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La ferita del Natale 1833

· I versi di Manzoni sulla Natività ·

Fortunata coincidenza il ritrovarsi fra le mani pagine che ben si attengono a questo periodo di avvento che prelude al Natale. Si tratta degli Inni sacri di Alessandro Manzoni, fra i quali spicca, appunto, quello dedicato al Natale, il terzo dei cinque inni, che risale all’estate del 1813 (gli altri sono La Resurrezione, Il nome di Maria, La Passione e La Pentecoste).

Attingendo alle Sacre Scritture e ricorrendo alla fervida fantasia di scrittore e di credente, Manzoni vi celebra il mistero dell’incarnazione, significando la nascita di Gesù come l’avvio necessario del cammino verso la salvezza. Paragona il peccato originale a un grande masso che dalla montagna ha fatto precipitare l’uomo in fondo a un dirupo, fino all’avverarsi del meraviglioso evento da dove inizia il riscatto: la nascita di Gesù.

«Dormi Fanciul non piangere / Dormi o Fanciul celeste / Sovra il tuo capo stridere / non osin le tempeste». Non è il «dolce pianger di nulla» del fanciullino pascoliano. Manzoni sa tutto del destino che da quella nascita porterà alla croce, destino che lo scrittore vorrebbe esorcizzare: «non osin le tempeste».

La tempesta, dunque, è avvertita, c’è, ci sarà. Ci sovviene il quadro del Giorgione dove, alle spalle di una dolcissima maternità, si addensano le nubi presagio della tempesta che verrà. Presentimento che in quel Natale del 1813 Manzoni non poté avvertire per quanto, a distanza di venti anni, avrebbe colpito lui stesso nella gioia di quel giorno gaudioso.

Natale 1833: muore Enrichetta Blondel, la moglie di un addoloratissimo Manzoni che non si rassegna al silenzio di Dio di fronte alle preghiere inesaudite, e alla speranza di una guarigione dolorosamente invocata e negata. Un lutto che lo scrittore non riesce a elaborare, e il cui sfogo affida a una manciata di versi, Natale 1833, rimasti incompleti. Ma bastano per esprimere un sentimento diverso rispetto a quello espresso dall’inno sacro.

Manzoni si ribella al dolore che ritiene di subire ingiustamente e il «fanciullo celeste» della natività diventa «severo». «Regna sopra i turbini ... sì che tu sei terribile / sì che in quei lini ascoso / in braccio a quella Vergine / sovra quel sen pietoso/... è legge il tuo vagir / vedi le nostre lagrime / intendi i nostri gridi / il voler nostro interroghi / e a tuo voler decidi». È il lamento di un innamorato deluso, privato dell’amore di quella donna che, fra l’altro, aveva avuto un ruolo fondamentale nella sua conversione.

In quel Natale del 1833 Dio non rispose, si nascose nel silenzio. Ma bisognava capirne le motivazioni e un altro grande scrittore di fede cattolica, Mario Pomilio, a distanza di oltre un secolo, si assunse il compito di ricavare, scavando nel medesimo mondo manzoniano, le motivazioni per cui non bisognava disperare per il precipitare di quell’avventura umana.

Natale 1833 diventò il titolo dell’originale e profondo romanzo investigativo di Pomilio, dove riecheggia tutto di Manzoni. Ma il filtro è quello di Pascal, lo scrittore francese che in pieno Seicento non mancò di basare l’apologia della fede cristiana sul mistero di Dio: ciascuno ha da portare la croce del proprio dolore e il dolore di ciascuno è la croce di Dio, che pertanto è sempre presente, non estraneo ma partecipe del dolore dell’uomo.

di Melo Freni

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20 settembre 2019

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