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La forza di una pedagogia

· «Trattato sui terremoti» di Nicola Longobardo ·

Pubblichiamo stralci dell’introduzione alla prima traduzione italiana del Trattato sui terremoti (1626) del gesuita successore di Matteo Ricci in terra cinese, Nicola Longobardo (Bologna, Dehoniane, 2017, pagine 152, euro 14,50). Il volume verrà presentato nel pomeriggio di giovedì 16 novembre nei Musei vaticani. 

Qui accanto: Ricci e Xu Guangqi in una illustrazione del 1670;  in basso a destra: particolare della copertina del libro di Longobardo

Nella lingua cinese esiste un’espressione secondo la quale un erudito è colui che ha studiato «cinque carri pieni di libri». Sebbene non ci sia dato sapere quanti carri di libri studiò Nicola Longobardo da Caltagirone (1565-1655), sappiamo però che ebbe una formazione culturale solida e che, nominato nel 1610 superiore della missione gesuita in Cina, si fece inviare dall’Europa parecchie centinaia di volumi su una di quelle navi che, in quel tempo, salpavano dall’attivissimo porto di Lisbona verso le «Indie orientali». Attraverso lo scambio di libri, la circolazione di idee e l’utilizzo di strumenti scientifici iniziano, a partire dal XVI secolo, i primi approcci tra i gesuiti europei e i letterati cinesi, preludio a una costante e progressiva costruzione di legami di collaborazione che, per almeno due secoli, si sono sviluppati incessantemente con alterne vicende. 

Cola Longobardo nacque a Caltagirone nel 1565, nell’allora Regno delle Due Sicilie, in una città che per la sua vicinanza al vulcano Etna e per la sua conformazione geologica non era nuova ai terremoti, tant’è che, al tempo in cui egli venne alla luce, la città appariva ampiamente rinnovata nelle sue architetture, a causa del sisma che si era verificato trent’anni prima. Si tramanda che la sua famiglia fosse di nobili origini, tuttavia i documenti ufficiali custoditi presso l’Archivio di Stato di Palermo non sembrano confermare questa informazione, indicando solo in Francesco, il padre del futuro missionario, un capo di famiglia benestante. Non sappiamo se frequentò il collegio dei gesuiti della sua città, istituito nel 1570, ma certamente la sua formazione avvenne in Sicilia, prima presso il collegio di Messina dove, nel 1582, intraprese come novizio gli studi umanistici, e successivamente seguì i corsi superiori di retorica, filosofia e teologia al collegio di Palermo.
È verosimile ritenere che Longobardo studiasse in quegli anni sia le materie umanistiche che quelle scientifiche, anche se non conosciamo i dettagli della sua formazione. A quel tempo la scienza non era scindibile da implicazioni di carattere teologico. Pertanto, seppure in passato gli storici abbiano fatto riferimento a Longobardo definendolo un missionario scienziato, l’espressione è stata usata impropriamente, se intesa nel senso moderno del termine. In realtà, l’appellativo di scienziato è stato attribuito a Longobardo e a tutti gli altri missionari partiti dall’Europa alla volta dell’Oriente tra il XVI e il XVII secolo.
Era il 1610 quando il superiore della missione gesuita in Cina, il maceratese Matteo Ricci, poco prima di spegnersi, affidò la guida della missione al confratello Nicola Longobardo, scelto per lo zelo missionario e la copiosità nello scrivere. Poiché lo stesso Ricci, in una sua lettera dell’8 marzo 1608, aveva affermato che «più si fa nella Cina con i libri che con le parole», l’abilità nello scrivere di Longobardo fu considerata una qualità fondamentale, cosa che lo rese uno dei protagonisti della prima fase della missione cinese. Così Longobardo intraprese un viaggio alla volta di Pechino, dove arrivò l’anno seguente. In quel momento erano cinque le città cinesi che vedevano insediati i gesuiti: Pechino, Nanchino, Nanchang Zhaoqing e Shaozhou, mentre i fratelli missionari in Cina erano una ventina.

Il Trattato sui terremoti o Di zhen jie — letteralmente «spiegazione sui terremoti» — è stato redatto in Cina da Nicola Longobardo sotto il regno del quindicesimo imperatore della dinastia Ming, Tianqi, al potere dal 1620 al 1627. Scritto su carta di riso dall’alto verso il basso, in colonne che scorrono da destra verso sinistra, è un ricchissimo giacimento di citazioni scientifiche, storiche e teologiche; in esso convergono riferimenti a conoscenze di astronomia e geologia, geografia e toponomastica, scoperte, come la polvere da sparo, e anatomia, che permettono articolate riflessioni sulla sensibilità e sulle conoscenze scientifiche proprie della mentalità del tempo. Con uno stile dialogico, la forma perfetta per la resa di una relazione vera e propria, Longobardo è sempre attento al suo interlocutore. Le spiegazioni sui sismi vengono elencate per punti, seguendo la prassi retorica cinese dell’elencazione, in uso anche oggi. Pur nella sua brevità, rivela non poche suggestioni, che si avvertono, ad esempio, nella spiegazione ai cinesi del riferimento al terremoto presente nel Vangelo di Matteo, Longobardo intende sottolineare la portata universale dell’evento che coinvolge l’intero pianeta, l’intera umanità; egli ricorre all’espressione sifang dazhen, ovvero «un grande terremoto nelle quattro direzioni»; qui sifang non indica i quattro punti cardinali terrestri, ma esprime, secondo la concezione cinese dello spazio, la totalità dei territori che si estendono sotto il Cielo.

di Silvia Toro

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23 maggio 2019

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