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La gioia
e la gratitudine
di esistere

· In Miguel Benasayag ·

Un respiro. Questo libro, Funzionare o esistere? di Miguel Benasayag (Milano, Vita e Pensiero, 2019, pagine 104, euro 13) denso, difficile, ammaliante, è liberante per chi si sente fragile e pieno di dubbi, perché il mondo del “funzionare” lo identifica come perdente. Per “funzionare”, però, smettiamo di esistere, di vivere una vita vera.

E Miguel Benasayag l’ha afferrata con forza e coraggio, la vita, in tutte le situazioni che gli ha proposto (non imposto: dipende da noi vivacchiare o vivere). Il filosofo, lo psicanalista, il militante per i diritti e la giustizia, non è uno dei tanti intellò francesi uscito da scuole di alti studi e destinato a regolamentare, “modellizzare” il paese, i suoi cittadini. Benasayag ha vissuto la dittatura argentina, ha aderito alla resistenza con l’incoscienza e la foga dei vent’anni, senza mai farsi disumanizzare dalle ideologie e dalla violenza.

È stato in carcere per lunghi anni, torturato, ha visto uccidere la propria amata, liberato solo “grazie” all’assassinio di due sacerdoti francesi e dato in cambio, grazie al passaporto francese di eredità materna, vivo dunque per la morte altrui. Chi ha vissuto in gabbia intuisce al volo le gabbie di questo tempo oscuro, impaurito, dove non siamo più persone, neppure individui, ma “profili”, da modellizzare in algoritmi, per studi statistici. Dove ci affanniamo per non perdere tempo, per limitare quell’angoscia esistenziale «che però è proprio ciò che ci fa sentire vivi». Ci affanniamo per non avere corpi appesantiti e limitanti, che ci rendono meno performanti. Via gli anziani, via la morte, via le differenze. Ogni ricchezza che non si può contabilizzare va frenata, bandita. La tecnica ci dice che tutto è possibile, ma fino a che punto? Tocca accettare la sfida, di utilizzare la tecnica, senza perdere la nostra unità e irriducibilità. Benasayag cita più volte l’amata poesia di Machado: «viandante, sono le tue impronte il cammino... il cammino si fa andando». Ovvero, non siamo definiti, neppure dalle mète che sembriamo liberamente rincorrere, e che forse ci sono imposte; siamo in divenire, la nostra vita non è un curriculum vitae da valutare con un timbro, che la marchi per sempre. La nostra vita non è l’ansia per desiderare ciò che troviamo, anziché nel trovare ciò che desideriamo. Ci vuol coraggio, per non cedere alla spersonalizzazione, per non diventare ingranaggi utili, quando invece siamo passioni inutili, grazie a Dio, ma è proprio questa apparente inutilità che ci libera dal potere: che non è fuori di noi, attenzione, non è il dominio di un grande fratello onnisciente.

Siam noi a esiliare l’immaginario, la fragilità, a spingere sull’accelerazione del tempo. Non perché si debba andare al minimo, accontentarsi, anzi: il tempo è un contenitore che riempiamo noi, di significato, di bellezza, attimo dopo attimo. È la dilatazione del presente e non si può “perdere”, semmai riempire in modo diverso. Tocca lottare per non deprimersi nella considerazione che non siamo come dovremmo essere. Lottare per sé e per i nostri figli: Benasayag cura i ragazzi, e conosce bene nonostante la retorica sui giovani il terrorismo antigiovanile che schiaccia i giovani in nome del loro futuro, della corsa verso una presunta felicità che non arriva mai. Lo straordinario non bussa alla porta, è il nostro sguardo che rende straordinario l’ordinario. È consolante che quest’opera di un laico, non credente, sia stata assunta e tradotta proprio da un marchio editoriale cattolico d’eccellenza, Vita e Pensiero: chissà se lo sa, Miguel Benasayag, che al centro delle sue riflessioni, ripulito dalle scorie del passato e dagli errori della storia, riporta in auge l’umanesimo cristiano.

di Monica Mondo

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08 dicembre 2019

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