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La forza della preghiera
contro la violenza

A nno 451. Lo spettro di Attila su Parigi. Tutti gli uomini sono determinati alla fuga, all’abbandono della città. Unica voce contraria è quella di una donna molto particolare, Geneviève. Nata da famiglia cattolica a Nanterre e portata a Parigi dalla nonna dopo la morte dei genitori, all’età di quindici anni si è consacrata a Cristo. Ormai trentenne, vive ritirata nella propria casa dove osserva scrupolosamente regole monastiche autoimposte. È una donna libera, pronta a partecipare alla vita della città e, secondo le tradizioni familiari, disponibile ad accollarsi oneri e incarichi civili.

Nel momento dell’arrivo degli Unni la religiosa si espone, contrapponendosi con decisione alla scelta vigliacca degli uomini: «Lascerete che l’orrendo fetore degli Unni inondi Parigi?» La paura è una pessima consigliera e un gruppo di uomini affronta Geneviève minacciosamente, con l’intenzione perfino di lapidarla: «Donna, non intrometterti e non interferire nella nostra decisione di lasciare la città. Il barbaro, di cui tremo a pronunciare il nome, con il suo esercito di orchi distruggerà Parigi e nessuno, uomo o donna, vecchio o infante sarà risparmiato. Un orribile destino ci attende! Smetti di aizzare le nostre donne contro di noi. Siamo mariti e padri e cerchiamo di mettere in salvo le nostre famiglie dalla ferocia di un demone. Non a caso ha la paurosa nomea di “flagello di Dio”. Ha soggiogato e distrutto intere popolazioni. Non conquista le città: le abbatte e ne lascia macerie fumanti. Dobbiamo fuggire in fretta e disperderci nelle campagne. Tu non ti devi opporre alla nostra decisione e sconvolgere le menti delle nostre donne. Le preghiere? Chiacchiere che non spaventeranno di certo i barbari. Fuggiranno nell’udire le vostre intense orazioni, specialmente se cantate! No, tu sei pazza e non ti permetteremo di attirare nel baratro della tua follia tutti gli abitanti di Parigi. Noi ora ti fermeremo per sempre».

«Uccidetemi pure dando ulteriore prova della vostra vigliaccheria. Fuggite davanti ad Attila e lapidate una monaca inerme» replica Geneviève ferma e determinata. Ma nessuno si muove per l’intervento di un arcidiacono del santo vescovo Germano: la donna che stanno per uccidere è stata riconosciuta dal santo quale prescelta da Dio fin dall’età di sette anni. Libera di agire Geneviève raduna nel battistero numerose donne per pregare, dopo averle esortate con parole di fuoco. Ecco il piccolo apologo risonante nei secoli: «Che gli uomini fuggano, se vogliono e se non sono più capaci di battersi. Noi donne pregheremo Iddio così tanto che ascolterà le nostre suppliche».

La forza delle donne ha vinto sulla paura. Parigi non viene abbandonata. Nessuno fugge, tutti si adoperano a rafforzare le opere di difesa della città. Treviri, Metz e Reims hanno già subito il saccheggio distruttivo degli Unni che ora, accampati a poche miglia, preparano l’assedio e l’assalto a Parigi. Attila convoca gli aruspici prima di muoversi, come è solito fare. Gli parlano di presagi non favorevoli. Chiede ai luogotenenti cosa sia successo. «Mio re, a Parigi si stanno rafforzando le difese con mura e fossati. Il contingente romano si è arricchito di volontari. Nulla in confronto alla tua forza».

«Mi era stato detto che non avremmo trovato resistenza. Ora cosa è cambiato che persino gli astri sono contrari?».

«Sire, pare che una donna sacra sia intervenuta a cambiare le cose».

«Una donna sacra? Dovrei aver paura di una donna? Chi è costei?».

«Dicono che fin da piccola si votò al servizio del Dio cristiano e che faccia prodigi e che schiere dei loro angeli la proteggano».

Sebbene il sacro incuta timore allo spietato barbaro, facile preda della superstizione, il re degli Unni irride: «Domani Parigi sarà nostra, voglia o no la sacra monaca!».

Nessuno sa cosa abbia sognato nella notte Attila, ma quando il suo esercito si muove evita Parigi, volgendosi verso Orléans. Nei Campi Catalaunici si scontra con i Romani in una delle più sanguinose battaglie della storia. Attila sconfitto lascia le Gallie. Parigi è integra e salva e la fama di Geneviève cresce a dismisura. La storia impone le sue imperscrutabili regole e la caduta dell’impero romano d’occidente trascina con sé nel baratro i poteri locali. Parigi, che è sotto il governo di Roma, viene cinta d’assedio da un popolo franco guidato dal re Meroveo e da suo figlio Childerico. Geneviève, ripresa la vita monastica, non interviene a favore di alcuno. Quando la carestia e gli effetti del prolungato assedio riducono i parigini a morire di fame, lascia la sua clausura. Organizza un convoglio fluviale formato da undici barconi e si porta con essi fino a Troyes stipandoli di vettovaglie e soprattutto di grano. Nel percorso continua a compiere miracoli e scaccia due demoni che cercavano di affondare i barconi.

Salva nuovamente il popolo di Parigi. Vince la fame usando persino la propria casa come forno per cuocere il pane. Childerico espugna la città e diviene praticamente il primo re dei Franchi. Geneviève stabilisce già con lui un buon rapporto, come se conoscesse la grande importanza che avrebbero avuto i Franchi per il cattolicesimo e per le Gallie. Nel 481, morto Childerico, assume il potere il figlio Clodoveo. Con lui, primo re assoluto di tutti i Franchi, la pur anziana monaca, forte della grande fama e della profonda fede, stringe un rapporto importante. Con l’ausilio di Clotilde, moglie cattolica di Clodoveo, ottiene addirittura la conversione del re. Egli è il primo sovrano cattolico di un regno in Europa, dato storico di grande portata.

La lunga vita di Geneviève, segnata fin dall’infanzia dalle premonizioni di san Germano e spesa fra clausura e impegno civile, tratteggia esemplarmente il passaggio dall’impero ai regni romano-barbarici e l’avvento del medioevo. Per tutta la cristianità è il simbolo della fede attiva che con la preghiera vince ogni male.

di Beniamino Baldacci

 

Beniamino Baldacci

Beniamino Baldacci è medico di famiglia a Roma da molti decenni, amato dai suoi pazienti come difficilmente accade nelle grandi città. Tutti gli riconoscono, accanto a un alto livello professionale, la capacità di comprendere l’anima dei malati, la pazienza di avvicinarsi a ciascuno con la disponibilità di ascoltarlo, di vedere il suo fardello di dolore, le sue sconfitte e le sue stanchezze, che spesso sono alla base delle malattie. Ha sei figli e sei nipoti, ha scritto vari articoli di medicina e due romanzi storici Leone. Donne e tradimenti (2014), premiato al Spoleto Festival Art nello stesso anno, e nel 2017 La lupa e l’eletto.

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