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La geopolitica di Papa Francesco
e la Cina

· In dialogo con una grande civiltà ·

Si è svolto nel pomeriggio di mercoledì 12 giugno a Milano, presso l’Università cattolica del Sacro Cuore, il convegno «L’evoluzione del cristianesimo in Cina». Pubblichiamo l’intervento di uno dei relatori.

L’Accordo tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese del 22 settembre 2018 può essere pienamente compreso solo alla luce di una lunga e tormentata storia dei rapporti tra le Chiese cristiane e la Cina che conta ormai molti secoli. In questo paese, infatti, la presenza cristiana è iniziata quattro volte praticamente ex novo e ogni volta si è fermata o è stata interrotta: con i monaci siriani nel vii secolo, i francescani nel medioevo, i gesuiti in età moderna e le congregazioni missionarie tra Ottocento e Novecento. Le difficoltà incontrate dal cristianesimo in Cina non sono scaturite solo dai contenuti del suo annuncio, dalle regole della sua morale, dalle sue strutture ecclesiastiche, ma anche da un problema più ampio: la profonda distanza non solo geografica ma anche culturale, sociale, economica, e molto altro che per millenni ha separato Oriente e Occidente.

Un periodo di grandissime difficoltà è poi iniziato, com’è noto, dopo la Rivoluzione comunista del 1949. È stata adottata in Cina una politica volta a separare nettamente i cattolici cinesi — come pure gli altri credenti — da influenze straniere, ispirata ai principi di autogoverno, autofinanziamento, autopropaganda, sottoponendoli a uno stretto controllo del potere politico, oltre che ostacolando pesantemente la pratica della loro fede. È la questione che ancora oggi viene indicata dai termini, molto discussi, di autonomia e indipendenza. Nel 1958, com’è noto, è cominciata l’ordinazione illegittima di vescovi cattolici, scelti cioè senza il mandato del Papa. Le ordinazioni illegittime hanno provocato una lacerazione profonda all’interno della Chiesa cattolica in Cina, che ha indotto impropriamente a parlare dell’esistenza di due Chiese, quella “clandestina” fedele a Roma e quella “patriottica” invece funzionale al regime. Intorno alla divisione tra “patriottici” e “clandestini” si è discusso tantissimo anche perché lungo questa divisione, tutta interna alla Chiesa cattolica, è passata anche la più ampia fattura tra Occidente e Oriente. Ciò ha trasformato una vicenda apparentemente secondaria e marginale, che riguarda un piccolo numero di credenti, in una questione cruciale, quantomeno sul piano simbolico. Si capisce perciò perché l’iniziativa di Papa Francesco nei confronti della Cina, che si propone di sanare definitivamente la divisione fra “patriottici” e “clandestini”, abbia suscitato tante discussioni dentro e fuori dalla Chiesa cattolica.

Frattura religiosa
o divisione storica?

La strada verso l’Accordo è cominciata molti anni fa, dopo la fine della Rivoluzione culturale e con l’inizio della stagione di riforme e apertura avviata da Deng Xiaoping all’inizio degli anni Ottanta. Nel 1980 sono cominciati da parte cinese tentativi per stabilire contatti con la Santa Sede e cercare una soluzione concordata dei problemi aperti. È stata la Cina, infatti, a cercare il Vaticano, sia allora sia in seguito, e non viceversa. Naturalmente la firma congiunta delle due parti sotto l’Accordo del settembre 2018 c’è stata perché anche la Santa Sede fin dal 1980 ha avuto un interesse sincero a raggiungere un’intesa. Prima di Francesco, però, in campo cattolico è prevalso verso la Cina un atteggiamento molto tormentato. Tra i cattolici, infatti, ha pesato a lungo un giudizio incerto sulla frattura che si era venuta a creare tra Roma e Pechino e all’interno del cattolicesimo cinese: politica o religiosa? E a causa di questa incertezza, per lunghi decenni non è stato chiaro come sarebbe andata a finire e se il filo sottile dell’unità cattolica prima o poi si sarebbe spezzato. A impedire che si spezzasse c’è stata, da un lato, la fedeltà dei cattolici cinesi, non solo dei clandestini ma anche dei patriottici, che non hanno mai accettato di essere separati radicalmente dalla comunione con la Chiesa universale. Dall’altro lato, è stato decisivo che i Papi e la Santa Sede non abbiano mai dichiarato ufficialmente che in Cina si era realizzato uno scisma e che, quindi, una parte dei cattolici cinesi non erano più propriamente tali. Dichiararlo avrebbe significato sancire definitivamente l’esistenza di una frattura religiosa irreversibile. Ci sono stati molti vescovi illegittimi che, per questo motivo, erano fuori dalla comunione con Roma e in alcuni casi ci sono stati anche vescovi esplicitamente scomunicati. Ma denunciare atti canonicamente illegittimi o comminare sanzioni canoniche non equivale a dichiarare uno scisma.

Questa resistenza alla rottura definitiva, da ambo le parti, si è tradotta in una lenta chiarificazione della questione cruciale delle ordinazioni illegittime. Se i motivi a monte di tali ordinazioni, avvenute senza mandato apostolico, erano state solo di natura storica o politica, sarebbe stato possibile — a determinate condizioni — renderle legittime. Lo dichiarò pubblicamente monsignor Agostino Casaroli a Hong Kong nel 1981. Si colloca, in un certo senso, sulla stessa linea la decisione presa a metà degli anni Ottanta, sotto la guida del Sant’Uffizio allora diretto dal cardinale Joseph Ratzinger. La Santa Sede, infatti, condusse in modo riservato un’analisi approfondita delle modalità con cui erano state celebrate le ordinazioni illegittime, escludendo violazioni sostanziali sotto il profilo liturgico e sacramentale. In altre parole, si riconobbe che anche se illegittime — e cioè senza mandato apostolico — le ordinazioni dei vescovi “patriottici” erano da considerarsi valide. Fin dagli anni Ottanta, inoltre, cominciarono a giungere a Roma richieste di riconoscimento da parte di vescovi “patriottici” che vennero in gran parte accolte presumendo che le loro ordinazioni erano avvenute in situazioni di costrizione e senza intenzioni contrarie alla volontà della Santa Sede o a seguito di un pentimento degli interessati con conseguente domanda di perdono per quanto compiuto. Questi eventi degli anni Ottanta hanno impedito che si prendesse la strada verso lo scisma ed è in ciò che si collocano le premesse decisive dell’Accordo firmato lo scorso anno.

Arrivare a uno scisma, infatti, avrebbe significato attribuire alle ordinazioni illegittime non solo un significato religioso ma anche una valenza identitaria e antropologica funzionale a una contrapposizione tra Occidente e Cina ancora più radicale di una semplice conflittualità politica, economica, militare. Nel contesto della guerra fredda, e in altri termini ciò vale anche oggi, avrebbe significato alzare un muro invalicabile, imponendo alla Chiesa cattolica una definitiva scelta di campo a favore dell’Occidente. Ma queste spinte si sono scontrate, da un lato, con elementi costitutivi della Chiesa cattolica, come la sua universalità, un’identità sovranazionale, la sua peculiare unità intorno al vescovo di Roma, una costante tensione missionaria; e, dall’altro, con la volontà dei cattolici cinesi di non recidere mai totalmente i legami con Roma e con l’insieme della cattolicità. Tali spinte però sono state abbastanza forti da impedire a lungo i tentativi di riconciliazione, divenuti possibili dopo profondi mutamenti che hanno richiesto un quarantennio per produrre un effetto tangibile come l’Accordo. Ma ancora oggi c’è chi vorrebbe piegare la Chiesa cattolica alle ragioni dello scontro geopolitico con la Cina.

Francesco
e la Cina

Nella gestione vaticana della “questione cinese”, Francesco non ha introdotto una radicale discontinuità rispetto ai suoi predecessori. Ha tuttavia accentuato una serie di elementi, già presenti in precedenza, e facendo leva su di essi ha portato a compimento un processo che per quarant’anni non era giunto a conclusione. Com’è noto, Jorge Mario Bergoglio è stato il primo Papa non europeo dopo molti secoli e il fatto di provenire dalla “fine del mondo” ha gettato una luce particolare sul suo pontificato. A occhi cinesi infatti è apparso anzitutto come il primo Papa radicalmente estraneo alla storia del colonialismo europeo. La percezione cinese degli Stati Uniti come minaccia ha costituito un altro motivo di apprezzamento da parte cinese verso Bergoglio, in quanto ritenuto totalmente estraneo alla logica della guerra fredda. In realtà, la provenienza latino-americana di Bergoglio non spiega tutto. Anche se è comprensibile che tale provenienza abbia presentato particolare interesse dal punto di vista cinese, il suo atteggiamento verso la Cina non può essere letto come espressione di una politica antiamericana e “terzomondista”. Lo ha ispirato piuttosto l’esigenza di tutelare l’autonomia e l’unità della Chiesa cattolica in vista dell’annuncio del Vangelo nel mondo. Le scelte di Jorge Mario Bergoglio si ispirano soprattutto all’orientamento complessivo del cattolicesimo contemporaneo che si è sviluppato a partire da un secolo fa, con la Maximum illud di Benedetto XV, e che ha avuto nel concilio Vaticano ii la sua manifestazione più rilevante. È l’orientamento che ha fatto emergere la crucialità dell’incontro tra il Vangelo e le diverse culture e civiltà.

Nel caso di Francesco l’impronta conciliare è apparsa molto evidente fin dai primi passi, a cominciare dal documento programmatico Evangelii gaudium. Il primato di un’impostazione missionaria, la prospettiva di una Chiesa in uscita, l’attenzione ai poveri, l’approccio scarsamente istituzionale e altri elementi caratterizzano in profondità questo pontificato. L’ottica dell’evangelizzazione ha ispirato Francesco anche per quanto riguarda l’Asia e, a proposito della Cina, il Papa ha fatto spesso riferimento a Matteo Ricci e alla missione dei gesuiti nel xvii secolo.

Insomma, origini, biografia e inclinazioni personali hanno certamente influenzato lo stile, le scelte e gli atti di questo Pontefice. Ma, nel complesso, le finalità da lui perseguite sono state ispirate da motivazioni ecclesiali e da un’acuta consapevolezza del ruolo che l’unità della Chiesa cattolica può svolgere in un mondo frammentato dalla globalizzazione. Tutto questo ha ispirato in Papa Francesco un approccio differente da quello dell’Ostpolitik vaticana, la tradizione diplomatica sviluppata nei confronti dei paesi comunisti negli anni della guerra fredda e che ha avuto in Agostino Casaroli il suo maggiore rappresentante. Seppur tra molte difficoltà, nei confronti dell’Europa orientale l’Ostpolitik ha ottenuto alcuni risultati. Invece, con la Cina ha registrato un complessivo “fallimento”, come ha osservato Andrea Riccardi. Nell’ottica dell’Ostpolitik, anche la Cina veniva percepita in primo luogo come paese comunista, con una sua “Chiesa del silenzio” perseguitata. È questa anche la visione del cardinale Zen, anche se egli è molto critico verso l’Ostpolitik: anch’egli infatti vede la Chiesa in Cina come una Chiesa del silenzio, una Chiesa cioè che non parla e che se parla non lo fa liberamente e non dice ciò che pensa veramente. Per questo, secondo Zen, non si può tener conto di ciò che vescovi e sacerdoti di questa Chiesa dicono, fanno e chiedono. Il vescovo emerito di Hong Kong ha perciò parlato spesso a nome loro, interpretando secondo le sue convinzioni la situazione della Chiesa in Cina. La Santa Sede invece ha sottoscritto l’Accordo basandosi su una prospettiva opposta: quella di ascoltare, aiutare e valorizzare la comunità dei cattolici cinesi.

La realtà della Chiesa nella Cina contemporanea infatti è più complessa e non riducibile allo schema della Chiesa del silenzio, un’espressione che tra l’altro Giovanni Paolo ii non amava affatto. Per Francesco questa Chiesa va capita e aiutata, comprendendone ferite e problemi, e di riflesso va capito e amato anche il popolo in cui essa è radicata. Rispetto all’Ostpolitik, c’è in Francesco una novità che riflette i profondi cambiamenti intervenuti nel mondo dopo la fine della guerra fredda e i nuovi rapporti tra grandi blocchi continentali e tra diverse “civiltà”. Nella visione di Papa Bergoglio, infatti, la Cina non è solamente una grande potenza politica ed economica ma rappresenta anche una grande civiltà. Non si tratta, perciò, da parte della Chiesa solo di praticare il rispetto dovuto a ogni governo legittimo, bensì di quello, con la r maiuscola, dovuto a un grande paese, a un grande popolo, a una grande cultura. Per aiutare la Cina a inserirsi pienamente nella comunità internazionale e incoraggiarla a sostenere la pace.

In sintesi, la visione della Cina nella geopolitica di Papa Francesco può essere riassunta con queste parole, da lui pronunciate in un’intervista a Francesco Sisci del 2016: «Il timore, la paura, non è mai un buon consigliere […] Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo. Dobbiamo trovare il modo, sempre attraverso il dialogo; non c’è altra via (allarga le braccia come per abbracciare). L’incontro si ottiene attraverso il dialogo. Il vero equilibrio della pace si realizza attraverso il dialogo. Dialogo non significa che si finisce con un compromesso, mezza torta a te e l’altra mezza a me. È quello che è accaduto a Yalta e abbiamo visto i risultati. No, dialogo significa: bene, siamo arrivati a questo punto, posso essere o non essere d’accordo, ma camminiamo insieme; è questo che significa costruire».

di Agostino Giovagnoli

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