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Là dove nessuno vuole andare

· La presenza dei frati minori cappuccini in Giappone e in Corea del Sud ·

Reduce da una visita in Estremo Oriente, padre Mauro Jöhri, ministro generale dell’Ordine dei frati minori cappuccini, parla volentieri dei confratelli che ha incontrato «là dove nessuno vuole andare», secondo un’espressione attribuita a Papa Pacelli scelta come titolo di un cortometraggio preparato dalla tv svizzera per documentare i viaggi che fra’ Mauro ha compiuto (e compie) qua e là per il mondo per visitare i suoi religiosi sparsi in centoquattro Paesi. «Torno dal Giappone e dalla Corea del Sud — racconta — dove ho incontrato i nostri fratelli impegnati sulle frontiere dell’evangelizzazione. In Giappone siamo presenti dal 1947 con i cappuccini statunitensi della Provincia di New York, occupati inizialmente nell’assistenza ai connazionali della base militare di Okinawa». I frati locali sono tre, tutti anziani (uno ultraottantenne, l’altro poco più «giovane», e monsignor Peter Baptist Tadamaro Ishigami, vescovo emerito di Naha, ultranovantenne) ma lieti di vedere accanto a loro otto giovani indiani della Provincia della Santissima Trinità del Karnataka che garantiscono la continuità del lavoro.

«Grazie alla loro presenza — spiega padre Jöhri — è attiva una vasta zona pastorale a un centinaio di chilometri da Tokyo, con quattro-cinque parrocchie affiancate da una piccola residenza di legno, da dove i religiosi si muovono per assistere i pochi cattolici che formano le comunità. Le conversioni, che non sono mai state numerose, oggi stanno diminuendo». Tuttavia c’è una realtà nuova: il Giappone è pieno di sudamericani che hanno contribuito all’aumento dei cattolici ma richiedono un’assistenza attenta e continua. «Ho incontrato un giovane confratello reduce da Cochabamba, in Bolivia, dove si era recato per imparare quel tanto di spagnolo e di quechua per celebrar messa e assistere le comunità ispanofone giunte a Okinawa con la speranza di una vita migliore», spiega il ministro generale: «Con lui, sono due i missionari che assistono i sudamericani. Nello stesso tempo i neo missionari stanno studiando il giapponese, una lingua particolarmente difficile che richiede almeno due anni di applicazione seria e costante. Ma sono decisi a riuscire perché senza lingua è impossibile stabilire un contatto con la gente».

Qualcuno vorrebbe, e dovrebbe, frequentare anche qualche corso universitario, vista la levatura intellettuale della gente, ma si dovrà aspettare un miglior apprendimento della lingua. Per ora fanno il possibile pur di avvicinare i non cristiani della parrocchia. Nell’insieme la piccola Custodia, composta da diciotto frati, è viva e guarda con fiducia all’avvenire. I religiosi sono sparsi qua e là, come avveniva nella Rezia, da cui provengo, al tempo in cui i cappuccini erano impegnati a contrastare il protestantesimo, ma si radunano periodicamente, lieti di incontrarsi con i confratelli anziani.

«Dal Giappone — racconta ancora fra’ Mauro — sono sbarcato nella Corea del Sud, un mondo completamente diverso, perché se in Giappone tutto è regolato da un invisibile computer, la Corea che ho visto io (cioè Seoul) è un ammasso di grattacieli terribilmente uguali, quasi tutti in acciaio, e le vie mostruosamente monotone. In Corea abbiamo tre fraternità, di cui due nella capitale, eredità dei cappuccini irlandesi che vi arrivarono nel 1986, scontrandosi subito con una lingua così difficile da chiedere, ai non pochi giovani che bussano al convento, di imparare l’inglese, utile per le possibilità che offrono decine di centri culturali, dieci università, numerose accademie, biblioteche e istituti superiori. Gli aspiranti sono numerosi perché ai giovani coreani piace vivere in fraternità, e quindi il nostro ambiente corrisponde pienamente al loro temperamento».

Il ministro spiega che i coreani credono nel «grande Dio», mitico fondatore della loro stirpe, e quindi non fecero molta difficoltà ad abbracciare il cristianesimo fin dal 1784 e a testimoniarlo a costo della vita nelle grandi persecuzioni che subirono tra il 1801 e il 1863. Anche oggi la Chiesa in Corea del Sud registra più conversioni di adulti in tutto il mondo (circa centocinquanta battesimi all’anno), quasi tutti nelle città e fra le persone più colte e più erudite. L’esatto contrario di quanto avviene negli altri Paesi asiatici, dove le conversioni sono poche e tutte fra la gente più povera. Il maggior numero si ebbe negli anni ’70 del secolo scorso e assunse proporzioni travolgenti dopo il viaggio di Giovanni Paolo II nel 1984, quando vi si recò per la canonizzazione di centotré martiri, tra i quali il primo sacerdote coreano. Oggi le conversioni sono un po’ diminuite, ma i cattolici costituiscono il 10 per cento della popolazione.

«I nostri confratelli, che sono una quindicina solo a Seoul, non hanno, purtroppo, un grande spazio pastorale — sottolinea padre Jöhri — per cui si impone anche il problema della sussistenza, risolto in parte oggi dai fratelli venuti dall’Irlanda, indaffaratissimi nella coltivazione della terra. Ho consigliato loro di vivere lo spirito delle beatitudini, e di impegnarsi molto nella formazione, che completano con qualche esperienza pratica, recandosi perfino in India. Penso che, offrendo alla gente momenti di preghiera (ho visto la cattedrale di Seoul piena di giovani) e di presenza fisica (indossano tutti l’abito religioso) e spirituale, incentrata sulla vita fraterna, la loro situazione migliorerà».

L’Ordine dei frati minori cappuccini sta avviando una presenza anche in altri Paesi orientali. E non mancano inviti dalla Georgia, dall’Algeria, dalla Tunisia, dalla Libia. «Si vedrà — conclude fra’ Mauro — l’importante è che nell’Ordine non venga mai meno la volontà e la gioia di andare “dove nessuno vuole andare”, che reputo una delle più belle eredità ricevute dai nostri missionari».

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08 dicembre 2019

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