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​La felicità viene
dal condividere

· Padre Vincenzo Bordo da quasi trent’anni tra i ragazzi e i poveri delle metropoli coreane ·

Per i coreani è Kim Ha-jong, cioè «servo di Dio». Vincenzo Bordo, sessantaduenne missionario italiano degli oblati di Maria Immacolata (Omi) da 29 anni trasferitosi in Corea del Sud, è ormai naturalizzato e ha acquisito la cittadinanza, il passaporto e perfino il nome coreano. La sua straordinaria esperienza di prossimità ai poveri gli sono valsi la stima, l’affetto, la gratitudine di migliaia di coreani e prestigiosi riconoscimenti istituzionali. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se anche il presidente Moon Jae-in, un cattolico che è alla guida della nazione, abbia voluto conferire un’onorificenza civile alla sua Casa di Anna, il luogo nella città di Suwon dove ogni giorno, con l’ausilio di decine di volontari, accoglie e offre il pasto a oltre 500 poveri, emarginati e indigenti. Moon ha voluto consegnargli la «medaglia d’onore nazionale» per il servizio disinteressato in favore dei più vulnerabili e del bene comune.

Padre Bordo riferisce a «L’Osservatore Romano» l’emozione e la sorpresa per la cerimonia svoltasi il 26 febbraio scorso alla Casa Blu a Seoul e nota: «Ho chiesto al presidente Moon di promuovere una “Accademia della speranza” che, attraverso incontri con persone distintesi nel servizio alla comunità o nel volontariato, aiuti i giovani a riscoprire valori come solidarietà, accoglienza, servizio, rispetto».

Il missionario ha fondato la Casa di Anna nel 1998, all’indomani della crisi finanziaria asiatica, quando migliaia di cittadini persero il lavoro e si ritrovarono letteralmente per strada. «Non era facile rintracciare e incontrare questi nuovi poveri che, in quella società opulenta, perfino si vergognavano della loro condizione», racconta. Nel corso degli anni, l’italo-coreano Kim Ha-jong ha imparato a vederli, ad accorgersi di quanti erano «gli invisibili nella società coreana», spesso anche per i membri della Chiesa. Da qui padre Bordo ha iniziato il suo percorso, tutto evangelico, di prossimità e di misericordia. E, tra lo scetticismo generale, ha avviato il primo centro di accoglienza, con una mensa dove sfamare i poveri quotidianamente. L’opera è andata avanti negli anni soprattutto grazie a donatori privati.

Ma, navigando nei bassifondi e nelle periferie delle ricche e luccicanti città coreane, il missionario si scontra con il fenomeno sommerso degli adolescenti senza famiglia. E non resta a guardare. Non attende che questi vengano a cercare aiuto: «Sapendo che ci sono 200.000 ragazzi per le strade, non potevo restare a predicare dal pulpito su Gesù che lascia le novantanove pecore nell’ovile per cercare quella perduta», ricorda. Così si mette alla guida di uno speciale autobus che la sera viaggia in cerca degli adolescenti abbandonati dalle famiglie e dallo stato, che scappano da tutti e da tutto. A Suwon, riferisce il missionario, «ogni anno circa duemila ragazzi lasciano la scuola e la famiglia. Solo pochi di loro incontrano i centri di accoglienza. Gli altri rischiano di distruggere drammaticamente la loro giovane vita tra alcool, prostituzione, furto, violenza, droga, criminalità, carcere». Per loro il missionario ha creato un network di solidarietà che li accoglie, li sostiene e, gradualmente, li reinserisce nel contesto della famiglia e della società.

di Paolo Affatato

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24 aprile 2019

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