Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​La ferita della frontiera

· ​Il viaggio in Messico nella stampa internazionale ·

Sul «Corriere della sera», Gian Guido Vecchi, commentando il viaggio di Francesco in Messico, pone l’accento sul fatto che in quelle zone operano «novecentocinquanta pandillas, le bande armate legate al narcotraffico, con decine di migliaia di affiliati; con un numero di omicidi (fino a 2.500 l’anno) che ne ha fatto una delle città più violente del pianeta, il traffico di esseri umani che si aggiunge a quello della droga, la sequenza infinita di femminicidi che Roberto Bolaño raccontò nel romanzo “2666”». Il Papa ha benedetto «il punto esatto dove passa la frontiera tra Stati Uniti e Messico» scrive Marco Ansaldo su «la Repubblica», in una terra «immersa nella violenza delle bande di narcotrafficanti». Da una parte «Ciudad Juárez, oggi una delle città più sanguinose al mondo», dall’altra El Paso, la meta agognata; «in mezzo un reticolato. E migliaia che tentano di fuggire ogni giorno».

Su «Le Monde» Frédéric Saliba, parlando della messa conclusiva del viaggio, dedicata alle vittime della violenza, ricorda che se Ciudad Juárez nel 2010 era diventata la città più pericolosa del mondo ma ora appare tranquilla questo è dovuto a un patto di non aggressione tra i cartelli, avallato dalle autorità.

La città è un punto dove passano la droga e i clandestini, sotto lo stretto controllo del crimine organizzato che si fa pagare fino a settemila dollari per transitare oltre confine. Molti dei migranti sono richiedenti asilo perché vittime o testimoni di violenza.

Se da una parte il Messico minimizza i numeri e lascia i crimini impuniti, gli Stati Uniti respingono la maggior parte delle domande di asilo. Ma il tempo stringe, scrive il giornalista francese, perché «nello stato di Chihuahua l’omicidio è diventato la prima causa di mortalità dei giovani sotto i 17 anni». Nella corrispondenza intitolata «La messa surrealista di Papa Francesco alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti» Jean-Marie Guénois su «Le Figaro» scrive che a meno di cento metri dalle recinzioni di filo spinato, «lungo il fiume che si chiama Rio Grande o Rio Bravo, a seconda del Paese dove ci si trova», il vescovo di Roma che si oppone alla politica nordamericana — uno dei principali temi della campagna elettorale — ha lanciato un messaggio mondiale sull’emigrazione per promuovere i diritti dei migranti.

«Il Papa è voluto andare nel posto dove è stato versato più sangue» spiega padre Javier Calvillo a Dudley Althaus e Francis X. Rocca, giornalisti di «The Wall Street Journal», che raccontano il viaggio di Francesco in Messico dall’osservatorio di Ciudad Juárez, la città che ricapitola i temi più cari al Pontefice. Il viaggio di Papa Francesco ha già reallizzato il suo più grande obiettivo, scrive Pablo Ordaz su «El País» del 18 febbraio: mettere il Messico di fronte a se stesso. Ogni tappa ha messo in evidenza i suoi principali problemi: la povertà, gli effetti devastanti del narcotraffico sulla società civile, le vittime delle migrazioni di massa.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE