 14), esamina questo fenomeno così diffuso per arrivare a rispondere alla domanda: dobbiamo vergognarcene o no?

Watt Smith è partita dal constatare come quasi tutte le lingue hanno un termine per definire la Schadenfreude, i francesi la definiscono joie maligne, per i danesi è skadefryd, per gli olandesi è leedvermaak, in ebraico si dice simcha laed, i giapponesi hanno un modo di dire che significa «la sfortuna degli altri è dolce come il miele». Gli antichi romani usavano il concetto di malevolentia mentre i greci si affidavano alla parola epichairekakia, da epi, «sopra», chairein «gioire», kakia, «disgrazia». In Inghilterra poi, sostiene l’autrice, «godere delle disavventure e delle miserie degli altri fa parte della cultura nazionale come il tè delle cinque e le conversazioni sul meteo». Non a caso il signor Bennet nel romanzo considerato la quintessenza dello spirito inglese Orgoglio e pregiudizio recita: «Per cosa viviamo se non per far ridere i nostri vicini e ridere di loro a nostra volta?».

Dunque anche se i moralisti hanno sempre disprezzato la Schadenfreude, come tratto peggiore della natura umana, ce ne vergogniamo ma difficilmente riusciamo a fare a meno di quel sollievo che proviamo quando riceviamo brutte notizie su amici o conoscenti di solito fastidiosamente baciati dal successo. E mentre un tempo, sottolinea Watt Smith, «questo sottile piacere veniva occultato o comunicato tramite fugaci risatine in una situazione conviviale, oggi resta impresso per sempre nei like e nelle condivisioni della sfera digitale». Tanto che ormai la brama di Schadenfreude è stata accusata di aver contribuito agli sconvolgimenti politici negli Usa come in Europa e di aver trainato il consumo vorace di fake news.

Lo scopo dello studio di Tiffany Watt Smith non è però quello di portare a vergognarci o a sentirci in colpa della nostra sottile gioia delle disgrazie altrui ma di aiutarci a conoscerci meglio. E per questo ci ricorda che quasi sempre nel momento in cui avvertiamo un pizzico di piacere per la sfortuna che colpisce qualcuno vicino a noi proviamo anche genuina preoccupazione ed empatia, «una capacità straordinaria — sottolinea l’autrice — che abbiamo in quanto esseri umani, un livello di flessibilità emotiva che è molto più interessante della rigidità morale e anche più veritiera». Inoltre, dice Watt Smith, «prendere nota della Schadenfreude e capire perché ci procura tutta questa deliziosa soddisfazione può aiutare ad affrontare sentimenti più scomodi e difficili che si nascondono al di sotto». Dunque la Schadenfreude può apparire maliziosa ma vista da vicino «fa emergere uno scenario emotivo — spiega la studiosa — molto più stratificato e complesso». «Quando veniamo al corrente della sfortuna di qualcuno, si fa strada la consapevolezza che non siamo soli nelle nostre delusioni, ma — aggiunge — facciamo parte di una banda di perdenti». Per questo, secondo l’autrice, la Schadenfreude è sicuramente un difetto ma forse non è esagerato considerarla una salvezza.

di Anna Lisa Antonucci

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20 ottobre 2019

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