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La forza dell'inattualità

· ​Una mostra a Cambridge sul pittore statunitense William Congdon ·

«Ecce Homo» (opera degli anni Sessanta  che fa parte dei quattordici crocifissi dipinti dall’artista)

Per celebrare i meriti di un artista quasi sempre se ne sottolinea, in sede di commento, la capacità di essere attuale: dimensione, questa, intesa come banco di prova per saggiare il valore del rapporto tra l’artista e il suo tempo. Ma, come detto, ciò non accade sempre. Nel caso del pittore statunitense William Congdon, si assiste infatti al “quasi sempre”: la forza della sua arte deriva proprio dalla inattualità, che assurge a metro di osservazione della realtà e delle sue labirintiche dinamiche. Ed è su questa inattualità che pone l’accento il professore Paolo Biscottini nell’illustrare la mostra, da lui curata, American Modernist Abroad, dedicata al pittore e allestita, dal 18 gennaio al 3 marzo, nella sala espositiva della West Court presso presso il Jesus College dell’università di Cambridge. L’esposizione — cui ha dato il suo fondamentale contributo il professor Donal Cooper, docente di storia dell’arte e curatore della galleria del Jesus College — si focalizza sull’esperienza internazionale di Congdon, non sono in qualità di artista, ma anche in veste di instancabile viaggiatore. Sono esposte una decine di opere che caratterizzano il suo itinerario artistico, a partire da Atene (1953) fino ai campi della Bassa rappresentati da Neve (1985), resi già celebri dalla guizzante penna di Giovanni Guareschi.
L’esposizione indaga poi il rapporto di Congdon con l’università di Cambridge, che risale agli inizi della sua carriera, e che investe il suo legame di amicizia con Jim Ede, curatore di gran fama della Tate Gallery: a lui si deve, tra l’altro, la fondazione di Kettle’s Yard, casa museo all’interno di Cambridge lasciata in eredità alla stessa università.
Congdon fu sempre dentro il suo tempo, ma al contempo da esso prese le distanze, e della inattualità appunto, fece uno strumento per sondare la realtà, sia quella esteriore che interiore, E mentre è possibile stabilire le connessioni fra le sue opere e l’arte ad esse coeva, desta stupore il riflesso, in queste stesse opere, della nostra attualità, come fossero testimonianza dell’oggi. «Credo — afferma Biscottini — che questo avvenga sempre quando l’arte è grande, ma talora ci sono delle barriere linguistiche invalicabili, che datando inevitabilmente un’opera, la costringono nel suo tempo, obbligandoci a sforzi di natura intellettuale per poter cogliere il senso pur vivo della creazione artistica». Non avviene così nell’opera di Congdon ed oggi, osservando Rocce deserte (Yemen) del 1971 ci si trova immersi non tanto nella fisicità del paesaggio ma piuttosto nella sua complessità emotiva. S’impone così la cifra stilistica di Congdon, che si pone al confine tra il figurativo e l’astratto, dove l’esperienza diventa emozione, sussulto dell’anima, per poi sublimarsi nel contesto spirituale.
Ed è in questo scenario che s’inserisce la conversione dell’artista al cattolicesimo, avvenuta nel 1959: ricevette il battesimo ad Assisi, dove si stabilì dal 1960 al 1970 e realizzò opere di tema religioso. In un articolo pubblicato sul «New York Times». il 28 giugno 1998, a firma di Christopher Reardon, si sottolineava l’indissolubile legame, in Congdon, tra la passione per l’arte e la pace dell’anima. Evidenziava il «New York Times» che la sua arte — che trae ispirazione dall’Action Painting, stile di pittura fondato sull’espressionismo astratto in cui l’artista non volle mai identificarsi — trasmette un’intensità emotiva che tiene e a bada l’intelletto: un’arte che scandaglia l’anima fin nei suoi recessi più remoti. Viene fatto di pensare, al riguardo, al flusso di coscienza, sul piano letterario, che Henry James, James Joyce e Virginia Woolf s’impegnarono a registrare e a ghermire nelle loro opere. In Congdon l’anelito alla conoscenza interiore, e quindi a scavare e a rompere gli argini di una superficie che nasconde la sostanza delle cose, approda a un linguaggio pittorico che si sublima in una contemplazione di alta spiritualità. E così la sua vicenda artistica viene a configurarsi come una missione alla ricerca di grumi di verità che l’artista avverte, in sé, e che poi scopre osservando, con occhio implacabile, il mondo, con le sue luci e le sue ombre. 

di Gabriele Nicolò

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25 agosto 2019

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