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La gente è stanca di moralismi e di perbenismi

La moglie di un presbitero sta accanto al suo sposo e ai suoi figli come qualsiasi altra moglie cristiana. Questa è la verità più importante della sua condizione di vita. Se credesse di essere qualcosa di diverso dalle altre della comunità, correrebbe il rischio di perdere la verità della sua persona e di mettere a tacere dentro di sé la voce di tutte quelle realtà che sono la sostanza della nostra vita. È molto facile per lei o per il suo compagno trincerarsi dietro a modelli e a compiti immaginari, perdendo l’essenza non solo del sacerdozio ma anche del loro rapporto. Ho l’impressione che l’immagine che la moglie di un presbitero ha del suo posto e del suo compito nella chiesa generalmente sia analoga a quella che ha il suo sposo del sacerdozio: se il presbitero ha una falsa immagine del sacramento del sacerdozio, pensa che esso lo ponga al di sopra degli altri, dei laici, allora anch’essa adotterà un atteggiamento arrogante e fastidioso.

Il centro della vita della moglie di un presbitero — come del resto di ogni altro membro della chiesa che vuole prendere sul serio la sua fede — è Cristo e non il lavoro sociale o pastorale. Se viene intrappolata in aspettative comunitarie e in stereotipi spirituali non ispirati da amore e da autentica gioia è quasi certo che il suo posto nella chiesa diverrà un peso insopportabile.

Una coppia in cui il marito sia presbitero, soprattutto in Grecia dove l’abbigliamento del prete è così diverso da quello della gente comune, difficilmente passa inosservata. Spesso diventa oggetto di sguardi indiscreti e insistenti da parte della gente che, a volte, pronuncia parole di viva disapprovazione. Sono momenti in cui ti senti come esaminata con un microscopio per vedere quanto misuri, quanto resisti, e forse quanto sei diversa dalle loro aspettative.

Dipende dalla coppia decidere quanto spazio lasciare alle conseguenze di questo fardello. Se perdono la reciproca tenerezza, se la loro rigidità in campo religioso e sociale determina le loro scelte, allora è quasi certo che la loro vita — e in particolare quella della moglie — finirà per essere deprimente. L’unicità di un rapporto un tempo spontaneo e libero sarà schiacciata sotto un soffocante obbligo di “sacrificio”.

Purtroppo sono molti quelli che guardano alla chiesa come a un fattore istituzionale della società, persone dure nei giudizi, miopi, incapaci di comprendere se stessi come membri di una comunità che forma il corpo di Cristo e che evolve continuamente. Ma vi sono anche quelli che si creano un’immagine idealizzata delle persone. Questo accade molto spesso con l’immagine che ci si attende di vedere nella famiglia di un presbitero; si crea così un fardello seducente, quello del dover essere un modello.

Infine, tuttavia, quello che molti di noi cercano nei rapporti è qualcosa di semplice ma contemporaneamente anche raro: è la verità, la spontaneità, un tenero sorriso, un interessamento pieno di discrezione, la coerenza, la fiducia reciproca e una gioia creativa. Sono queste, credo, le qualità che dovrebbero permeare la vita della moglie di un prete e, in generale, di una moglie cristiana, nei rapporti con le persone che incontra e soprattutto con i suoi familiari.

In base alla mia esperienza direi che un numero sempre più grande di giovani desiderano che discutiamo del rapporto di coppia. A volte vengono con timida curiosità a chiedere se sia difficile essere moglie di un prete, tanto più per il fatto che mio marito molto spesso si trova all’estero per necessità della missione. Ed è in realtà così consolante per me rispondere con sincerità che tutto procede meglio se ci si pone in un atteggiamento positivo, se si ha fiducia nel proprio compagno e non si smette mai di essere sincera con lui. È molto consolante potersi appoggiare l’uno sull’altra, non temere la condivisione e l’esposizione al pubblico. Ho incontrato molte mogli di preti che cercano di mostrarsi sempre perfette, una specie di manichino. Preferiscono trasmettere e consigliare certezze e non essere consigliate; temono di perdere l’immagine immacolata della famiglia di un prete. Questa, a mio parere, è una tragedia! Nessun rapporto umano, nessuna famiglia è perfetta. Tutti siamo in cammino, alla ricerca del Perfetto che non è altro che Dio. La gente è stanca di moralismi e di perbenismi. Ritengo che il nostro tempo offra un’opportunità preziosa per imparare a custodire ciò che vi è di vero e sincero nei rapporti umani.

L’apparenza esteriore della moglie di un prete in Grecia — soprattutto nelle province in cui la mentalità è ancora piuttosto chiusa — è oggetto di malintesi. Purtroppo tale malinteso coinvolge in generale l’apparenza esteriore dei cristiani, soprattutto delle donne. Un tempo nessuno avrebbe detto che esiste un codice di «abbigliamento etico». La lunghezza della gonna o delle maniche dipendevano dalle trasformazioni dei costumi. Quanto più una donna era conservatrice, introversa e flemmatica, tanto più appariva “immacolata” e “meritevole”. Per fortuna negli ultimi anni tali esagerazioni diventano sempre più marginali. Guai se la nostra lotta spirituale si limitasse alla qualità della stoffa che adoperiamo, al modo in cui acconciamo i nostri capelli, al colore degli abiti che indossiamo!

È molto importante per una donna cristiana, che sia o meno moglie di un prete, apprezzare il bello, cercare la bellezza senza farla diventare un fine in sé. San Giovanni Crisostomo, che mostrò particolare venerazione per il tema delle nozze, insiste sulla concordia delle anime ma anche dei corpi dei coniugi e tratta con grande interesse temi apparentemente secondari quali l’aspetto esteriore degli sposi e il loro impegno a ravvivare la gioia reciproca.

La moglie del prete e il suo sposo avanzano insieme con il resto del gregge lungo il cammino, nell’attesa della resurrezione dai morti, avendo come unico modello Cristo e offrendo il suo amore incondizionato. In questa visione tutti noi cristiani siamo chiamati a diventare «sale della terra» (Matteo 5, 13), modelli di coppia, di genitori, di amici, di colleghi.

Non è facile per la moglie di un presbitero “spartire” suo marito. Come non è facile per i figli di un prete spartire il loro padre con i suoi figli spirituali. Vi sono momenti in cui pensi di perdere il diritto esclusivo all’amore, non naturalmente nella sostanza ma nella quotidianità. Anche questo richiede un coraggioso superamento di sé da parte della donna. È il desiderio di un amore senza condizioni di cui abbiamo parlato in precedenza, il desiderio di servire il corpo di Cristo, di cui ciascuno è un membro. Servendo gli altri sei di giovamento a te stesso perché anche tu appartieni allo stesso corpo. Un proverbio greco dice: «Quando innaffi l’orto del vicino, nutri anche il tuo».

La mia esperienza quotidiana, ma anche la mia frequentazione di coppie nelle quali il marito è presbitero mi ha confermato che quanto più è discreta e poco rumorosa la partecipazione della moglie del prete al lavoro di suo marito, tanto più è normale non solo il loro rapporto ma anche il rapporto del prete con il suo gregge. La moglie del prete ha molti modi per aiutare nel lavoro pastorale di suo marito e penso che i più efficaci siano quelli che non fanno rumore. È molto importante che essa aiuti dove e come può, con discrezione e nell’incessante convinzione di svolgere anch’essa una diaconia accanto a tanti altri in seno alla chiesa.

di Katerina Spyros Diamandopoulou-Zimouri

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08 dicembre 2019

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