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La folle lotta di Agostino

· Nel film "Monte" del regista iraniano Amir Naderi ·

Ambientato in un luogo imprecisato sulle alpi italiane e in tempo indefinito del passato ma assimilabile al medioevo, l’ultimo film del regista iraniano Amir Naderi, Monte, si presenta quasi come un racconto biblico, austero al limite dello scarno, ma con un’alta riflessione morale. Un’opera anche epica, in cui il protagonista Agostino, novello Sisifo, intraprende una titanica lotta con la montagna che gli sottrae la vita e il futuro. Perché vivere su quella montagna non è facile: la terra è aspra, rocciosa, perennemente oscurata dall’ombra di uno sperone maledetto che non lascia mai filtrare un raggio di sole.

Agostino subisce la durezza di quel luogo inospitale, abbandonato da Dio, ma probabilmente abitato pur con penosa fatica da generazioni dalla sua famiglia. Eppure né lui né la moglie intendono lasciarlo. Nemmeno dopo aver seppellito la figlioletta, scena iniziale del film. Neppure quando nel piatto dell’altro figlio non c’è nulla da mangiare, così come in quello degli altri sparuti abitanti della zona che alla fine si arrendono, decidendo di scendere a valle. Agostino e Nina, con il piccolo Giovanni, restano soli. La donna soprattutto non riesce a staccarsi dalla tomba della figlia. L’uomo invano tenta di strappare a quella terra sterile qualcosa da mangiare, e altrettanto invano scende a valle, in paese, per vendere le poche, anemiche verdure che nessuno vuole acquistare, perché i paesani lo scansano, oltre che per la sua lontananza dalla fede, anche per la cattiva fama della famiglia, accusata di portare malasorte.
Agostino sembra vinto dalla disperazione, ma alla fine decide di non rassegnarsi, trasformando la sua rabbia in una folle determinazione: abbattere la montagna. E così, armato di martello, sostenuto da una volontà incrollabile e dalla silenziosa complicità della moglie, comincia una lotta impari per la sopravvivenza. Una lotta che durerà anni e alla quale poi si unirà il figlio Giovanni, tornato, ormai adulto, per condividere col genitore un destino che appare comunque indirizzato verso una sconfitta. Fino all’imprevedibile epilogo.
Monte non è un film facile. Vagamente pasoliniano nella messinscena, prolisso ed estenuante per la ripetitività di alcune sequenze e per gli scarni dialoghi, per due terzi della sua durata chiede allo spettatore una pazienza quasi pari a quella del protagonista. Ma i trenta minuti finali ripagano ampiamente lo sforzo di attenzione, perché improvvisamente si è di fronte a una sferzata di cinema puro, con tutta la sua forza, fatta soprattutto di immagini e di suoni. Trenta minuti che restituiscono senso all’assenza di azione, ai silenzi prolungati, ai colori diafani della fotografia, in una sottrazione che sembra voler rifiutare qualsiasi indulgenza al realismo e in cui alla fine emerge con insistenza solo l’inquietante e opprimente respiro della montagna. Il regista non è nuovo al racconto di sfide che si trasformano in ossessioni e viceversa. Era accaduto con Marathon. Enigma a Manhattan (2002), in cui la protagonista è insensatamente intenta a battere il record di cruciverba completati in un giorno, senza curarsi di ciò che accade attorno a lei. Ma in generale molti degli eroi che popolano il cinema di Naderi sono persone semplici, impegnate in una continua lotta contro sé stessi e contro un mondo ostile. Anche se qui la lotta appare come una metafora dell’esperienza umana, laddove l’uomo si vede costretto ineluttabilmente a combattere contro ogni logica, nonostante non ci sia altra via d’uscita, perché la resa sarebbe paradossalmente più dolorosa della sconfitta.

Lo sguardo di Naderi è distaccato; non indulge nel pietismo verso il protagonista né vuole ammiccare allo spettatore con scene di grande impatto o con l’affabulazione. Gli bastano alla fine quel rabbioso impeto di energia che trasfigura Agostino e le immagini prolungate della sua personale e ingenua lotta contro la montagna. Gli unici suoni che si sentono, assordanti, sono quelli del martello sulla roccia e il gemito dello sforzo che accompagna ogni singolo colpo. Con Monte — presentato a Venezia, dove ha ricevuto anche un riconoscimento — Naderi vuole dimostrare che con la forza di volontà l’uomo può superare qualsiasi ostacolo, che non ci sono avversità insuperabili, spingendosi oltre il limite. E che dietro tale impeto ci sia una forza che viene dal divino o che si tratti solo di umana caparbietà non sembra fare molta differenza. Ciò che importa è la fede in ciò che si fa. Sembra pensarlo anche quel Dio in cui Agostino non crede. Ma che alla fine sembra muoversi a compassione nei confronti di questo piccolo, grande uomo. O almeno è così che ci piace credere.

di Gaetano Vallini

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23 maggio 2018

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