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La facoltà di predicare

La pubblicazione sul mensile dell’Osservatore Romano «donne chiesa mondo», nel numero di marzo, di articoli nei quali ci si interrogava sulla possibilità per alcuni fedeli laici, abilitati dal carisma della predicazione riconosciuto dal vescovo a tenere l’omelia su invito del vescovo stesso, ha suscitato un certo dibattito e può forse aver creato confusione, anche a causa di abusi presenti in diverse occasioni liturgiche.

«Predica di Ildegarda di Bingen»  (pala d’altare, particolare, Bingen, Rochuskapelle)

C’è anche chi, da parte dei laici stessi (come, per esempio, Isabelle de Gaulmyn su «la Croix» dell’8 marzo scorso), ha paventato una clericalizzazione dei laici, in special modo delle donne. Lo scrive Enzo Bianchi aggiungendo che in verità, con nettezza in tutti i contributi si specificava che oggi la posizione della Chiesa al riguardo è molto chiara. Nel Codex iuris canonici (1983) si dichiara che nella liturgia eucaristica l’omelia «è riservata al sacerdote o al diacono» (canone 767, 1), posizione ribadita nel 1997 dall’Istruzione interdicasteriale su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti (Disposizioni pratiche, articolo 3). In questo testo si afferma che, essendo l’omelia parte della stessa liturgia, dunque riservata al sacerdote o al diacono, non deve essere affidata a laici né a seminaristi; si permettono però brevi didascalie per una maggior comprensione della divina liturgia celebrata ed eventuali testimonianze, in certe occasioni. Si apre anche alla possibilità di «dialogo» tra chi presiede e qualche fedele dell’assemblea, come mezzo espositivo da usare con prudenza. Anche l’istruzione Redemptionis sacramentum (n. 64-66) della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nel 2004 e il Direttorio omiletico (n. 5), emanato nel 2014 dalla stessa congregazione, ribadiscono la medesima disciplina.

Gli articoli del mensile non avevano alcuna intenzione di contraddire l’attuale disciplina ma, con profondo rispetto, osavano porre la domanda se sia possibile che la ricerca teologica e le disposizioni della Chiesa pervengano in futuro a posizioni che consentano di affidare la predicazione ai laici, uomini e donne preparati (carisma) e assolutamente scelti e abilitati, anche solo temporaneamente, dal vescovo (istituzione), mediante un mandatum predicandi, come avvenuto tante volte nella storia della Chiesa. Per questo si insisteva sul fatto che la presidenza liturgica della messa non deve essere ferita od offuscata e che l’intervento dei fedeli laici deve essere aperto e concluso dal presbitero. In sostanza, si chiedeva di «ordinare» ciò che talvolta avviene in forme ambigue, finendo per turbare l’ordo ecclesiae. Resta vero, in ogni caso, che già oggi la disciplina canonica lascia spazio alla predicazione di alcuni laici autorizzati anche in liturgie non eucaristiche, oltre che nei contesti catechetici.

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