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Là dove risuonano
i passi di Cristo attraverso la storia

· Intervista a José Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa ·

Miniatura del «Virgilio romano» (v secolo, Vaticano latino 3867,  foglio 14 recto, particolare)

Nello splendido monastero cinquecentesco dos Jerónimos, a Lisbona, il pomeriggio del 28 luglio, José Tolentino de Mendonça — che il i° settembre assumerà il nuovo incarico di Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa — riceve l’ordinazione episcopale come arcivescovo titolare di Suava. La concelebrazione eucaristica è presieduta dal cardinale patriarca Manuel Clemente. Conconsacranti sono il cardinale António Augusto dos Santos Marto, ordinario di Leiria-Fátima, e il vescovo emerito di Funchal, Teodoro de Faría. Il 28 luglio è una data che ritorna nella biografia di de Mendonça: in questo stesso giorno del 1990, infatti, era stato ordinato sacerdote per la diocesi di Funchal (Madeira). Di seguito pubblichiamo quasi per intero l’intervista dell’agenzia «Ecclesia», che andrà in onda anche su Antena 1.

Don José Tolentino parla dell’Archivio Segreto Vaticano e della Biblioteca Apostolica Vaticana, dell’importanza che possono avere nel pontificato di Papa Francesco e delle convergenze che intende promuovere in un incarico dove s’inizia imparando e trovando poi un filo conduttore che renda giustizia alla loro straordinaria ricchezza.

Da settembre lei curerà e coordinerà tutte le iniziative attorno alla Biblioteca vaticana, la più antica del mondo. Mi piacerebbe iniziare questa conversazione dalla frase di un docente dell’Università cattolica portoghese, Mendo Castro Henriques: «La più antica biblioteca del mondo viene affidata a una persona con una rara capacità di pensare il futuro». È questa la posta in gioco?

Una biblioteca che è un grande deposito della memoria della Chiesa, dei Papi, del cristianesimo e dell’umanità — in Vaticana ci sono documenti che testimoniano le culture dell’occidente e dell’oriente, tesori dell’identità dei popoli che si sono conservati attraverso i secoli — è un patrimonio che rappresenta la memoria degli uomini ma, al tempo stesso, lì c’è una forza di futuro, o come diciamo noi, la forza delle radici. Le radici non sono il passato dell’albero, sono la garanzia della sua vitalità. Per questo l’Archivio e la Biblioteca sono una garanzia della vitalità e del futuro della Chiesa stessa.

Consisterà in questo la sfida di dare vitalità a qualcosa che molto spesso è considerato chiuso a sette mandate?

Non è affatto così! Lo scorso anno ci sono state decine di prestiti a livello mondiale di opere e tesori dell’Archivio e della Biblioteca. C’è una politica di prestiti e di presenza che apre le loro porte al mondo intero. Ci sono più di duemila ricercatori accreditati che realizzano le proprie ricerche al più alto livello. Di segreto c’è ben poco! Segreto vuol dire privato, è un archivio che appartiene alla Chiesa, ma penso che sia necessario rimuovere il lato romanzesco di un archivio che nasconde segreti inaccessibili. Ha i segreti che generalmente custodisce qualsiasi archivio.

Quello che inizia a settembre è un servizio che presta alla Chiesa nella cultura?

Una biblioteca è un luogo di cultura, di pensiero, di dialoghi, d’incontri, è una frontiera della scienza, dove si conserva la memoria ma anche dove pulsa il desiderio di futuro. Una biblioteca è la possibilità di far cose, di stabilire nuovi nessi e di dare una nuova vita ai testi. I testi non hanno solo una vita. Hanno il momento in cui sono stati scritti, ma hanno in sé molte possibilità nascoste.

Tutte le volte che vengono letti hanno una vita nuova.

Tutte le volte che vengono letti, mostrati, di nuovo contestualizzati sono possibilità nuove che si aprono.

Per questo Mendo Castro Enriques ha detto che lei è una persona che ha la capacità di proiettare il futuro, ed è così che guarda la biblioteca.

Avrò sempre questa preoccupazione. Penso che spetti al bibliotecario vegliare sull’integrità di questo tesoro, e fare di tutto perché passi nelle migliori condizioni possibili alle generazioni future, e al tempo farlo colloquiare con il presente, dando una nuova opportunità a quei testi, permettendo nuovi incontri che siano un semenzaio di dialoghi, della costruzione della pace; in fondo è questo che sta dietro la finalità della cultura.

Non penso che abbia progetti definiti da realizzare, ma avrà progetti sognati?

Ho già progetti definiti. Il progetto è imparare. Quando si giunge in un luogo, in un luogo che non si conosce, ciò che si deve fare è imparare dalle persone che sono già lì, ascoltare, conoscere, percepire ciò che si fa, valorizzare. Ed è con questo spirito che andrò in questo luogo e in questa missione. Poi, poco a poco, con le persone che già sono lì, cercherò di trovare un filo conduttore che renda giustizia a quella ricchezza straordinaria che è una biblioteca. È il consolidamento del sapere di epoche, di generazioni, il sogno, le speranze. È tutto qui trascritto in queste opere. Nella sua visita alla Vaticana, Paolo VI disse una frase molto bella: «La biblioteca è il luogo dove sentiamo risuonare i passi di Cristo nella storia dell’umanità». Quella fedeltà alla storia dell’umanità, che Dio ama e che l’Archivio e la Biblioteca testimoniano.

Che sfida costituisce questo dialogo culturale attraverso i libri di una biblioteca che custodisce la memoria storica del cristianesimo?

Una biblioteca con questa caratteristica è una responsabilità molto grande. Perché ci aiuta a essere esigenti con noi stessi e con il nostro tempo, a elevare il livello del dibattito pubblico, a dare profondità, a dare un’ampiezza diversa alle nostre preoccupazioni che molto spesso sono le più immediate, quelle dell’agenda, di ciò che va risolto. Una biblioteca serve per dare profondità al nostro sguardo, per pensare, per scorgere nuovi orizzonti, per ridare complessità a ciò che talvolta è ridotto in modo semplicistico. In tal senso è un contributo enorme alla cultura e alla civiltà.

Contributo anche al proposito rinnovatore che Papa Francesco sta cercando di trasmettere a quanti collaborano con lui?

La riforma consiste in un’immersione nelle radici, in una profondità di sguardo che permetta di analizzare la storia senza rimanere prigionieri di ciò che è più immediato o più prevedibile. I grandi profeti non s’ispirano soltanto alla lettura dei segni dei tempi, ma cercano ispirazione anche nelle grandi figure del pensiero, in quel capitale d’inquietudine e di sete che ha sempre dimorato, anche prima di noi, nel cuore degli uomini. Pertanto una riforma non parte mai dal nulla, ma s’inserisce sempre in una tradizione, in continuità con una forza, un vigore che sta dietro. Nel cristianesimo è sempre stato così: ogni volta che la Chiesa ha pensato a una riforma ha sempre riscoperto le proprie origini e l’essenza della sua esperienza.

In un messaggio subito dopo la sua nomina lei ha scritto che attraverso la cultura, le biblioteche, è possibile promuovere quella cultura dell’incontro a cui il Pontefice esorta tanto. In che modo?

In una biblioteca ci sono libri molto diversi. Ci sono punti di vista diversi. Una biblioteca è un laboratorio della diversità.

Anche quella del Vaticano?

Tutte le biblioteche! E la Vaticana è una biblioteca. Contiene la testimonianza dei martiri, le grandi opere dei Papi, ognuno con il suo carisma, perché lo Spirito santo è molteplice. È uno e al tempo stesso è molteplice. Il senso della comunione non elimina la bellezza della diversità che si completa evangelicamente. Una biblioteca è il luogo dove si respira questo clima di comunione nella diversità.

Pensa che nella Vaticana troverà la diversità dell’esperienza del cristianesimo nel corso della storia?

La Biblioteca testimonia ciò che il cristianesimo è, come esperienza fondamentale, e ciò che è stato storicamente. Questo è chiaramente di una bellezza estrema perché, in quanto realtà spirituale, soprannaturale, la Chiesa è guidata dallo Spirito e lo Spirito ha fantasia, non ci fa fissare su un’unica forma, ma è polifonico, si manifesta attraverso voci e profetismi diversi. Una biblioteca del cristianesimo deve rendere giustizia alla diversità insita nel dna dell’esperienza cristiana stessa.

Vorrei parlare della volontà di dialogare che caratterizza il suo percorso biografico. È questa che permette di creare ponti, in diversi ambiti culturali, con diverse personalità?

Penso che un cristiano debba nutrire una passione per le persone, per gli esseri umani. Non ci sono due persone uguali. Non dobbiamo aver paura della diversità, ma dobbiamo sentirci affascinati dal punto di vista diverso, da chi guarda al mondo con un altro stato d’animo, un altro sguardo, un’altra conoscenza, perché guadagneremo sempre dall’incontro, dalla conoscenza. Occorre superare le logiche di sacrestia e aprirsi, nel profondo, a ciò che è più bello, alla possibilità di camminare insieme, attraverso la storia, e di trovare un senso non in ciò che ci allontana o ci separa, ma in ciò che ci unisce e che è sempre più forte. Ogni essere umano è a immagine e somiglianza di Dio. È un’opera sacra e, in ogni essere umano, Dio fa riecheggiare la sua voce in modo originale e irrepetibile.

Anche senza pronunciare la parola, ritiene che ci sia ancora un qualche atteggiamento proselitista in molti di questi incontri da parte di attori della Chiesa cattolica?

Penso che ci sia da entrambe le parti. Come talvolta c’è ritrosia nel promuovere il dialogo da parte della Chiesa, timore, così a volte da parte delle persone che sono fuori ci sono preconcetti e ritrosia rispetto a quel che può essere un dialogo con la Chiesa. Occorre smontare le paure, i timori, e fare esperienza. Non importa che dimensioni ha l’esperienza: può essere piccola, nell’incontro tra persone, di una famiglia, in un incontro tra creatori e colleghi di lavoro; può avere una dimensione grande tra istituzioni. L’importante è creare questa cultura dell’incontro, come ripete incessantemente Papa Francesco.

Ed è questa la sua ventennale esperienza, a Lisbona, dopo il dottorato?

Sono vent’anni che lavoro nell’università, nella pastorale della cultura e nel mondo culturale portoghese.

Con una valutazione molto positiva?

Molto positiva per me! È ciò che sono. Non riesco a immaginare la mia vita senza questi vent’anni. Sono solito ripetere — la frase non è mia, l’ho adottata — io sono un’opera degli altri. Guardando a questi vent’anni e alle persone che ho conosciuto, ciò che fa cambiare davvero la nostra vita sono gli incontri che abbiamo. La moltiplicazione della vita che diamo agli altri, la scommessa che facciamo in un rapporto di fiducia e di amicizia, è sempre feconda. Per lo meno in me lascia un profumo inestinguibile.

La stessa vita sacerdotale, il percorso di un sacerdote, deve in qualche modo smuoversi, andare al di là dell’esperienza assorbente della parrocchia? Bisogna fare altri passi?

Devo parlare di me, perché siamo diversi, i nostri punti di partenza sono diversi e non conosco tutte le realtà. Per la mia spiritualità è stato molto importante ciò che ho ricevuto dagli altri, dai credenti e persino dai non credenti che m’insegnano molto su Dio. Ci sono agnostici che m’insegnano molto su Dio perché mi pongono domande e io le prendo come una possibilità di cammino e addirittura di preghiera per me. Una spiritualità che sia intransigente nel restare chiusa in un determinato circolo, finisce col rimanere più povera, perché Cristo ci sfida molto a essere Chiesa in uscita. Lui invia i discepoli più volte in missione ed è nell’invio a incontrare gli altri che possiamo trovare pagine inaspettate del Vangelo. E queste pagine inaspettate ci aspettano. Solo nella sorpresa degli incontri possiamo coglierle.

Con la stessa ortodossia che hanno altre?

Con la stessa ortodossia! Perché non dobbiamo avere fantasmi. Il cristianesimo è un’esperienza essenziale. È una verità. Ma non è una verità che mi mette contro gli altri. È una verità che mi apre radicalmente agli altri. La verità del cristianesimo è l’ospitalità. Non è una frontiera vigilata dalla polizia. Perciò non bisogna aver paura dell’incontro perché l’amore è la grande ortodossia. La carità e l’ospitalità sono la grande ortodossia cristiana. Il Papa ci esorta molto a farlo, ad avere di fatto una morale che tenga conto delle persone, del servizio alle persone, alla vita, alla vita fragile, alla vita nuda. E che sia un’etica attraversata dall’esperienza di Gesù, del Vangelo. Questa non può mai essere solo una morale da scrivania. Deve essere un cammino da percorrere a piedi. Deve essere quella via che il padre del figliol prodigo, il padre misericordioso segue, prendendo lui l’iniziativa di abbracciare quel figlio e di reintrodurlo nella festa della comunione. Questa è la grande morale cristiana.

di Paulo Rocha

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21 agosto 2018

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