Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La fabbrica della paura

· Intervista a Fabrizio Battistelli sul suo ultimo libro ·

Come dimostrano alcune ricerche, gli italiani sono pervasi da un grande senso di insicurezza. Non per la criminalità organizzata, che governa interi territori, non per la mancanza di lavoro, non per i ponti e le scuole che crollano, non per i cambiamenti climatici, ma per la presenza di migranti. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Battistelli, professore di sociologia all’università La Sapienza di Roma e presidente dell’Archivio Disarmo, che ha appena pubblicato La rabbia e l’imbroglio - La costruzione sociale dell’immigrazione (Milano, Mimesis, 2019, pagine 148, euro 12).

Come siamo arrivati a pensare che quello dell’immigrazione sia il problema numero uno del nostro paese?

C’è una grande strumentalizzazione. Da parte di determinati politici, che preferiscono la scorciatoia degli slogan facili per guadagnare voti, e da parte di determinati media, che inseguono l’audience. Il fenomeno delle migrazioni è aperto a interpretazioni selvagge che non hanno alcuna dimostrazione empirica e che diventano poi senso comune. A partire dai 35 euro, che sarebbero stati dati a ogni richiedente asilo, invece che alle organizzazioni che se ne occupano concretamente, o dall’idea che ci sia un’islamizzazione, una sostituzione etnica, nonostante il 60 per cento dei migranti sia di un’altra religione, per lo più cristiana; per arrivare, infine, alla paventata invasione a fronte di una presenza di poco più di 5 milioni di immigrati, circa 8 ogni 100 abitanti. Anche aggiungendo gli irregolari non censiti, la media italiana risulta inferiore a quella di molti grandi paesi europei, come la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Per quanto riguarda, per esempio, i richiedenti asilo, la Germania ne ha 12 ogni mille abitanti, noi 1 o 2.

A cosa si deve questa strumentalizzazione?

Evidentemente c’è una parte della popolazione che non si sente sorretta, ha paura, vede sfuggire la protezione sociale e si sente insicura. In tutte le inchieste che abbiamo fatto, sono pochissimi i cittadini che denunciano la paura dello straniero che ruba, che stupra, che uccide. Quello che la gente veramente teme è non trovare più un posto in ospedale quando deve fare un accertamento, è il sentirsi in competizione con i migranti nell’attribuzione della casa popolare o del sussidio di disoccupazione. Le persone non si sentono protette da un welfare sempre più pericolante, sempre più svuotato dalla globalizzazione che, indubbiamente, ha fatto molti danni. La società di mercato che abbiamo voluto offre indiscutibili vantaggi in campo produttivo e politico ma presenta un conto pesantissimo in termini di individualismo esasperato e impedisce la possibilità di soluzioni collettive a problemi che sono globali.

Che cosa si può fare? Come si può almeno cercare di ridurre questa rabbia?

Sono un ricercatore, il mio compito non è quello di dare soluzioni, è quello di fare analisi. Mi aspetto che queste risposte vengano date dai politici, cioè da un soggetto professionale e istituzionale da noi scelto e da noi retribuito per individuare le priorità nei problemi e per trovare le soluzioni. Faccio fatica ad ascoltare le prediche dei progressisti, ai quali pure mi ascrivo, che a temi rilevanti come la sicurezza nella tutela dei diritti non sempre hanno dedicato l’attenzione che meritano. I dati statistici sono la condizione necessaria ma non sufficiente, in quanto il cittadino vede uno scollamento tra i temi di carattere generale, in cui non è coinvolto, e quelli personali. Il bilancio dell’immigrazione a livello macro- sociale e macroeconomico è indiscutibilmente e nettamente positivo ma non lo è altrettanto a livello micro, nella relazione individuale. Nella creazione di questo scollamento l’élite ha molte responsabilità, alcune colossali, e fra queste metto anche la classe politica, che non è riuscita a interpretare il paese e a realizzare scenari per il bene di tutti.

di Marina Piccone

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE