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La fotografia

Una foto dall’inferno. Un inferno chiamato Libia, destinato a ingoiare i disperati in fuga da guerre, persecuzioni e carestie. Un inferno che l’Europa non vuole vedere, ma che è lì, dall’altra parte di un mare che per secoli ha unito le sponde di due continenti e che ora si è trasformato in un muro d’acqua contro il quale s’infrangono — troppo spesso tragicamente — sogni e speranze di migliaia di uomini, donne, bambini in cerca di un futuro. Quell’uomo incatenato in un “centro di detenzione”, con una pistola puntata alla tempia — una delle fotografie (pubblicate da «Avvenire») che gli stessi trafficanti aguzzini scattano e inviano ai familiari dei prigionieri per chiedere altri soldi — è un atto di accusa contro le politiche di chiusura e di non accoglienza. È un atto di accusa verso il silenzio complice di chi, pur sapendo, si volta dall’altra parte. No, la Libia non è un posto sicuro per i migranti.

Per loro è un inferno fatto di violenze e torture nel quale nemmeno uno di quanti vi sono passati vorrebbe tornare: meglio morire, dicono. Tutti lo sanno. Nessuno fa nulla. (gaetano vallini)

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18 agosto 2019

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