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La forza della democrazia

· Si vota in Egitto per il Consiglio della Shura ·

La fine dei regimi ultradecennali, invocata nelle piazze arabe e nordafricane in rivolta, è arrivata. Ma lo tsunami iniziato il 17 dicembre del 2010 in Tunisia, con il gesto disperato del fruttivendolo Mohamed Bouazizi che si immolò nella città di Sidi Bouzid, per protesta contro i maltrattamenti della polizia, è ancora in corso anche se significativi passi avanti sono stati compiuti. La forza della democrazia si è vista nei Paesi dove si è votato e soprattutto in Egitto dove, dopo la prima fase elettorale, il capo supremo delle forze armate, Hussein Tantawi — che ha gestito il periodo di transizione dopo le dimissioni, l’11 febbraio, dell’ex presidente Mubarak — ha trasferito i poteri legislativi all’Assemblea del popolo (la Camera bassa del Parlamento) che si è insediata il 23 gennaio.

La cosiddetta primavera araba ha avuto un eloquente apporto da social network, quali Facebook e Twitter. Infatti, internet è stato un mezzo per scambiarsi più velocemente le informazioni e anche grazie a questo che la fiducia nella democrazia e nelle riforme economiche e politiche non si è potuta più arrestare. La storia ci insegna che non c’è cambiamento senza tecnologia, perché è grazie alla velocità e alla qualità che gli uomini riescono a trovarsi insieme. Ma i mezzi di comunicazione non vanno mitizzati: non bisogna credere che essi abbiano in sé una risposta, ma sono una condizione straordinaria per produrre cambiamenti.

Il voto in Egitto — iniziato il 28 novembre scorso e che si è svolto in tre tornate — ha finora premiato i movimenti islamisti (tutti banditi durante il regime di Mubarak). Il Partito giustizia e libertà, braccio politico dei Fratelli musulmani, ha conquistato il 47,18 per cento ottenendo 235 seggi nell’Assemblea del popolo (composta da 498 deputati). Il movimento fondamentalista salafita di Al Nour ha avuto il 24 per cento (121 seggi). Sono 13 i partiti, su trenta che si sono presentati, che sono riusciti a portare rappresentanti in Parlamento e le forze laiche e moderate, Al Wafd e il Blocco egiziano hanno ottenuto 38 e 34 seggi rispettivamente.

Anche le elezioni per il Consiglio della Shura (la Camera alta del Parlamento) era prevista inizialmente in tre turni che sarebbero durati fino a marzo. Ma in seguito si è deciso di semplificare il processo e ridurre il tutto a due turni che si svolgeranno dal 29 gennaio al 6 febbraio e dal 14 al 22 febbraio. Successivamente il Parlamento dovrà eleggere una commissione composta da cento membri incaricati di redigere la nuova Costituzione. A completare l’iter elettorale in giugno sono previste le presidenziali. Ora ci si interroga sui possibili futuri scenari politici che caratterizzeranno Il Cairo: l’insindacabile vittoria dei Fratelli musulmani e dei salafiti hanno portato a un Parlamento a matrice islamica, ma tuttavia ciò pare non essere una logica conseguenza. Infatti, se i salafiti continuano a rappresentare il fronte fondamentalista molto lontano dall’ideale democratico i Fratelli musulmani da tempo portano avanti un processo di cambiamento della propria immagine e collocazione politica, al punto di instaurare un dialogo anche con gli Stati Uniti.

Mentre il presidente americano, Barack Obama, ha parlato telefonicamente con il capo del Consiglio supremo delle forze armate, Hussein Tantawi, ribadendo «il sostegno degli Stati Uniti alla transizione egiziana verso la democrazia», il vice segretario di Stato americano, William Burns, ha avuto recenti colloqui al Cairo con i vertici dei Fratelli musulmani, incontro che segna il culmine della cauta strategia di avvicinamento dell’Amministrazione di Washington che però non ha celato ai suoi interlocutori le sue preoccupazioni per l’atteggiamento del gruppo nei confronti della minoranza cristiano-copta, della condizione femminile e del Trattato di pace con Israele. Inoltre, il premier egiziano, Kamal Ganzuri, ha incontrato nelle scorse settimane i vertici del Partito libertà e giustizia, che si sono mostrati disponibili «a lavorare con tutte le forze politiche nell’interesse dell’Egitto». Il nuovo speaker dell’Assemblea del popolo, esponente di spicco dei Fratelli musulmani, Saad Al Katatni, ha dichiarato dopo l’elezione: «Vogliamo costruire un nuovo Egitto, costituzionale, democratico e moderno». La «democrazia sarà la fonte del nostro potere parlamentare» ha aggiunto tra gli applausi scroscianti dei deputati.

Certo nonostante i passi avanti sulla strada della democrazia le difficoltà non mancano. D’altra parte la primavera araba ha gelato la crescita economica. Settantacinque miliardi di dollari persi nel 2011. Tanto è costato alle economie dei Paesi arabi gli sconvolgimenti politici a catena senza precedenti. A stimarlo è stato Mohammed Al Tiweijri, alto rappresentante della Lega araba, in un’intervista al giornale economico saudita «Al Iqtisadiya». «Questa cifra — ha detto — può continuare a salire dal momento che alcune aziende continuano a restare inattive, gli investitori stranieri se ne stanno andando e gli scioperi aumentano». L’economia egiziana rischia il collasso: il pil è calato del 3 per cento, gli investimenti esteri diretti sono passati dagli 11 miliardi di dollari del 2007 a meno di due miliardi. Per l’Fmi la crescita economica è stata dell’1,2 per cento, rispetto al 5,1 del 2010. Il tasso di disoccupazione è dell’11,9 per cento, il più alto degli ultimi dieci anni.

Ma mentre proseguono le manifestazioni di attivisti a piazza Tahrir bisogna guardare con speranza al futuro dell’Egitto: Hussein Tantawi ha revocato lo stato di emergenza in vigore dal 1981 (salutata come «una tappa importante» anche dagli Stati Uniti), ha concesso la grazia a 1.959 persone giudicate dalla giustizia militare — tra cui il blogger Maikel Nabil — e ha inoltre assicurato che le forze armate, terminata la fase di transizione, torneranno al loro ruolo «che è quello di proteggere la Nazione e che abbiamo esercitato con grande orgoglio». Sono tutti segnali positivi che un cambiamento irreversibile sta avvenendo nel Paese dei faraoni.

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