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La fatica di essere liberi

· Complessità e implicazioni delle relazioni affettive in «Fedeltà» di Marco Missiroli ·

In Atti osceni in luogo privato (2015) Marco Missiroli aveva offerto ai lettori un romanzo di formazione in cui si era mostrato capace di tenersi distante da molte derive dell’auto-fiction, soprattutto nostrana, che spesso scadono in un’interminabile e stucchevole sequenza di selfies dell’autore. 

La copertina del libro

Con Fedeltà (Torino, Einaudi, 2019, pagine 232, euro 19) prende di petto le relazioni affettive adulte e stabili: ne legge la complessità, il procedere mai lineare, senza per questo rinunciare a spendersi per traguardarne gli intrecci con il desiderio di ribadire che vale la pena scommettere sugli affetti, ma occorre essere avvertiti che tanto l’amore è decisivo per ogni uomo e ogni donna, tanto tradisce le attese quando viene enfatizzato come unico dio cui essere devoti.
Non è casuale il voluto basso continuo del tema del lavoro che attraversa tutto il romanzo e tratteggia intensamente il profilo di ogni personaggio. Così l’antico compagno di scuola di Carlo imprime una svolta al percorso di quest’ultimo perché gli comunica di essere gratificato — pur nelle difficoltà — dal lavoro e meno corrivo ai fantasmi di amori fuori dal matrimonio.
L’incedere della narrazione sembra volutamente evitare la ricerca di un progressivo tendere a un climax che solleciti il lettore ad attendersi prima o poi qualche colpo di scena, più o meno risolutivo. Emblematico il viaggio di Carlo a Rimini nello scorcio finale del romanzo.
Missiroli usa piuttosto un raffinato montaggio cinematografico che alterna dissolvenze incrociate, lunghi piano-sequenza, qualche suggestiva insistenza sui primi piani: così il lettore viene preso per mano in un percorso dove il passaggio esterni-interni lo aiuta a sentirsi amichevolmente coinvolto con tutti i personaggi e i luoghi del loro vivere: una Milano e una Rimini guardate con intelligente tenerezza, senza mai scadere nel bozzettismo.
Philip Roth (citato in esergo) sembra incontrare nella narrazione di Missiroli tonalità e accenti cari a Kent Haruf: geniale l’allusione a Le nostre anime di notte nel personaggio di Simonetta che due volte al mese vuole semplicemente dormire nello stesso letto col padre di suo figlio che non ha mai sposato.
Fedeltà racconta una storia senza che i personaggi diventino delle “tesi” o delle maschere di un’idea. Gli atti e le parole, proprio perché tutti affidati alla cura della narrazione, sono capaci di dire al lettore quel di più di cui essi sono portatori. Così tutti sono “protagonisti” anche se spazi differenti sono assegnati all’uno piuttosto che all’altro personaggio.
Lo sguardo di Missiroli è denso di una pietas tanto intensa quanto discreta: rinunciando a dichiarare apertamente che cosa pensa dell’uno o dell’altro egli esprime una partecipazione sincera, ma mai complice. La sua scrittura mantiene una distanza preziosa da tutti, lasciando a ciascuno lo spazio per dirsi e proporsi nella sua singolarità. Forse qualcuno, superficialmente impegnato, potrebbe ricondurre Fedeltà al logoro paradigma della «liquidità». Sarebbe una lettura schematica e che fa torto alla qualità del romanzo. Molto più promettente è lasciarsi provocare dal ruolo, a parere di chi scrive decisivo, delle figure materne e paterne dei genitori di Margherita e Sofia.
In questi personaggi sembra affacciarsi la consapevolezza che il legame delle generazioni è in qualche modo condizione necessaria perché ogni uomo e donna sappia amare e soprattutto sappia accettarsi come “amato”, quindi capace di perdonare e di lasciarsi perdonare. D’altra parte il cognome del protagonista maschile (Pentecoste) allude suggestivamente all’attesa di qualcosa che venga dall’alto, quasi un illuminante e, per certi versi inatteso, accento di preghiera.
Forse una delle chiavi di lettura emerge da un rapido dialogo tra Margherita e la madre Anna: «Adattarsi era una libertà, tesoro. — Io non ce la faccio ad adattarmi. — A te le libertà faticose non ti sono mai piaciute».
La fatica della libertà o — se si vuole — l’irrealismo di una libertà senza fatica: questa è la preziosa provocazione che Missiroli offre al lettore che non può che essergli grato. Mai come al presente qui si gioca il destino di ognuno e delle nostre società; a questo livello è possibile guadagnare la decisiva correzione dell’assetto drammaticamente più preoccupante del nostro tempo: inseguire una libertà (senza fatica) con la pretesa di decidere chi e come si vuole essere (l’uomo è il suo proprio esperimento).

di Gilfredo Marengo

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16 settembre 2019

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