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La fede
riposa nella coscienza

· Una riflessione sulla lettera al duca di Norfolk ·

La riflessione sulla storia di Newman non si limitava al suo momento storico, ma era rivolta a tutto il lungo itinerario che la cristianità aveva percorso, perché tanti episodi gli apparvero sempre non esauribili nel loro tempo e carichi di insegnamenti per il presente. I primi secoli della storia costituirono per lui una miniera inesauribile alla quale riferirsi, anche nei momenti di dubbio come nelle controversie. Rivedeva, alla luce dell’autorità dei Padri, il proprio modo di pensare e non faceva dire ai Padri quello che confermava il suo modo di pensare. Quello che accadde nella cristianità nei primi secoli, era lo specchio di quanto accaduto nei secoli seguenti. La diffusione del monachesimo nel Mediterraneo, per opera di Antonio e in seguito di Agostino, impedì quella secolarizzazione che era già latente alle origini. Per questo la vita monastica incontrò così tante difficoltà di comprensione e ostilità dopo le Riforme.

Lo studio della storia della Chiesa costrinse Newman a rivisitare il suo rapporto col liberalismo. Nel corso della sua lunga vita, fu variamente accusato ora di essere antiliberale ora, invece con sospetto, di essere simpatizzante del liberalismo come quando si confrontò con i giovani della cosiddetta Catholic Left. In realtà la sua fu una posizione veramente chiara. In verità, quello che lo insospettiva del liberalismo inglese era «la sua tendenza antidogmatica» in materia di fede che finiva per ridurre «la verità religiosa a una opinione privata o a un sentimento personale». Una visione, insomma, che finiva per ridurre qualunque credo religioso sullo stesso piano, ritenendoli tutti, nello stesso momento, veri e possibili.

Lo stesso studio della questione ariana non era fine a se stesso. Si stabiliva così «un parallelo tra arianesimo e liberalismo da una parte e tra la Chiesa cattolica antica e i fermenti innovatori che alcuni uomini riflessivi e brillanti coltivavano a Oxford» dall’altra. Gli ariani, evidenziando un aspetto dello gnosticismo di ogni tempo, si avvicinavano al Cristianesimo convinti che la sua verità dovesse essere soprattutto oggetto dell’intelligenza. Non presentavano, invece, l’ammirazione e la gratitudine della vera Chiesa generando quella differenza, che in certi momenti diventerà dissidio, tra l’intelligenza e il cuore. Non che il cattolicesimo rinunciasse allo studio o all’investigazione, ma lo faceva sotto la sicura guida della Scrittura e della Tradizione.

Inoltre la storia del cattolicesimo dimostra come sia orientata e finalizzata dal disegno di Dio, pur essendo, per chi la guarda dal di fuori, discontinua e piena di imprevisti perché il divenire storico, per Newman, è l’ambito nel quale si mostra concretamente l’esperienza del credente. Solo il rapporto con la storia evita al Cristianesimo di fare la fine di tante filosofie che entrano «nel passato» e, avendo fatto «il loro tempo», non hanno più nulla da dire. È sempre la storia che ha convalidato l’autorità della Cathedra Petri che non si è costruita attraverso i tempi per ragioni politiche, ma tramite arricchimenti e chiarimenti teologici già presenti nell’ambito della Rivelazione e della Scrittura.

È la coscienza — ben formata e lontana dalle tentazioni individualistiche che portano allo scetticismo — che matura in sé queste convinzioni. Ecco perché, per Newman, la fede riposa nella coscienza che non solo costituisce il principio fondamentale, ma è una sorta di principio primo «vivente praticamente». La coscienza rappresenta il principio non solo della fede, ma lo è sia della religione sia dell’etica. Ne deriva una distinzione tra il sense of moral e il sense of duty. Il primo è mutevole, «dipende dall’educazione, dagli impulsi esterni e così via». Dio, infatti, parla all’uomo «attraverso la natura umana». Il secondo invece è immutabile, perché dice all’uomo, nella sua interiorità, «che egli ha il dovere di seguire la sua coscienza». È una specie di «esigenza incondizionata». Certo, il problema della coscienza pone tutta una serie dei problemi, ma, risolte le problematiche relative alla formazione della retta coscienza e al suo rapporto con l’autorità, resta il fatto che la coscienza rimane il principio fondamentale della religione. Si capisce così perché Newman arrivi ad affermare: «Se il Papa parlasse contro la coscienza nel vero senso della parola, compirebbe un suicidio». Parole, tratte dalla famosa Lettera al duca di Norfolk, che tanto scalpore suscitarono nell’opinione pubblica.

di Rocco Pezzimenti

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23 ottobre 2019

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