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La forza di arrendersi

· Pablo d'Ors e il suo ultimo libro su Africa Sendino ·

«Pablo d’Ors è uno strano prete polimorfo» scrive Marco Cicala, che ha recentemente intervistato il sacerdote madrileno per il Venerdì di «Repubblica». Strano perché contemplativo ma ultracinetico, continua il giornalista. La particella avversativa “ma” suona superflua per chi ha spesso a che fare con cristiani che hanno una grande familiarità e una lunga consuetudine con la preghiera; i contemplativi sono pressoché sempre ultracinetici, spesso più creativi della media e molto attenti al mondo che li circonda, pronti a rispondere o almeno a lasciarsi interpellare dagli interrogativi che provengono dai loro fratelli uomini. A ben vedere, sarebbe strano il contrario; in fondo “vita, vita in abbondanza” è esattamente la ricompensa promessa ai suoi da Gesù. E ciò che vive, per definizione, si muove, anche nella cella di un monastero di clausura o fra le quattro mura di un eremo sperduto su una montagna (Teresa di Lisieux, patrona delle missioni, docet).

Ma torniamo all’intervista dedicata al sacerdote madrileno che ha studiato a New York, Vienna, Praga, Roma, ha viaggiato dal Sahara all’Himalaya, è stato missionario in Honduras ed è stato nominato da Papa Bergoglio consultore del Pontificio consiglio della cultura. Nipote dello scrittore Eugenio d’Ors, don Pablo è anche autore di una decina tra romanzi e saggi. Nel 2012 ha pubblicato Biografia del silenzio, sulla meditazione «tema, e pratica, in grande rispolvero anche tra i non credenti» chiosa il giornalista italiano introducendo un serrato botta e risposta con d’Ors sul suo ultimo libro tradotto in Italia da «Vita e Pensiero» (Milano, 2015, pagine 85, euro 10) Sendino muore. La protagonista è la dottoressa spagnola Africa Sendino, che nel 2008 si scopre ammalata di cancro e decide di raccontarsi in un diario che affida a don Pablo, cappellano nell’ospedale madrileno Ramón y Cajal. Dopo la morte di Africa, d’Ors userà le sue parole per renderle omaggio con un libro.

«Abbiamo un’idea della santità come irreprensibilità, perfezione — spiega l’autore — ma il santo non è un essere perfetto: è uno che ha avuto esperienza della schiavitù e se ne è liberato. Di fronte alle avversità normalmente scappiamo. Africa ha il coraggio di non fuggire dalla sofferenza: la guarda in faccia e la attraversa. È un percorso di redenzione. Redimere vuol dire cambiare di segno: ciò che era negatività si trasforma in opportunità di crescita. Il male non va rimosso, ma mutato di segno. È questo il significato della storia di Africa, e in fondo il nocciolo stesso del messaggio cristiano». La protagonista si è curata con attenzione e ha desiderato fino all’ultimo vivere, ma quando si è resa conto dell’avanzare della malattia ha saputo abbandonarsi serenamente a Dio, “offrire” la sua vita, per usare una terminologia tipicamente cristiana, certa della positività ultima di ogni aspetto dell’esistenza, anche del dolore.

«Arrendersi è un’arte che cozza contro la mentalità contemporanea — spiega d’Ors —. Viviamo in una cultura della lotta, del battersi allo stremo, ad ogni costo. L’idea di consegnarci ci riesce assurda. Solo in una visione di fede acquista senso».

Sendino si si mantiene fino all’ultimo elegante. Nel decoro dell’abbigliamento, delle abitudini, dei gesti. «Associamo l’estetica a qualcosa di voluttuario, ma se vissuta in profondità l’estetica è un’etica — continua l’autore del libro —. Il linguaggio del corpo è fondamentale. Pochi giorni fa ho dato una conferenza a un gruppo di monaci. A un certo punto mi sono accorto che mi seguivano variamente sbracati sulle sedie. La postura corporale esprime sempre un atteggiamento spirituale, però è un’altra di quelle cose che la Chiesa ha trascurato. Ha investito tutto sulla parola, sui gesti zero. A messa vedi gente buttata sulle panche oppure in piedi che si guarda intorno impaziente, come se non vedesse l’ora di andarsene. Almeno un tempo ci si inginocchiava». Il popolo degli sfiduciati è molto numeroso, la maggioranza delle persone lo è; «l’ottanta per cento arriva impreparato alla morte — spiega il sacerdote madrileno — perché non ha fede nella vita. In genere si muore come si è vissuto. Se vivi in modo superficiale è molto probabile che morirai nella stessa maniera».

La Spagna è un ex grande Paese cattolico ma pure di robusta tradizione anticlericale. E un prete nel mondo editoriale, e culturale in genere, non ha vita facile.

«C’è diffidenza — conferma d’Ors —. Si pensa che i sacerdoti non possano essere persone libere, che ragionano col proprio cervello. Li si considera portatori d’acqua di un’istituzione. Allora devi cercare di smontare questo cliché. Chesterton diceva: “Quando entro in chiesa mi tolgo il cappello, non la testa”».

Non ci sono molti Chesterton nella nostra epoca, chiosa acutamente Marco Cicala. Colpa della secolarizzazione, risponde lo scrittore. E anche conseguenza di un fatto sociologicamente molto concreto: in un ambiente dove il pregiudizio anticristiano è forte, avere una dimensione religiosa o spirituale non genera più prestigio sociale. «Se a Madrid lei va in uno studio dentistico potrà vedere affisse ai muri foto di Buddha o di templi giapponesi, mai immagini cristiane. È terribile. Significa che del cristianesimo c’è una visione totalmente negativa».

La Chiesa ha molte responsabilità, ammette il sacerdote. «Cristo è patrimonio dell’umanità, non solo dei battezzati. Invece finora ha dominato una concezione esclusiva, non inclusiva. Ma più ti chiudi e più tendi a diventare setta. E tanti considerano noi cattolici una setta. Una setta molto estesa, ma pur sempre una setta». Il carisma di Papa Francesco, invece, risponde a un bisogno diffuso, perché «è un padre in un mondo senza padri. Lui osa infine essere padre. Non solo con autorità, anche con tenerezza». Molti problemi derivano dal fatto che si prega troppo poco, conclude d’Ors: l’attivismo, la generosità, hanno il fiato corto se non vengono costantemente alimentati dalla Grazia.  

di Silvia Guidi

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18 marzo 2019

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