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La Germania alla prova
della Terza Riunificazione

· Quando a Berlino finì il ’900 ·

Il Novecento passa da Berlino il 9 novembre. Il 9 novembre del 1918 crolla il Reich guglielmino; il 9 novembre 1938 la Notte dei Cristalli segna l’inizio dello sterminio della comunità ebraica tedesca; il 9 novembre 1989 crolla il Muro che della separazione tedesca ed europea è il simbolo più evidente.

In realtà si tratta di date che vanno poste in un ambito ancor più vasto: quello della plurisecolare Questione Tedesca, vale a dire della nascita nel cuore del continente europeo di un centro che possa esserne, per alcuni, momento fondante di stabilità o, al contrario, motivo di costante ed irreversibile destabilizzazione. Una paura ancestrale, quest’ultima, irrazionale e poco giustificabile. Ben rappresentata, negli anni successivi al 1989, dall’atteggiamento della stampa popolare britannica e dalle dichiarazioni di qualche premier d’Oltremanica. Ben diversa, sull’altro versante, la scelta di un uomo di Francia e d’Europa quale François Mitterrand. Non che la riunificazione tedesca rientrasse nelle preferenze dell’Eliseo, ma Mitterrand seppe lasciarsi convincere dal cancelliere Helmut Kohl a non ostacolare quello che ormai era un processo irreversibile, agganciandolo però all’altro grande processo internazionale in corso, quello dell’unificazione europea. In questo modo Kohl e Mitterrand fecero cosa unica, risolvendoli felicemente, dei due grandi problemi del momento. Libera Germania in libera Europa, unita la prima ed unita la seconda. L’una rafforzata dall’altra. Quasi una scelta elementare: il respiro degli uomini di stato lo si percepisce nella semplicità delle soluzioni che sanno immaginare. Ne sarebbero scaturiti Maastricht, l’euro e un’Unione a 28 che rappresenta la più estesa affermazione del concetto di pace tra i popoli mai realizzata dopo il 1945. Il peso di Berlino tornata capitale di un unico stato tedesco è inevitabilmente cresciuto, e qualche volta gli stessi francesi si sono chiesti se il loro non fosse stato un azzardo. Ma è innegabile che i timori di una rinascita di un “impero inquieto”, nella efficace definizione dello storico Michael Stürmer, si siano dimostrati sostanzialmente infondati. La formula approvata nel Consiglio Europeo tenutosi in gran fretta all’Eliseo la sera del 17 novembre 1989, sotto forma di cena tra i leader, ha retto e retto bene. L’Europa oggi è più stabile di trent’anni fa. È semmai la Germania che deve ancora lenire le ultime ferite.

Una delle prime decisioni prese da Kohl dopo il crollo del Muro fu la parità di cambio tra D-Mark e Ost-Mark, la moneta della Brd e quella della Ddr. Lo sapevano anche i sassi che in termini reali il secondo non valeva nulla rispetto al primo. I tecnici della Bundesbank erano assolutamente contrari. Il Cancelliere, forse perché professore di storia, sapeva che la Storia la si deve riconoscere quando ti passa a cavallo sotto il balcone, come Hegel fece con Napoleone dopo la battaglia di Jena. Due monete, due stati; una moneta sola, uno stato solo. Così i — pochi — risparmi dei tedeschi orientali furono salvi insieme ai loro salari. Il principio fu stabilito (niente colonizzazione, ma sostegno) anche se poi non è stato del tutto applicato. Oggi, in termine di infrastrutture, la differenza tra est ed ovest non esiste più. Ci sono poi regioni e città, come Lipsia e la Sassonia, dove il processo di sviluppo pare completato, e la parità raggiunta. Ma i tassi di disoccupazione non sono sempre coerenti con questo quadro, la parte orientale soffre ancora della pesante migrazione verso occidente che ha dovuto subire soprattutto negli anni Novanta e, in particolare, è la percezione dei costi e dei benefici che la ricostruzione postunitaria ha distribuito a dividere ancora il Paese lungo la linea dell’Oder-Neisse. La prima riunificazione, quella politica, viene data per assodata e tutt’ora è considerata ovunque un grande successo. La seconda, quella economica, invece viene largamente considerata ad Ovest come un sacrificio pagato dal contribuente. A parti invertite, la si valuta come un’operazione di espansione economica, prima di autentica solidarietà. Combinato questo sentire agli effetti sociali di una politica liberista perseguita da Spd e Cdu/Csu, l’insorgere di soggetti politici come il Pds (poi confluito nella Linke) a chiaro stampo postcomunista è stato un fenomeno quasi fisiologico. Ma questo tipo di sinistra tedesca ha sempre rappresentato una reazione alla Neue Mitte di Schröder più che una rivolta antisistema. Diverso il discorso per l’estrema destra, che invece prospera sulla xenofobia e sul fatto che in Germania è in corso — ancora più difficile delle altre due — una vera e propria Terza Riunificazione. Mittel d’Europa, la Germania concentra al suo interno tutte le sfide e le tensioni che attraversano il Continente: mantenere la propria identità coniugandola con quella dei nuovi migranti. L’anima nazionale si trova oggi combattuta tra slanci di solidarietà (i profughi siriani accolti dalla folla nel 2017) e momenti di profonda chiusura. Nessun movimento xenofobo è, finora, riuscito a conquistare nessun Land, anche se le recenti consultazioni in Sassonia (ex Germania Est) hanno visto un balzo in avanti dell’Afd. Ma i recenti dati economici ed una generale stanchezza dei principali partiti nazionali sono elementi che giustificano qualche profonda preoccupazione. Senza una soluzione che abbia il respiro del grande statista potrebbe riemergere sotto nuove forme, profonda e secolare, la Questione Tedesca.

di Nicola Innocenti

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