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La firma che mancava

· ​Una convenzione tra i laboratori di restauro vaticano e italiano ·

Oggi i laboratori di restauro dei Musei vaticani vogliono dire 59 operatori di ruolo nelle varie specializzazioni (pittura su muro, tela e tavola, materiali lapidei, metalli, carta, tessuti, manufatti etnografici); vogliono dire 43 professionisti impegnati in contratti a tempo pieno fino a un massimo di cinque anni continuativi nei grandi cantieri attualmente aperti (Galleria delle Carte Geografiche, pitture murali nel Santuario della Scala Santa in San Giovanni in Laterano, Sala di Costantino nel percorso delle Stanze di Raffaello). Vogliono dire infine 66 liberi professionisti che, come ditte individuali o in associazione, lavorano a una miriade di commesse minori sulle opere d’arte delle nostre collezioni. 

Si tratta quindi di una forza lavoro davvero notevole; pari a 168 operatori che, seguiti dagli 11 specialisti del Dipartimento ricerche scientifiche diretto dal professor Ulderico Santamaria, corrispondono a un impegno economico del valore medio annuale di più di due milioni di euro. Questa, in estrema sintesi, è la realtà dei Laboratori di restauro dei Musei vaticani; una realtà che a Roma chiede di confrontarsi soltanto con una struttura analoga per dimensioni, prestigio ed importanza. Mi riferisco all’I.S.C.R., acronimo che sta per Istituto superiore centrale del restauro, ubicato in Trastevere all’interno del complesso monumentale del San Michele a meno di un chilometro di distanza dal cupolone. È la struttura scientifica e operativa del ministero dei Beni culturali che molti considerano, insieme al fiorentino Opificio delle pietre dure, la massima eccellenza internazionale nel campo della scienza della conservazione. I rapporti fra l’Istituto centrale e i Laboratori di restauro vaticani sono solidi e antichi. Possiamo farli iniziare dal 1944, quando in Roma «città aperta» occupata dalle truppe tedesche il direttore Cesare Brandi decise di ricoverare in Vaticano, per preservarle da danneggiamenti o requisizioni, le attrezzature scientifiche, per l’epoca all’avanguardia, dell’Istituto che il ministro Bottai aveva inaugurato appena tre anni prima.
Nei decenni e negli anni successivi, ininterrottamente fino ad oggi, i rapporti sono continuati sotto forma di consulenze, di collaborazioni scientifiche, di formazione di tecnici poi assunti nei ruoli della amministrazione della Santa Sede. Non c’è stato, si può dire, grande restauro vaticano che non abbia coinvolto i direttori dell’Istituto, da Cesare Brandi a Pasquale Rotondi, da Giovanni Urbani a Umberto Baldini, fino agli ultimi Michele Cordaro, Caterina Bon Valsassina, Gisella Capponi. Basti pensare al ruolo svolto fra gli anni Settanta e tutti i Novanta dello scorso secolo, da Gianluigi Colalucci il restauratore degli affreschi sistini che è stato uno dei primi e più brillanti allievi di Cesare Brandi. Potrà sembrare strano, ma una storia di collaborazione operativa e di condivisa cultura della conservazione lunga settant’ anni fra il restauro vaticano e l’Iscr italiano, non ha mai avuto forma di regolamentazione o, almeno, di reciproco agreement. A questo vuoto normativo abbiamo rimediato il 31 maggio con la firma di una convenzione fra l’Iscr e i Musei Vaticani. Erano presenti alla cerimonia, nella sede del San Michele, insieme ai firmatari della convenzione (chi scrive e Gisella Capponi direttrice dell’Istituto), il già nominato Ulderico Santamaria, Vittoria Cimino responsabile dell’Ufficio del Conservatore, Roberto Romano, segretario dei Musei vaticani, e Mattia Mari dell’Ufficio giuridico del Governatorato della Santa Sede. La convenzione prevede, fra l’altro, l’attivazione di linee condivise di ricerca scientifica, lo scambio di esperienze e di informazioni, la messa a punto di protocolli teorici e operativi, con particolare riguardo ai delicati settori della conservazione programmata e del controllo ambientale, l’accoglienza nei nostri cantieri di stagisti della scuola di restauro Iscr e la contestuale presenza degli operatori vaticani ai corsi specialistici dell’Istituto.
Convinti come siamo che la buona cultura della conservazione e le buone pratiche fanno la qualità del restauro, io e la mia collega e amica Gisella Capponi, affidiamo le migliori speranze alla «nostra» convenzione del 31 maggio 2016. 

di Antonio Paolucci

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