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La gioia e la fatica
del tradurre

· Il linguaggio della mistica in Angela da Foligno ·

Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo Tradurre l’indicibile. Il Liber di Angela da Foligno nelle doglie della parola pubblicato all’interno del volume miscellaneo Il libro di Angela da Foligno e le sue traduzioni, a cura di Alessandra Bartolomei Romagnoli e Massimo Vedova (Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo, 2019, pagine XX-182, euro 25)

Una scena del dramma teatrale «Io sono non amore» dedicato ad Angela da Foligno

Tradurre è atto d’amore. Avviene indipendentemente dalla materia d’origine, che non sempre è uno scritto o un parlato. Può essere una vergine madre nel canto di un profeta o di un poeta, una vergine delle rocce nel pennello di un pittore, la guerra e la pace nella narrazione di uno scrittore, un discobolo nello scalpello di uno scultore, una siepe con il suo aldilà in un sognato naufragio, un brano di Vangelo nella svolta della vita dei santi, una visione nel balbettare o nello stesso apofatismo dei mistici. Tradurre è mediazione tra la sorgente e la foce. Chi potrebbe avventurarsi in questo scoscendimento tra scogli e sinuosità, se non chi ama il rischio, o forse il pericolo, con il suo accecante richiamo all’incanto segreto della sorgente e all’ampio abbraccio della foce? E, si sa, la mediazione è terapeutica a fronte delle patologie devastanti della dissociazione. Sgorgare dalla sorgente sino alla foce dice unità tra due estremi contigui, se pure esposti alla meraviglia di un movimento mai ristagnante. Tradurre è fluente fedeltà alla fonte in tensione all’appagamento dell’approdo. Non avviene un distacco dalla fonte nel momento di condurre l’onda a un porto nuovo che l’attende.

Se il fiume di parole approdato su pergamena, per l’instancabile graffio dello stilo, si riversa ancora sulla chiara faccia di fogli e fogli, si celebra la festa del tradurre in amore e sudore. Lo hanno già sperimentato quegli stessi poeti e profeti, scrittori e pittori e scultori, e più ancora tutti i mistici, che spesso rinunciano al dire, alla mediazione, al tradurre, per gli altri, parole intercluse, negate all’approdo.

«Nella quaresima passata impercettibilmente mi trovai tutta dentro Dio, in un modo maggiore di quanto mi fosse stato mai abituale. Infatti mi sembrava di essere in mezzo alla Trinità, in un modo maggiore del mio solito, in quanto ricevevo beni maggiori del mio solito, poi perché restavo negli stessi beni in modo continuo. E nell’essere in Dio in questo modo ero piena di letizia e di delizie. Quindi, sentendomi in quei beni e in quei godimenti grandissimi e inenarrabili, che superano completamente tutti quelli che avessi mai sperimentato prima, avvenivano nell’anima operazioni divine talmente ineffabili che nessun santo né angelo potrebbe narrare o spiegare. Quindi vedo e capisco che nessun angelo e nessuna creatura è tanto grande e capace da poter contenere quelle operazioni divine, quel profondissimo abisso; e se ora io dico tutte queste cose, è un dirle così male, che è bestemmiarle».

Avvolto nell’onda abissale dell’amore divino, l’amore di Angela da Foligno affonda in un riflusso di beni, in letizia e delizie, ma resta ineffabile, come un verbo impronunciato. Eppure anche l’ineffabile ha la sua lingua. Il suo è un messaggio percepibile. La sua voce priva di parole arrischiate in balbettamenti o addirittura bestemmie non sfugge, penetra nelle giunture dell’anima. La parentela tra l’ineffabile e la parola è gemella a quella tra il mistero e la fede. Inesprimibile e reale, sollecita l’abbraccio dell’amore e a volte il martirio della vita (...) Sorprende l’assenza del lemma mysterium nel Memoriale di Angela, a favore di parole esperienziali che, lasciando il marchio nell’anima, la feriscono in stigmate e feriscono la conoscenza, assoggettandola allo strapotere della ineffabilità, con assunzione appagante dell’apofatico e dell’esicasmo.

La temerarietà non è estranea all’amore in chi traduce da una lingua a un’altra, perennemente esponendosi alla pubblica accusa di alto tradimento. Eppure non si sottrae al rischio di amare alla corte di sua maestà la parola, pur balbettandola o, con lesa maestà, biascicandola. Il temerario che è in me che cosa ha fatto? Per amore di amicizia ha scelto il Liber di Angela tra i milioni di libri che popolano questo mondo.

Per amore della parola nel codice unico ha voluto tradurla per amore dei suoi simili. La lingua era il latino, il latino degli scogli da dove sprizza acqua sorgiva, pura ma ancora ruvida di sabbia e ciottoli, ancora timida, prima di abbandonarsi alla foga delle cascate o alla incredibilis lenitas del placido fluire verso la foce. Rimase racchiusa in un codice “coperto” per precauzioni spiritualistiche o forse, ora diciamolo, anche per la sua ostica veste linguistica. Per tradurre le aggrovigliate «parole dell’estasi » fu necessaria una trascrizione del codice unico 342 di Assisi, con punteggiatura e divisione in capitoli e segnalazione numerica dei versetti. Nell’individuazione della grafica si fece ricorso al rilevamento dei fenomeni elementari dell’attività amanuense, quali sono le omissioni, le addizioni, la dittografia, l’aplografia, l’omoteleuto, l’omoarto, la metatesi consonantica o sillabica. Alla traduzione italiana non ha dato, volutamente, un carattere erudito, forbito per eleganza discorsiva o lessicale; la versione non è stata né letteraria né letterale, ma rispettosa della venatura originaria, perché riportasse echi della nativa espressività. Un solo esempio illustra bene questi intenti. Poiché nell’esperienza e nella linguistica estatica di Angela la sua cifra rivelatoria è la totalità, la denominazione qualificativa di Dio, Omne Bonum, fu tradotta con «Il Tutto del Bene». (...) Sebbene nel Memoriale non ricorra il lemma silentium, l’indicibilità lo suppone. Ma per Angela tacere è una gran pena, una pena tacere l’ineffabilità. A lei la parola sta a cuore nel seno che la genera. (...) Quando le parole dell’estasi scendono ad abitare in lei, rimanendo in gestazione, si rivalgono sulla oralità verbale fino al momento della loro irruzione nello stato ad esse congeniale, che è quello della ineffabilità eloquente e creativa: «E quantunque siano tutte cose inenarrabili, tuttavia portano letizia. Ma quello, quando si vede Dio in tenebra, non porta il riso alle labbra né la devozione né il fervore o l’amore fervoroso, poiché il corpo o l’anima non trema né si muove come ormai da sempre si muove. Ma niente vede e vede tutto e il corpo dorme e si arresta la lingua».

E così sperimenta il silenzio come assenza di parole, preparatoria della traduzione della parola. Angela, pur affermando l’ineffabilità, ha riempito un libro.

È stata ed è un’opera di traduzione la sua, con la quale, a suo modo, dice l’indicibile, narra l’inenarrabile.

di Fortunato Frezza

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20 ottobre 2019

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