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​La gioia di essere una beghina

· ​Un ricordo di Romana Guarnieri ·

«D’altra parte, mi pare di averti sempre ripetuto che la vita spirituale, così religiosa che intellettuale, soltanto nei manuali e per gli sciocchi è una cosa tutta pace, rettilinea, calma eccetera; in verità, nella verità cioè dell’intelligenza, della volontà e della carne, è uno zig-zag tormentoso: quel che è necessario — scriveva Giuseppe De Luca a Romana Guarnieri nel 1941 — non è vedere se si sta sempre più in alto, ma se la linea spezzata e segmentata in complesso s’innalza».

E così ci appare la storia della vita solare e inquieta della Guarnieri che ha lasciato un contributo profondo e originale alla cultura italiana e in particolare alla storia della spiritualità, prima come editrice di testi inediti come lo Specchio delle anime semplici di Margherita Porete e poi come ideatrice, insieme a De Luca, e in seguito direttrice dell’Archivio italiano per la storia della pietà.

Di padre italiano, cattolico, e di madre olandese, non battezzata e di tradizione calvinista, Romana Guarnieri (1913-2004) per chi l’ha conosciuta direttamente è stata l’incarnazione di un modello di donna moderna, inquieta e rigorosa con se stessa, che ha cercato per tentativi continui un suo posto originale nella comunità degli storici, degli intellettuali e nella Chiesa, come donna e come credente, vivendo la strada dell’erudizione e della ricerca storica come una vocazione e una forma di apostolato.

Nata a L’Aja nel 1913 da un padre docente di letteratura italiana ad Amsterdam che fu amico dei futuristi, di Papini e Prezzolini coi quali fondò la Società Filosofica, si trasferisce a Roma con la madre dopo il divorzio, frequenta il liceo Visconti e si laurea in lingue e letteratura tedesca.

Nel 1938 a Roma conosce Giuseppe De Luca, lui ha quarant’anni, lei venticinque. Inizia così una “singolare amicizia” (come si intitola il libro di Romana che la racconta) che la segnerà per sempre e che coincide con la riscoperta della fede e dell’erudizione storica come vocazione.

Le lettere che si scambiano per anni diventano una sorta di confessioni agostiniane in cui la descrizione della giovanile “trama della sensualità” si intreccia con la scoperta di una fede profonda e tormentata.

La Romana Guarnieri che negli anni Trenta e Quaranta va in giro da sola con una motocicletta e intrattiene con un prete di rigorosa formazione tridentina una di quelle “amicizie profane” — come direbbe Harold Brodkey — che ci ha lasciato uno dei carteggi più belli del Novecento, tracciando un percorso spirituale, intellettuale e umano originale e irripetibile.

«Non mi so rassegnare a questa vita fra nebbie, senza un orizzonte. D’altronde ho paura della mia debolezza, che mi lascia in balìa di passioni che possono finire con lo sfuggire ad ogni controllo... La via diritta. Non è facile trovarla, specie quando si odiano tanto i compromessi. O con noi, o contro di noi. Ed oltre a tutto s’aspira ad un sereno equilibrio», scrive a De Luca la giovane Romana.

E lui, andando avanti nella crescente amicizia: «la tua mi è piaciuta moltissimo, riconducendomi (forse per questo m’è piaciuto) ai giorni che tu mi scoprivi e io ti scoprivo, e si avanzava di sorpresa in sorpresa; fin da quando, mi parve almeno, dallo stato d’innamoramento la nostra amicizia passò a quello di matrimonio, sempre più stretto ma sempre più uggioso, sempre più scarso di piacere perché, come accade, sotto al piacere si scopre sempre un dovere (...) ma v’è in me qualcosa di fanciullesco e giovanile, che stenta a morire; e non so mai colpirlo forte, perché a volte mi pare il vecchio uomo voglioso goloso avido dell’attimo di gioia come si sia; a volte, invece, mi pare la radice del poeta, dell’uomo di cuore, persino del santo».

Ed ancora: «Io non so se sono il migliore o il peggiore; so solamente che il mio affetto per te è molto grande, molto vivo, ed è talmente presente, e talmente di continuo, nel mio animo, che senza nessuna enfasi ed esagerazione debbo considerarlo in verità una parte del mio vivere quotidiano: quotidiano, ed eterno. Perché, tu lo sai al pari di me, nei nostri giorni, che si aprono e chiudono uno dopo l’altro, si apre un giorno che non si chiude: il dies che è una cosa sola con Deus».

L’incontro con la letteratura dei mistici era inevitabile per una personalità così appassionata e una mente così inquieta. Romana Guarnieri si è dedicata in particolare a figure di mistiche eccezionali e spesso sconosciute come Margherita Porete, Angela da Foligno, Hadewijch d’Anversa, fatte da lei conoscere in Italia con traduzioni ed edizioni critiche e studi, ora in parte raccolti nel volume Donne e Chiesa tra mistica e istituzioni (secoli XIII-XV), Edizioni di Storia e Letteratura, 2004, che doveva essere il primo volume di una serie dei suoi scritti storiografici.

La prospettiva degli studi storici sulla spiritualità diventa una critica radicale alla cultura dominante della metà del Novecento e ripone con forza al centro degli studi storico-religiosi il tema dell’amore. «Sotto lo stimolo di preoccupazioni della filosofia contemporanea, facilmente siamo portati a vedere e studiare — in molta mistica e in molta eresia medievale — tesi idealistiche e panteistiche; in ossequio alla storia, tanto coltivata della filosofia e della teologia, abbiamo misurato mistici ed eretici sui metri scolastici dell’insegnamento universitario di allora. Abbiamo trascurato invece quel che, anche da sola la poesia del tempo imponeva alla nostra attenzione: e cioè il concetto della Caritas (Minne) nella teoria religiosa, e la sua funzione nella vita religiosa».

La Guarnieri inizia così un lavoro di ricerca sulle fonti manoscritte in Europa del quietismo medievale, restituendoci figure di beghine e begardi e del movimento del Libero Spirito e mostrandocene i collegamenti fino al XVII secolo.

Nel 1944 scopre nella Biblioteca Vaticana una traduzione latina dello Specchio delle anime semplici della Porete, condannata per eresia e bruciata sul rogo nel 1310. L’annuncio della scoperta fu dato il 16 giugno 1946 proprio dalla pagina culturale de «L’Osservatore Romano».

L’edizione critica in lingua francese e nella versione latina fu curata dalla Guarnieri per la prestigiosa collana Corpus Christianorum Continuatio Medievalis e pubblicata nel 1986. Fu questo il lavoro che la portò ad essere riconosciuta tra le poche storiche donne, «riconoscimento fino ad allora scarsamente palesato in Italia — come ricorda Gabriella Zarri — sia per la sua condizione di storica indipendente, non legata istituzionalmente al mondo accademico, sia per la scarsa propensione della medievistica italiana ad apprezzare studi di storia della spiritualità e della mistica, sia infine per la persistente scelta della studiosa di continuare ad essere una “massaia della buona cultura”».

Nel frattempo, tra il 1947 e il 1950, traduce le poesie e gli scritti di Hadewijch per la Morcelliana, l’amore ne costituisce il tema centrale: «In Hadewijch l’amore è presente con insieme tutti i suoi singoli sentimenti — scriveva De Luca nell’introduzione — più numerosi e delicati ancora che non nel Petrarca stesso». Collabora alle Edizioni di Storia e Letteratura fondate da De Luca e sempre nel 1944 crea con lui l’Archivio italiano per la storia della pietà che dirige a partire dal 1962.

Dal 1970 al 1986 usciranno solo tre volumi e sul nuovo corso che prenderà l’impresa la Guarnieri fu molto critica. Non le sfugge infatti che lo studio storico della spiritualità quietista comporta «un nuovo interesse per preoccupazioni che sono di oggi» perché quelle dinamiche, se pur laicizzate e dissimulando ogni matrice religiosa, arrivano fino ai nostri giorni.

Lo studio dell’itinerario delle donne mistiche si intreccia inevitabilmente con la ricerca personale di Romana e ha al centro l’amore.

«Fu un amore tempestoso, a volte furioso, sempre impaziente, geloso, insofferente del solo pensiero che altri potesse amare il suo amato d’un bene uguale al suo» scrive a proposito di Hadewijch della quale traduce in italiano i versi. «Amore a volta a volta trepido e fierissimo, ermetico e ardito, sempre di una donna, talvolta di una donna angelicata, sempre spirituale, ma spesso di un’audacia cruda. Amore che è amore divino per lei, Hadewijch, e insieme amore dell’Amore. Senonché si tratta di un Amore capriccioso, infido, incomprensibile, che ora si dona tutto, ora sfugge alla presa dell’innamorata che se ne dispera e piange e geme e si lamenta e arrovella e ribella: “Che gioia può avvincere mai / Chi, posta in carcere da Amore, / Tutto il campo d’Amore vuol correre / E liberamente, affidata, godere? / Più di quante stelle sono nel cielo / sono i lutti che soffre l’amore».

La Guarnieri ha la consapevolezza dell’originalità di questo genere di studi che, sviluppatosi recentemente tra le studiose della storia religiosa al femminile, porta «a rivendicare alla Chiesa una serie di “madri”, a quel modo che si parla dei “padri”, sicché converrà ormai studiare la “matristica” come si studia la “patristica”». D’altronde, scrive nel saggio Angela, mistica europea «l’esistenza del fenomeno non è una novità, introdotta oggi per la prima volta da femministe fanatiche, visto che ancora ai primi del Cinquecento la Chiesa formicola di “madri divine”». Scrivendo delle sue ricerche su Angela da Foligno arriva — da storica — ad argomentare una specificità della scrittura di pietà rigorosamente femminile: «di sicuro anche in questo campo esiste una chiara differenza di generi letterari, dovuta a un modo di conoscere “altro”: la donna, per natura ancor prima che per cultura esclusa come dal sistema filosofico-teologico della “scuola”, da sempre tutta mascolina — accoglie in sé, sperimenta direttamente ancorché nel mistero l’“accoglienza” dell’“Altro” e quindi più che spiegare comunica e narra ciò che sperimenta per via affettiva, “l’uomo, invece, forse vittima della sua, presunta esclusiva, vocazione a predicare e insegnare — ovviamente fatte salve numerose felici eccezioni —, troppe volte si sente beato se può “sistemare”, ossia ridurre a sistema, a dottrina risolta in trattatistica, o — peggio — manualistica, quella viva esperienza (sogno? visione? comunque, passione) narrata: lo dico, forte di quanto mi risulta nel campo della letteratura di pietà medievale e moderna».

In questa prospettiva la Guarnieri si caratterizza per un suo stile specifico, con una prosa indagatrice, contemplativa e personalissima, che se da una parte si destreggia con rigorosa maestria sulle tracce dei codici di testi mistici, ricostruendone origini e trasmissione, aprendo strade e ipotesi per ulteriori ricerche, dall’altra non si ferma mai alla pura e fredda erudizione, puntando dritta alla finalità spirituale dello studio. Romana si chiede, dopo il lungo cammino di ricostruzione della tradizione manoscritta delle opere della sua amata Angela da Foligno, che cosa resta «della sua figura dolente e insieme sanguigna, luminosa e potente, ancorché baluginante come una visione misteriosa, tra mille veli e incertezze e tante parole, parole, parole. Parole splendide, che dicono cose sublimi. Parole trepidanti d’una delicatezza unica. Parole inquiete, cercate e non trovate ...al limite del sopportabile e del pensabile, quel limite appunto che noi chiamiamo santità».

Ma la prospettiva dell’erudizione non impedisce mai alla Guarnieri di guardare “con occhi di beghina” il mondo che la circonda. Le piace l’identificazione con l’essere una beghina che, come le donne che ha studiato, vivono nel mondo ma non sono del mondo: «certo, di beghine ce ne sono anche oggi, laiche fuori dagli ordini religiosi ma con gli stessi voti, e vivono sole ma sono legate fra loro, anche negli studi. Beghine, non bigotte». Nasce così «Bailamme» che esce dal 1987 come rivista e organo dell’Associazione don Giuseppe De Luca col sottotitolo di «Rivista di spiritualità e politica». Romana inizia nel 1997 a tenere su «L’Unità» — ma scrive anche su «Liberal», «L’Osservatore Romano» e «Noidonne» - la rubrica La beghina nella quale commenta fatti e idee della cronaca e della società, tenendo sempre insieme cultura alta e bassa, del resto come una «massaia della buona cultura» da giovane impastava insieme erudite ricerche su codici medievali con articoli sul giardinaggio per riviste popolari come «Casa e lavoro».

Non si tratta di un dato irrilevante ma è l’indicatore di quella prospettiva spirituale e di ricerca che comporta l’unità tra pensiero e azione, amore intellettuale di Dio e apostolato, vita contemplativa e vita attiva, nella prospettiva che Michel de Certeau concretizzerà in un’opera unica come L’invenzione del quotidiano. E ci terrei molto a sottolineare questo aspetto di Romana Guarnieri: la sua capacità spirituale e intellettuale di coniugare l’erudizione con l’opera di analisi della contemporaneità e di educazione e direzione spirituale per i tanti giovani studiosi che accoglieva nel suo salotto.

Mirabile il suo racconto su «Bailamme» dell’incontro e la nascita dell’amicizia con l’allora dottorando Paul Lachanche per i suoi studi su Angela da Foligno. Per tutta la vita Romana ha cercato di tradurre in pratica e in organizzazione istituzionale questa vocazione religiosa ed intellettuale. Ma sappiamo bene che come il monachesimo ha impiegato secoli per organizzare il riconoscimento istituzionale della vita laicale, così Romana ha cercato testardamente di farlo nell’ambito della vita delle donne.

Come una delle nuove beghine da lei tanto studiate e amate ha cercato forme e istituzioni per inquadrare la sua vita dedita all’erudizione e allo studio delle donne mistiche come una forma di apostolato. Romana, come ci ricordava don Mario Sensi con le parole di Delio Catimori, prova prima insieme a De Luca a creare una sorta di Ordine religioso femminile dedito allo studio e all’erudizione, una specie di “orsoline della cultura”, ma dopo vari fallimenti decide finalmente di aprire a casa sua un cenacolo culturale che prende il nome di «Bailamme», con un esplicito riferimento a un’opera di Giuseppe De Luca che era morto nel 1962, curato da lei come una novella beghina. Forse alla fine il suo salotto non fu altro che l’approdo di questa ricerca, un luogo aperto, di confine, nel quale invitava giovani e stagionati intellettuali e nel quale, tutte le domeniche mattina a via delle Fornaci, chi scrive, giovane studioso di mistica medievale, incontrava tra i tanti persone eterogenee come Mario Tronti, Salvatore Natoli, Luisa Muraro. «Tutti intorno a lei, nel suo mitico salotto invaso da piante, libri, quadri e da tanti gatti» scrive Emma Fattorini nella postfazione al prezioso scambio epistolare con don Giuseppe De Luca, Tra le stelle e il profondo. Carteggio 1938-1945 (Morcelliana, 2010) curato da Vanessa Roghi. In quel salotto Romana ci ha ospitato negli ultimi anni della sua vita, facendoci un po’ da rigorosa maestra negli studi, e un po’ da non meno rigorosa ma amabile direttrice spirituale.

Finché un giorno chiese di presentarle Luce Giard, la storica della scienza e della cultura gesuitica del XVII secolo, per anni accanto a Michel de Certeau. L’incontro avvenne nel fatidico salotto di via delle Fornaci, e restammo ammirati nel vedere queste due donne, con una vita passata accanto a due uomini tra i più grandi nella ricerca sulla storia della spiritualità e della mistica, due studiose che hanno saputo fare di queste relazioni, di queste “singolari amicizie” un modo nuovo e tutto femminile di fare storia e — non è azzardato dirlo — di essere Chiesa.

di Luigi Mantuano

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18 settembre 2019

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