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La filippica di Stevenson

Il 2 luglio 1859 Joseph de Veuster ricevette l’abito religioso nella congregazione dei Sacri cuori e il nome nuovo di Damiano. Quarant’anni più tardi, esattamente il lunedì santo del 1889, il sacerdote belga morì nel lebbrosario di Molokai, isola delle Hawaii, dopo sedici anni di attività missionaria.

Robert Louis Stevenson

Un mese dopo la morte di padre Damiano, spinto da «interesse umano e curiosità di scrittore», al lebbrosario fece visita Robert Louis Stevenson. Un articolo de «L’Osservatore Romano» del 17-18 agosto 1977, a firma di Natal Mario Lugaro, descrive l’esperienza dello scrittore e poeta scozzese come talmente toccante e profonda da spingerlo, d’impulso, a dedicare dei versi ad alcune suore incontrate durante il suo viaggio verso «l’isola della morte». E un anno più tardi, a rispondere veementemente al dottor Hyde, pastore protestante di Honolulu, che sul giornale «Sydney Presbyterium» aveva rivolto accuse infamanti all’indirizzo dell’«eroe di Molokai».

Stevenson lo difese con una lettera divenuta poi celebre, tanto che il «Daily Telegraph» la definì «una delle grandi invettive del mondo, prosa immortale come le Filippiche», in cui espresse il proprio sdegno «non con pagine descrittive o letterarie, ma con l’impeto della polemica». Una condanna verso il pastore protestante, a fronte dell’ammirazione nutrita per il sacerdote belga e per la «sua missione, nata nello strazio dell’umanità ferita», come riportato da Lugaro, che concluse l’articolo con parole ispirate dai versi della poesia: «La lettera di Stevenson appartiene come eloquente testimonianza all’antologia del dolore da cui nasce la bellezza della carità».

Questo il testo della poesia così come venne riportata dal nostro giornale nel numero del 17-18 agosto 1977: «“Nel vedere di questi luoghi la miseria infinita / le mutilate membra, i volti devastati / le vittime innocenti che sorridono sotto la sferza...”. E prosegue dicendo che di fronte a un così deprimente spettacolo, lo stolto sarebbe tentato di negare Dio, ma “Se torna a guardare la bellezza ecco sorge dal grembo del dolore. / Vede le suore sulle sponde dolenti / e per quanto sia stolto tace e adora”». Davvero Stevenson merita, per la sua commossa partecipazione, la definizione di «noi lebbrosi», motto usato di consueto da padre Damiano, anche prima di contrarre la malattia. (fabrizio peloni)

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