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Una rissa
tra bibliotecari vaticani

· Nella Roma papale della prima metà dell’Ottocento ·

Molti nemici, molto onore. A giudicare dalla nutrita galleria di appassionati e convinti avversari, Angelo Mai, l’«italo ardito», lo «scopritor famoso», di onore ne deve avere avuto a iosa. Di uno di essi vale la pena ora parlare anche perché appare curiosamente rimosso dalla memoria mentre merita attenzione come specchio di un’epoca e di un mondo singolari quale fu Roma prima di Porta Pia, che crediamo di conoscere mentre spesso ci sfugge e si allontana sotto una fitta nuvola di luoghi comuni e di banalità. 

Disegno di Giacomo Quarenghi tratto dalla «Raccolta della Biblioteca civica Angelo Mai»

«Ingegno bizzarro, strano miscuglio di grande erudizione orientalistica e di fantasticheria, gli nocque tra l’altro l’essersi formato e l’aver vissuto in un ambiente come quello della Roma papale della prima metà del secolo XIX, in cui il rinnovamento metodico degli studî orientalistici non era ancora penetrato». Il giudizio formulato su Michelangelo Lanci da Giorgio Levi Della Vida nel 1933 è di quelli da non lasciare scampo. Per quanto si riconoscesse ad alcune sue ricerche, come quelle sulle iscrizioni aramaiche d’Egitto e sulle iscrizioni calligrafiche arabe, un vero valore scientifico, è probabile che in quella valutazione di «bizzarria» (che torna anche nelle pagine di Jeanne Bignami Odier, storica della Biblioteca vaticana) risieda uno dei motivi dell’oblio della figura dell’orientalista marchigiano, vissuto a Roma con alterne e tormentate vicende fra i pontificati di Pio VII e di Pio IX. Non è allora un caso se, nonostante le ricostruzioni della vita di Lanci dovute a Severino Servanzi Collio e a Gaetano De Minicis (pubblicate rispettivamente nel 1839 e nel 1840, quando Lanci era ancora in vita), a Vincenzo Tommasini (1867) e ad Adolfo Mabellini (1939), nonostante la ricerca di Alberto Mei del Testa su Lanci e l’interpretazione dei geroglifici (2002), il Dizionario biografico degli italiani ne abbia clamorosamente omessa la biografia.
Anche il conflitto che in Biblioteca vaticana oppose Lanci ad Angelo Mai non può essere assunto come unica chiave di lettura di una vita che riveste ancora motivi di interesse. Si è scelto di ricordarlo nel titolo solo per offrire subito, con l’aggancio alla personalità più nota, le coordinate storico-geografiche della biografia. Se l’opposizione a Mai riassume bene la posizione di Lanci nel panorama erudito e intellettuale romano della prima metà dell’Ottocento, basterebbero il bel ritratto (1851) di Karl Brjullov, conservato nella Galleria Tretjakov di Mosca e tornato a Roma nel 2003 per la mostra Maestà di Roma o i rapporti di Lanci con Gogol o la ristampa anastatica (2005) dell’opera di Lanci su La Sacra Scrittura illustrata con monumenti fenico-assirj ed egiziani (1827) a mostrare una poliedrica complessità del personaggio che non si può liquidare con una battuta. [...]
Chi sin qui abbia seguito Servanzi Collio e De Minicis in quelle che possono quasi sembrare «biografie autorizzate» di Lanci [...] non ha trovato una parola sul maggiore incidente di percorso della vita di don Michelangelo, il conflitto aperto e senza quartiere con Angelo Mai. Una singolare omissione perché se si ignora quanto accadde non si comprende affatto la piega presa dalla vita di Lanci dopo il 1820, cioè dopo la nomina a «scrittore» della Vaticana ma anche dopo il quasi contemporaneo avvento alla prefettura della biblioteca papale di Mai (20 ottobre 1819).
Appena arrivato in Vaticana, Mai concepì grandi progetti, vastissimi e ambiziosi programmi di edizioni ma anche la fusione di tutti gli stampati di diverse collezioni e provenienze in un unico fondo dotato di un indice generale. Appoggiato dal segretario di Stato Ercole Consalvi, assecondato dal mite secondo custode Giuseppe Baldi, Mai incontrò invece la resistenza passiva del collegio degli «scrittori». Non è un caso che nel 1821, subito dopo la sua nomina a «scrittore», Lanci abbia intrapreso un lungo viaggio attraverso diversi paesi europei (Germania, Ungheria, Polonia, Russia, Francia), al seguito di un eroe dell’esercito zarista, il conte Aleksandr Ivanovič Osterman-Tolstoj; rientrò a Roma solo alla fine del 1823. La coesistenza fra vecchia guardia e nuovo venuto si rivelò però impossibile. Scomparso Consalvi e nominato segretario di Stato il quasi ottantenne Giulio Maria della Somaglia (1823), la ribellione degli «scrittori» all’«indole imperiosa e, diciamolo, esclusiva» del primo custode si fece aperta (le parole sono di Carini); a fianco di Lanci erano Girolamo Amati e i suoi antichi allievi Molza e Sarti.
Lanci in particolare si lamentò dell’uso, da parte di Mai, di acidi che facevano sì rinvenire le scritture inferiori dei palinsesti ma avevano effetti nefasti sullo stato di conservazione dei codici. Al di là dei risultati immediati, a turbare il prete marchigiano erano i danni irreversibili recati alle pergamene, persino a quelle del venerando codice b, il Vat. gr. 1209, con la versione greca della Bibbia risalente al iv secolo. Ripugnava, a don Michelangelo, quella logica da «usa e getta» che considerava manoscritti preziosi come puro veicoli di testi, eliminabili senza rimpianti dopo aver compiuto la loro funzione. Non è un caso che molti fogli di codici vaticani rechino ancora nei margini l’indiscreta indicazione a penna, di mano di Mai, che segnala che questo o quel testo era già stato editum.
La crisi esplose sul problema della decifrazione dei geroglifici egiziani e sulla nuova teoria enunciata dal giovane e precoce Jean-François Champollion. La scoperta era stata elogiata da Mai nel Diario di Roma del 1825. Lanci replicò nella Lettera sopra uno scarabeo fenico-egizio e più monumenti egiziani (1826), nota come «lettera a Koller», dal nome del destinatario, il barone austriaco Franz von Koller. Già nello scritto sugli Omireni, che è del 1820, Lanci aveva accusato Mai d’«insozzar pergamene». Ora ne aveva davvero per tutti e non andò per il sottile: Champollion, «il sedicente scopritor francese, che tutta vuole degli egiziani scoprimenti la gloria e fa di ogni parte in suo favore rumoreggiar gazzettieri»; Mai, «che intreccia laudi a sé stesso, e stima esser immortal cosa il rodere e affumicare con acidi le vetustissime pergamene rescritte già preziose reliquie de’ nostri padri per istampare frammenti le più volte di niuna utilità». Sulla scarsa rilevanza delle sin troppo strombazzate scoperte di Mai Lanci tornò anche in seguito: «Per poche rinvenute righe, e sconnessi periodi, si menava rumor per gazzette e giornali, più che in altra più bella età non si fece per lo scoprimento di tutta l’opera di un classico autore». Secondo Lanci, insomma, Mai era favorito da un’accorta e, diremmo oggi, ben orchestrata strategia mediatica che ingigantiva scoperte di modesto valore.

Furibonda fu la reazione di Mai alla «lettera a Koller». In presenza dell’orientalista Désiré Raoul-Rochette, allora in missione in Italia, e del collegio degli «scrittori», atterriti e stupefatti, il primo custode fece a pezzi il volume. Ritirò tutte le opere di Lanci presenti in Vaticana vietando da quel momento di comunicarle a chiunque le richiedesse; fece scrivere da Baldi una dura lettera a Lanci (10 gennaio 1827). Il cardinale Bibliotecario della Somaglia non trovò di meglio che tentare un goffo tentativo di conciliazione suggerendo a Lanci di non farsi vedere per un po’ di tempo in Biblioteca. Ma il fuoco era destinato a divampare ancora di più.

di Paolo Vian

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