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​La via femminile
alla ricerca scientifica

La professoressa Brisken è una brillante ricercatrice nel campo biomedico, dove è riuscita ad affermarsi in prestigiosi istituti di ricerca negli Stati Uniti, in Germania e in Svizzera, riconosciuta a livello internazionale per i suoi lavori sul controllo endocrino dello sviluppo della ghiandola mammaria e sul ruolo degli ormoni e dei composti con attività ormonale nella carcinogenesi. L’obiettivo dei suoi studi è quello di comprendere i meccanismi cellulari e molecolari attraverso i quali l’esposizione a ormoni endogeni ed esogeni contribuisce all’insorgenza del tumore della mammella, in modo da poter prevenire e curare questa patologia.

Uno dei numerosi ritratti attraverso i qualiil pittore svizzero Ferdinand Hodlerha raccontato le sofferenzedella sua amata Valentine Godé-Darel malata di tumore

Professoressa Brisken, come spiega la difficoltà delle scienziate a progredire nella loro carriera fino ai livelli dirigenziali?

Nella mia realtà lavorativa, le donne ai vertici delle istituzioni di ricerca scientifica sono effettivamente una minoranza, laddove il numero di dottorati pressoché si equivale.

Personalmente non credo, come spesso si dice, che ciò dipenda dal maggior coinvolgimento delle donne nelle problematiche personali e familiari. Io stessa ho avuto tre figli e questo non ha scoraggiato affatto il mio impegno lavorativo o diminuito la qualità dei miei studi, anche se occorre avere una grande determinazione e organizzazione per conciliare le esigenze della famiglia e quelle del lavoro.

Piuttosto, la mia esperienza mi dice che il fatto di essere minoranza ci esclude automaticamente da una dialettica paritaria con i nostri colleghi maschi, i quali hanno generalmente una maggior confidenza con l’esercizio del potere e più forti ambizioni personali. Ciò comporta che molto spesso la voce delle donne non venga ascoltata.

Inoltre, generalmente gli uomini eccellono nel farsi ascoltare e un po’ meno ad ascoltare la voce altrui.

Il problema di saper comunicare la propria immagine e sponsorizzare la propria attività è talmente importante per la carriera che molte donne seguono corsi di strategia della comunicazione, al fine di competere con i colleghi maschi sullo stesso terreno.

In questa situazione vedo profilarsi due problemi: il primo, è che le donne maggiormente motivate nel far carriera tendano a mascolinizzarsi; il secondo, più grave, è che il profilo scientifico e l’importanza del lavoro di ricerca possano passare in secondo piano rispetto all’abilità di saperli presentare.

Come giudica la qualità delle ricerche proposte e sviluppate dalle donne?

Dopo molti anni di professione nella ricerca biomedica, posso dire che spesso in questo campo le donne propongono progetti più innovativi e importanti per la qualità della vita e più aderenti ai bisogni delle persone. Non sempre, però, la rilevanza degli obiettivi viene premiata dal sistema di pubblicazione e, quindi, di valutazione per l’accesso ai finanziamenti. Inoltre, ho notato che le donne hanno una maggiore apertura all’interdisciplinarietà, e questo implica la capacità di saper ascoltare e assumere il punto di vista dei colleghi. Per questo rappresentano un vantaggio, in quanto la sempre maggiore complessità dei problemi da risolvere richiede un approccio multidisciplinare.

Per tutte queste ragioni abbiamo un grande bisogno di talenti femminili nella scienza.

Lei si occupa di un problema sanitario molto rilevante per le donne, il cancro della mammella. Qual è l’obiettivo dei suoi studi?

Il cancro della mammella, che è il tumore più frequente e la seconda causa di morte nelle donne, risulta in costante aumento e ci siamo chiesti il perché. Il primo passo è stato quello di studiare il ruolo degli ormoni sullo sviluppo della ghiandola mammaria in condizioni fisiologiche e nella carcinogenesi.

L’obiettivo era quello di comprendere i meccanismi cellulari e molecolari attraverso i quali l’esposizione a ormoni endogeni ed esogeni contribuisce all’insorgenza del tumore della mammella in modo da poter prevenire e curare questa patologia.

Fino a due secoli fa, il cancro della mammella colpiva principalmente le suore perché l’incidenza di questo tumore è legata alla storia riproduttiva e aumenta con il numero di cicli mestruali, mentre una prima gravidanza a un’età giovanile e l’allattamento sono fattori protettivi (l’effetto protettivo diminuisce con l’avanzare dell’età e si arresta a trent’anni).

Una parte dell’aumento del tumore al seno che si registra oggi nelle nostre società dipende dal cambiamento dello stile di vita delle donne che ha comportato gravidanze scarse e tardive con conseguente aumento dei cicli mestruali. Questo viene accentuato da una pubertà più precoce, probabilmente dovuta a diversi fattori ambientali.

Ma soprattutto l’incremento di questo tumore, come di altri tumori ormonodipendenti (cancro dell’endometrio, della prostata e dei testicoli), segue un andamento parallelo a quello della presenza in ambiente di sostanze chimiche di uso comune, alcune persistenti, che hanno la capacità di alterare la normale funzionalità ormonale: sono gli Endocrine Disrupting Chemicals (edc) o perturbatori endocrini.

Ci può fare un esempio di queste sostanze?

Un composto che desta preoccupazione è il bisfenolo a (bpa), usato per la produzione di plastiche, il quale è presente in diversi liquidi corporei nel 90 per cento della popolazione esposta soprattutto attraverso la dieta, ma anche per assorbimento cutaneo. Il bpa può raggiungere concentrazioni elevate anche in ambiente uterino ed è stato trovato infatti anche nel sangue del cordone ombelicale.

La problematica è ben illustrata dalla storia paradigmatica del dietilstibestrolo (des), una molecola di sintesi ad azione estrogeno-simile usata dagli anni quaranta agli anni settanta negli Stati Uniti per prevenire l’aborto. Dai primi anni cinquanta alla fine degli anni sessanta furono pubblicati numerosi studi che dimostravano la non efficacia del des come antiabortivo, ma fu ritirato dal mercato solo a partire dal 1975. Si stima che, solo negli Stati Uniti, tra il 1941 e il 1971, tre milioni di donne abbiano assunto il des.

Nel 1971 fu pubblicato un rapporto che dimostrava come nella progenie femminile di madri che avevano assunto tale sostanza si sviluppassero in adolescenza tumori della vagina, fino ad allora molto rari e con insorgenza solo in età avanzata.

Le donne esposte in utero al des hanno ora 50-60 anni, l’età di maggior rischio per il cancro della mammella, e si osserva che la percentuale di chi sviluppa questo tipo di tumore è circa il doppio rispetto alle donne che non sono state esposte nella vita uterina.

Inoltre, si è osservato un aumento dell’incidenza di malformazioni genitali e infertilità nella progenie, sia femminile che maschile, di donne esposte al des.

Di conseguenza, tornando al bpa, c’è la preoccupazione che l’esposizione in utero a questo composto possa aumentare il rischio di sviluppare il tumore al seno più tardi nella vita.

Quali insegnamenti possiamo trarre da queste ricerche?

Innanzitutto dovremmo chiederci come mai le nostre società tollerino questo stato di cose. Ogni anno vengono immesse nell’ambiente sostanze nuove alle quali tutti siamo esposti nella quotidianità: plastiche per tutti gli usi, materiali di isolamento termico, prodotti ignifughi, cosmetici, rivestimenti per contenitori alimentari. Molte di queste sostanze aumentano il rischio della popolazione di sviluppare patologie quali i tumori, di provocare disturbi della fertilità e alterazioni dello sviluppo endocrino o riproduttivo. Inoltre, il rischio si propaga, attraverso gli effetti sulla riproduzione e sullo sviluppo pre e post natale, anche alle generazioni successive.

La consapevolezza che già l’embrione in via di sviluppo è esposto agli effetti nocivi delle sostanze immesse nell’ambiente ci attribuisce una grande responsabilità rispetto alle generazioni future.

Frida Kahlo«Radici» (1943)

Di fronte a questa situazione abbiamo un urgente bisogno di trovare un equilibrio tra gli interessi economici e la salute dei cittadini.

Qual è una possibile ricaduta positiva delle sue ricerche sulla salute delle donne?

Attualmente stiamo sviluppando un progetto al quale tengo molto proprio perché ci avvicina concretamente alla soluzione di problemi delle singole persone. Si tratta della possibilità di personalizzare la terapia del tumore della mammella attraverso test di risposta ai trattamenti eseguiti sui tessuti espiantati dalla paziente.

In questo modo le pazienti possono ricevere una terapia personalizzata che è risultata più efficace dai test di laboratorio e i risultati sono molto incoraggianti.

Progetti per il futuro?

Insieme al professor Gian Paolo Dotto, mio marito, abbiamo fondato International Cancer Prevention Institute (icpi), un istituto virtuale per la prevenzione dei tumori. Oggi la ricerca sul cancro è concentrata soprattutto sulle terapie, mentre noi vorremmo promuovere linee di ricerca orientate alla prevenzione e offrire opportunità di formazione a giovani ricercatori in questo campo tramite questa fondazione.

Il nostro obiettivo è anche di informare meglio il pubblico e coloro che hanno potere decisionale, in quanto siamo convinti che una buona politica ambientale e sociale può tradursi in un rischio minore di sviluppare il cancro.

di Mariella Balduzzi

Cathrin Brisken

Cathrin Brisken è professore associato di Scienze della Vita al Swiss Federal Institute of Technology Lausanne (epfl), membro di diversi comitati e associazioni internazionali per lo studio dei tumori.

Ha conseguito la laurea in medicina e il dottorato in biofisica presso l’università Georg August di Gottinga e ha completato la sua formazione in biologia dei tumori e intrapreso la sua carriera di ricercatrice presso prestigiose istituzioni negli Stati Uniti (il Whitehead Institute of Biomedical Research in Cambridge, ma, il Cancer Center of the Massachusetts General Hospital, l’Harvard Medical School, Boston) e in Svizzera presso l’Istituto svizzero per la ricerca sperimentale sul cancro (isrec). È riconosciuta a livello internazionale per i suoi lavori sul controllo endocrino dello sviluppo della ghiandola mammaria e sul ruolo degli ormoni e dei composti con attività ormonale nella carcinogenesi.

Cathrin Brisken è sposata e ha tre figli.

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