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La filosofia delle virtù cristiane

· Una meditazione di Erich Przywara ·

Il gesuita polacco Erich Przywara, filosofo, teologo, conferenziere e grande uomo di cultura del secolo XX — scrittore prolifico con all’attivo ben ottocento ricerche e cinquanta monografie — visse a contatto con i grandi pensatori e letterati del suo tempo: Edmund Husserl, Max Scheler, Edith Stein, Paul Tillich, Karl Barth, Martin Heidegger, Martin Buber, Hugo Rahner, Peter Lippert, Gertrud von Le Fort e von Balthasar. Attraversò il difficile periodo successivo alla prima guerra mondiale, il drammatico frangente della dittatura nazista e quello della ricostruzione del pensiero e della società dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. Prediligeva il silenzio, quello che «sovrasta tranquillo il fragore del mondo e placa l’agitarsi dell’universo» ma era un genio musicale molto apprezzato dagli amici tanto da essersi guadagnato il nomignolo di tzigano per la sua abilità nel suonare il violino. Gigante del pensiero filosofico e teologico asseriva che «per il credente è legittima una filosofia teologica, ma non una teologia filosofica». 

Da una simile ricchezza culturale e teologica nacque anche uno scarno libretto ( Umiltà, pazienza e amore, Brescia, Queriniana, 2018, pagine 108, euro 8,50) articolato in tre meditazioni, dedicate appunto alle tre virtù che si dimostrano però le facce di un unico Mistero. Non si tratta di riflessioni devozionali e pietistiche ma di un percorso dottrinale di altissimo livello, già stato trattato in studi antecedenti ma che ora acquista una valenza particolare: «Un contributo per la ricerca del rapporto fra l’antica dottrina classica e quella cristiana». Il confronto è serrato e giunge a illuminare l’originalità delle virtù cristiane. L’umiltà «non ha posto alcuno nella filosofia greca classica dalla quale è stato formato il pensiero occidentale» e viene considerata invece dal cristianesimo come il mistero che avvolge due amanti: «esiste così un condizionamento intimo e reciproco tra il “sempre più grande” di Dio e la piccolezza dell’umiltà: “Egli sarà sempre il più grande, per quanto noi cresciamo” (...). Allora noi potremo essere grandi in lui, se saremo sempre piccoli sotto di lui». I greci non conoscevano una divinità paziente, Przywara illustra invece la pazienza come una forma di relazione, un admirabile commercium: «la maturità vera e propria dell’amore (...) la perfetta opera di Dio, in Cristo, nella chiesa: il trionfo dell’amore nella sua perfetta donazione di sé». L’amore, come agape e come comunione d’amore con Dio nell’alleanza, trova il suo modello in Teresa di Gesù Bambino e nella sua «piccola Via» in quanto «è la vera via per assomigliare al Santo Volto del Dio in Cristo crocifisso e morente». Si riuniscono così le tre virtù nello «“scandaloso e paradossale” simbolo dell’indissolubile appartenenza di umiltà, pazienza, amore quale emblema della virtù specificamente cristiana». Sotteso a tutta la ricerca vi è un aspetto tipico del pensatore Przywara: «In questi studi non viene usata esplicitamente “l’analogia della dissomiglianza sempre maggiore”, analogia che l’autore aveva sottolineato quale struttura dinamica fondamentale sempre valida; tuttavia, essa, proprio secondo il suo carattere di struttura dinamica fondamentale, costituisce quel ritmo che pervade tutto il libro». Innervato dal mistero di «quel fuoco divorante (Deuteronomio 4, 24; Ebrei 12, 29) che Dio “è” come amore (1 Giovanni 4, 8): divorante se stesso e se stesso in noi».

di Cristiana Dobner

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19 maggio 2019

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