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La figlia di san Pietro

· Giovanni Maria Vian racconta la santa del mese ·

Una messa, un quadro e un misterioso affresco: ecco ciò che resta di Petronilla. Ogni anno il 31 maggio si celebra nella basilica vaticana in onore della santa, nel giorno e all’altare dedicati alla memoria di lei, la figlia dell’apostolo Pietro, davanti alla grande riproduzione in mosaico della tela del Guercino che ne raffigura la sepoltura e la gloria. Ma la celebrazione e l’enorme dipinto seicentesco sono soltanto il punto di arrivo di una storia intricata e lunga quasi venti secoli.

Veneranda e Petronilla (Catacombe di Domitilla, Roma)

All’inizio vi sono l’accenno alla moglie di Cefa in una lettera autentica di Paolo (1 Corinzi, 9, 5) e un celebre episodio evangelico, quando cioè Gesù guarisce dalla febbre la suocera del primo degli apostoli (Marco, 8, 14-15). A queste scarne notizie storiche si sovrappone più tardi, a metà del iv secolo, un dato altrettanto sicuro: l’immagine di una martire, Petronella, affrescata nella catacomba romana di Domitilla.

Pietro dunque era sposato e, benché nei testi del Nuovo Testamento non vi sia allusione a una sua discendenza, nulla impedisce di pensare che l’abbia davvero avuta. Sua figlia entra invece apertamente in scena, pur senza nome, più tardi, nel frammento copto (iv o v secolo) appartenente a un testo apocrifo greco, gli Atti di Pietro, scritti verso la fine del ii secolo. «Perché non hai soccorso tua figlia, vergine, che è cresciuta bella e ha creduto nel nome del Signore? Vedi, ha un fianco completamente paralizzato e giace là in un angolo impotente. Noi vediamo quelli che tu hai risanati mentre a tua figlia non hai prestato alcuna cura» dice la folla all’apostolo, quasi rimproverandolo.

Da qui il racconto prende un andamento drammatico: per dimostrare che Dio può tutto, Pietro ottiene la guarigione della fanciulla, ma solo per un momento, e subito dopo le ordina di tornare nello stato precedente. Di fronte poi ai pianti e alle implorazioni dei presenti, spiega che la figlia era rimasta paralizzata proprio in seguito alle sue preghiere, dopo essere stata rapita dal ricchissimo Tolomeo, che la restituisce infine ai genitori. «La portammo via, lodando il Signore che aveva risparmiato la sua serva dalla violenza, l’obbrobrio e la corruzione. Ecco perché la fanciulla si trova in tale stato» conclude l’apostolo. Il pretendente ricco si pente e morendo lascia in testamento alla ragazza un terreno: Pietro lo vende ma, senza tenere nulla per sé o per la figlia, distribuisce il ricavato ai poveri.

Testo di origine gnostica, gli Atti di Pietro mostrano nell’episodio una concezione negativa, e di conseguenza una svalutazione radicale, del corpo, della dimensione sessuale e del matrimonio. Tendenza accentuata nell’allusione allo stesso episodio in un altro apocrifo gnostico, gli Atti di Filippo, scritti in greco e risalenti all’inizio del iv secolo: «Pietro, il capo, perciò fuggiva da ogni luogo dove si trovava una donna. Di più fu scandalizzato a causa di sua figlia, che era molto bella. Pregò pertanto il Signore e divenne paralitica sul fianco, in modo da non essere sedotta».

Una correzione in senso ortodosso della leggenda gnostica si ha nel vi secolo, quando nella Passione dei santi Nereo e Achilleo compare il nome di Petronilla (che richiama per assonanza quello di Pietro), risanata dal padre e poi pretesa in sposa dal pagano Flacco, ma che muore dopo tre giorni, evitando nozze non volute. Nella seconda metà del Duecento quest’ultima versione è inserita ed enormemente diffusa dalla Legenda aurea del domenicano Iacopo da Varazze: la paralisi viene però depotenziata in febbre, mentre la ragazza viene guarita perfettamente da Pietro, per poi sfuggire alla costrizione del matrimonio con la morte. Da qui l’iconografia, fino al dipinto del Guercino.

Figlia femmina che muore senza discendenza, in età tardoantica Petronilla sottolinea con la sua storia il rifiuto di qualsiasi pretesa dinastica nella successione all’apostolo, proprio mentre severe disposizioni proibiscono la designazione del successore da parte del vescovo di Roma in carica. Nel frattempo la presenza della sepoltura di una Petronilla «figlia dolcissima» nel cimitero di Domitilla suggerisce l’identificazione con quella dell’apostolo e l’intitolazione di una basilica vicina. Inosservato sembra invece restare l’affresco che nella stessa catacomba raffigura una giovane cristiana martire, Petronella, che introduce in paradiso un’altra donna, Veneranda.

Passa il tempo, e a metà dell’VIII secolo, per sostenere simbolicamente l’alleanza strategica con i sovrani franchi, il sarcofago di Petronilla viene trasferito presso la basilica fatta costruire da Costantino sul sepolcro dell’apostolo, in un piccolo mausoleo teodosiano che diviene il luogo di culto dei nuovi protettori della sede romana. Così da allora alla figlia di san Pietro si accosta la «figlia primogenita della Chiesa». Sarà infatti un cardinale francese a pagare un giovanissimo scultore fiorentino, Michelangelo Buonarroti, per una mirabile Pietà che viene collocata nell’antichissima cappella, poi demolita. Ma la nuova basilica ospiterà, a destra dell’altare berniniano della Cattedra, quello in onore di santa Petronilla. E se la modernità sembra opporsi al legame con la Francia, sono proprio i suoi ambasciatori presso la sede apostolica, da Chateaubriand ai rappresentanti della Repubblica, senza distinzione, a tenerlo vivo, fino al ripristino a metà del Novecento della messa annuale. In onore di una ragazza misteriosa, ma di cui rimane con sicurezza la testimonianza cristiana sulle orme di Pietro.

Giovanni Maria Vian (1952), docente di Filologia patristica alla Sapienza, ha studiato soprattutto il giudaismo e il cristianesimo antichi, la storia della tradizione cristiana, il papato contemporaneo. Dal 2007 è direttore dell’Osservatore Romano.

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