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​Per la fraternità dei popoli

· ​A un secolo dalla fine della Grande guerra ·

Cento anni fa, nella prima mattina del 3 novembre 1918, alla vigilia della festa di san Carlo Borromeo, unità italiane attraccavano sul molo San Carlo di Trieste. Con uno stratagemma, senza colpo ferire avvenne l’ingresso nel porto minato, tenendo l’allineamento tra le batterie a terra e le unità austro-ungariche uscite in mare, attratte al largo dall’esca di un simulato affondamento di sommergibile alle prime luci dell’alba, attuato anche al fine di scrutare il percorso che veniva seguito uscendo tra le mine. Man mano che le unità italiane entravano in porto e si avvicinavano a terra si credeva di vederle saltare in aria da un momento all’altro.

Aveva così inizio, nel silenzio delle armi e degli ordigni, la fine della Grande guerra, successivamente denominata prima guerra mondiale o quarta guerra d’indipendenza. Rendendo esplicita nel finale l’assurdità dell’intero conflitto: da terra e in acqua il fuoco dei cannoni taceva per non rischiare di sparare a se stessi. Il suo termine è variamente fissato tra il 4 e l’11 novembre, giorno di san Martino che mediando tra l’amor proprio e quello testimoniato dal buon samaritano richiama alla mente la divisione del mantello. Si concludeva così anche il Risorgimento italiano: l’unità d’Italia poteva dirsi compiuta.

La fine di una guerra però non è purtroppo la fine delle guerre. Quelle vicende sono state scritte innumerevoli volte e in vari modi. Ma non erano certo a quella data finiti i conflitti in Europa e nel Mediterraneo. La guerra italo-turca era iniziata nel 1911 in Libia e dopo il 1918 prosegue nel Dodecaneso. Quelle isole denominate così dal 1909 e annesse all’Italia nel 1912, vengono dalle altre nazioni riconosciute italiane con un patto scellerato. L’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, con la rinuncia alla neutralità, è stata barattata con quell’ambito riconoscimento di un possedimento che comunque non era destinato a durare oltre il 1947. Né le tensioni nei Balcani e nel Mediterraneo si sono esaurite con la fine della seconda guerra mondiale. Al punto che cresce il numero degli storici propensi a vedere il XX secolo in gran parte occupato da varie fasi di un unico grande e generale conflitto, almeno sino al 1989. Per l’intera durata della guerra fredda, infatti, l’Europa si è trovata stretta fra i due grandi blocchi rivali in competizione tra loro, quasi terra di nessuno tra due opposte trincee.

Nella ricorrenza centenaria della fine della prima e accesa fase di quel conflitto, che cade mentre sull’Europa si addensano nuove tensioni e se ne risvegliano di antiche, pare necessaria non solo una riflessione, ma perfino una proposta, tanto più urgente nell’imminenza delle elezioni europee. Al punto da sognare, per rendere onore alla memoria dei caduti e per cercare di evitare il rischio che quelle spirali di odio e di violenza si riaccendano, di poter presto giungere quasi al manifesto di un movimento per l’Europa, non da inventare ma piuttosto da riscoprire, a partire dall’Italia, per ragioni che sono certamente anche storiche, oltre che attuali.

Il cristianesimo in generale nelle sue diverse confessioni — ma in particolare l’ecumenismo promosso dalla Chiesa cattolica a partire dal concilio Vaticano II — ha svolto e svolge un ruolo imprescindibile nella promozione in Europa e nel mondo dei valori di fraternità e di pacifica convivenza tra le culture e le nazioni. Nel segno della non violenza. Dal transito nel terzo millennio quel passo coraggioso e irreversibile della Santa Sede rappresenta a tutt’oggi il primo freno alla prepotenza, alla violenza, ai soprusi, alle sopraffazioni, all’intransigenza, alla supponenza, alla pretesa di superiorità e al fanatismo che hanno macchiato con l’imperialismo, con la schiavitù e con il colonialismo millenni di storia, dall’antichità in poi. L’attuale pontificato ha messo in luce ancora maggiore l’urgenza di un cambiamento radicale di rotta, se non si vuole esporre il mondo intero a un destino di autodistruzione.

Proprio in coerenza con questa apertura il movimento che converrebbe rianimare (più che costituire) è necessariamente aconfessionale, perché inclusivo di tutte le persone di buona volontà che in coscienza cercano il modo di coniugare i propri legittimi interessi con quelli comuni. Nessuno deve essere escluso dalla ricerca del bene di tutti, a condizione che abbia a cuore appunto anche il bene generale e non solo quello di una parte, quale che sia. Il disprezzo del prossimo genera discredito alla partecipazione democratica. La cifra distintiva dell’Europa in ogni tempo è molto simile a quella caratteristica dell’umanità rispetto alle altre forme di vita: la sete di conoscenza, la ricerca dell’assoluto, del principio e della fine di tutte le cose. In una continua ricerca di estensione dell’orizzonte.

La partecipazione è infatti la migliore garanzia di democrazia, così come la disaffezione per la cosa di tutti rappresenta la maggiore minaccia per il buon governo, per il benessere, per la coesistenza pacifica. Uno dei principi fondamentali di questa emergente proposta di riconoscimento dell’esigenza di aggregazione risiede nella fraternità dei popoli europei consapevoli del valore delle componenti che provengono da altri continenti in Europa e della componente europea nel mondo.

Certo l’Europa è anche impegno e fatica. A chi non vuole dismettere la logica del commercio e del baratto si può tranquillamente concedere pieno assenso sui costi della riunificazione della Germania e della pacificazione a oriente, ricucendo così e cicatrizzando le ferite del grande conflitto. Come un convento, come una famiglia, come un lavoro, comunque la si voglia considerare, anche l’Europa richiede pazienza, generosità, sacrificio, fatica, rinunce e impegno continuo. Ma l’Europa che in passato è stata tanto belligerante ovunque e anche al suo interno, oggi nel mondo è il letto su cui riposa la pace. Queste attenzioni hanno dunque prodotto i loro frutti: un incremento della possibilità di azione popolare, la libera circolazione con l’apertura delle frontiere, soprattutto un risultato assoluto e senza precedenti nella costruzione di unione volontaria e pacifica tra paesi diversi conseguendo una espansione senza sangue versato. E per chi non rinuncia a tenere d’occhio il danaro si può aggiungere ancora qualcosa che certo non è un dettaglio: il conseguimento del primo prodotto interno lordo al mondo (risultato questo che peraltro ha attratto non pochi guai).

Certo al Vecchio continente non mancano le invidie e i tranelli che possono nascere al suo interno e da fuori. Sin dall’inizio, la storia dell’Unione europea lo conferma. Ma si può pacatamente reagire. Invece dell’Europa a due velocità economiche, si tratta di continuare a introdurre e coltivare l’idea di un’unione coesa attorno a principi condivisi, presso la quale o all’interno della quale si può comunque eventualmente trovare anche un’Europa ancora senza principi, che viaggia con modalità e con visioni ridotte, attenta solo agli aspetti economici e materiali. Paga e sazia o addirittura già insofferente della moneta comune. Ma una ossatura, una struttura portante, sia pure solo a macchie, deve nascere, concretizzarsi, solidificarsi, senza altri rinVII. Non si è mai costruito nulla di solido e di durevole senza ideali, senza fini comuni.

L’idea di poter lavorare e impegnarsi a costruire in buona fede un benessere chiuso, esclusivo, addirittura repulsivo, non è credibile: se si sta bene davvero c’è abbondanza, ce n’è per tutti, si allentano le gelosie e crescono disponibilità e generosità. Cadono i muri, gli steccati, le barriere ermetiche e invalicabili. L’unico segnale autentico di vera ricchezza è il poter dare. Altrimenti siamo nel dominio dell’arroganza e della prepotenza di chi non si accontenta mai. Un segnale di questa china è nel vanto di sé stessi, nell’orgoglio sempre più decantato da ciascuno. Una parte non esigua dell’umanità ripete e recita da molti secoli la preghiera del salmo: «Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti. Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere». Un paradiso chiuso in cassetta di sicurezza, come un talento sotterrato e non visibile, equivale piuttosto alla garanzia e alla certezza di trasformarlo presto in un inferno. È già successo e non occorre ripeterlo. E, una volta avvertiti, occorre vegliare e far presto, perché è già tardi.

di Francesco Scoppola

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16 giugno 2019

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