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La donna che ha dato voce
a chi non l’aveva

· Incontro con Elena Gianini Belotti ·

Alta, snella, un lampo di chiarore negli occhi, una capigliatura folta e bianchissima, una voce ancora ferma e l’andatura di chi della giovinezza ha mantenuto il passo lungo e sicuro. In viso un’espressione accigliata che quando cede lascia il posto a una risata di gusto; qualche asprezza esibita, il suo modo di ribadire che il tempo non l’ha cambiata e che il mondo, oggi come allora, così com’è non le piace. Incontro Elena Gianini Belotti nella sua bella casa romana circondata da una grande terrazza che affaccia sul verde di Villa Glori. Le interviste non le piacciono — lo ribadirà più volte nel corso della nostra conversazione — perché, spiega, tutto quello che aveva da dire l’ha detto nei suoi libri. Per legame di affetto non mi ha detto di no, ma pone qualche condizione iniziale — poche domande e solo quelle condivise — che poi dimentica quando parlando si lascia andare e la memoria diventa racconto.

Adolfo Balduini «Bambine che raccolgono fiori» (1919)

Il primo ricordo della tua vita?

La fisarmonica. Bellissima, color dell’argento, impreziosita da decori in madreperla e da trafori che sembravano merletti.

Uno strumento nostalgico, amaramente umano, che fa stringere il cuore, così lo definiva Gabriel García Márquez. Lo è anche per te?

No, è esattamente il contrario, un suono di allegria, forse perché la fisarmonica per me è mio padre, la persona che più ho amato al mondo. Suonava in modo mirabile e la sua era una musica felice, anche se ha avuto una vita durissima. La fisarmonica lo portava lontano, in terre benevole dove nella sua vita, lunga quasi un secolo, non è mai vissuto.

Parlami di lui.

Un uomo mite, gentile, di tanti talenti e di poca fortuna. La sua famiglia di origine bergamasca si era trasferita in seguito alla distribuzione che il regime fascista fece di terre incolte alle porte di Roma. A 13 anni emigrò in Svizzera a 16 in America con il padre e i fratelli. Sul piroscafo un compaesano gli regalò la fisarmonica. Imparò da solo a suonare e quello strumento divenne il suo tesoro, la sua ricchezza, anche la sua piccola libertà. In quel mondo di soprusi, di sfruttamento e di disperazione che lo portò a tentare due volte il suicidio, grazie alla musica si inventò una nuova vita. Smise di costruire ferrovie e si guadagnò da vivere suonando alle feste degli italiani.

E tua madre?

Di lei ricordo soprattutto le sberle ricevute, un colpo rapido e secco che lasciava una chiazza rossa sulla guancia. A mio fratello Guido andava anche peggio: per lui oltre le sberle anche frustate sulle gambe. Era una donna severa, intransigente, durissima. Avevo tredici anni quando — lei piccola e minuta io già molto alta perché avevo ripreso da mio padre — le fermai il braccio con la mano e le dissi: «Da oggi non mi picchi più». E lei da quel giorno smise di picchiarmi. Quando mio padre si ammalò, un’allergia alla calce che per lui muratore significò perdere il lavoro, toccò a mia madre provvedere alla famiglia. Una legge fascista imponeva alle maestre di insegnare là dove si erano diplomate e lei fu costretta a partire per Selvino in provincia di Bergamo. Il primo anno io e mio fratello restammo a Roma con mio padre che si occupò di noi e della casa. Fu un anno di grande serenità. Mia madre lo accusava di essere debole e di non saperci imporre la disciplina. Noi invece lo amavano proprio per come era: un padre non espansivo, ma a modo suo affettuoso, sollecito e capace di grande tenerezza. Un padre che non ha mai alzato le mani su di noi. Ci amava, come amava la fisarmonica, la bicicletta e come avrebbe amato un cagnoletto che per anni gli fu compagno inseparabile. Il secondo anno seguimmo nostra madre a Selvino perché anche per noi era arrivato il tempo della scuola. Ricordo il senso di smarrimento in quell’interminabile viaggio in treno e ancora di più sulla corriera che si inerpicava per una strada in salita tutta curve. Avevamo lasciato Roma per un paese che ricordo freddo, inospitale e sempre bianco di neve. Ma forse fu l’infelicità di quegli anni a farmelo ricordare così.

Due persone tanto diverse i tuoi genitori. Che matrimonio fu il loro?

Fu un matrimonio scelto non imposto, questo sì, ma non credo sia mai stata un’unione felice. Si erano conosciuti a Roma nel 1925 poi lei, venuta pellegrina per l’Anno Santo, se ne tornò nelle sue terre e non si videro più. Per un anno si scambiarono delle lettere quindi decisero di sposarsi. Due sconosciuti che diventavano marito e moglie. Mio padre in quell’anno scrisse in un quaderno la sua vita di emigrante. Quelle pagine mi straziarono. Per la prima volta conoscevo la sua storia, una storia fatta di miseria fino alla fame, di violenza, di pesantezza del lavoro, di sofferenza infinita. Quelle pagine mi portarono anche tanta commozione. Mio padre aveva frequentato la scuola solo fino alla terza elementare, ma scriveva in un modo straordinario. Non solo nessun errore, ma anche nessuna retorica del dolore. Un tono asciutto, misurato, anche se al fondo terribilmente dolente. Quel quaderno scritto in una grafia semplice e ordinata, uno struggente dono d’amore per condividere con la futura sposa una parte importante di sé, mi sarebbe servito anni dopo per raccontare la sua vita in uno dei romanzi ai quali sono più legata. Pane amaro che fu il suo ed è ancora di tanti, troppi esseri umani costretti all’esilio.

Come la pensi oggi tua madre?

Non ho dimenticato quanto ci rese l’infanzia infelice, ma ho cercato di trovare le ragioni dei suoi comportamenti. Era certamente una donna che aveva molto sofferto. Aveva iniziato a lavorare a nove anni e ancora ne portava i segni sulle mani rovinate dall’acqua bollente in cui doveva liberare i bozzoli dallo strato gommoso. Era l’inizio della lavorazione della seta. Ancora oggi quando guardo quel tessuto splendido, morbido, lucente mi viene sempre un pensiero: anche la bellezza può nascondere insidie. Riuscì a studiare per diventare maestra, un privilegio in quegli anni ma un privilegio che pagò duramente. Viveva in un istituto di suore e pagava gli studi facendo le pulizie del convento, la mattina presto prima che cominciassero le lezioni. E il dolore più grande, il fidanzato Alessandro di cui era innamoratissima, caduto nella Grande guerra. L’amore di cui era capace probabilmente se lo portò via tutto lui. Mio padre fu senz’altro una scelta di ripiego. Forse con il matrimonio aveva sperato in una vita migliore. Non fu così. Due gravidanze ravvicinatissime — mio fratello e io siamo nati rispettivamente a gennaio e a dicembre dello stesso anno — che la dovettero stremare, la delusione per quel marito che non era in grado di mantenere la famiglia, l’essere costretta a lavorare. E poi la povertà. Chi non lo è mai stato, non immagina quanto si possa essere poveri.

Parliamo di te adesso.

Frequentai una scuola commerciale e il mio primo impiego a 16 anni fu come dattilografa. Lavoravo 9 ore al giorno compreso il sabato. Quando rientrammo a Roma trovai un nuovo impiego. Sembrava che il mio futuro fosse tutto scritto eppure dentro di me continuavo a sperare in qualcosa di diverso. Cominciai per caso a scrivere racconti per un settimanale femminile. Era una doppia contentezza: inventavo storie e guadagnavo bene. Scrivevo di getto, con grande facilità ed essere pagata per fare qualcosa che mi piaceva tanto mi sembrava una fortuna indescrivibile. La scrittura era il sogno, l’impiego era la realtà, triste anonima ripetitiva, finché all’improvviso divenne amarissima. Nell’ufficio del commendator Alvino mi toccò una delle disavventure più brutte della mia vita, un tentativo di violenza a cui riuscii in qualche modo a sottrarmi. Un pomeriggio in cui eravamo soli chiuse a chiave la porta della stanza e mi ritrovai con la camicetta strappata e non due ma mille mani da cui disperatamente cercavo di difendermi. Di quel giorno ricordo nitidamente il ritorno a casa dalla centrale via Barberini, dove era l’ufficio, a Pietralata, la periferia dove abitavamo. Invece di prendere i soliti mezzi camminai quasi due ore. Non volevo vedere nessuno, volevo essere sola mentre continuavo a piangere e non per le scarpe da pochi soldi che pure mi facevano dolere i piedi. Con quell’esperienza durissima finì la prima parte della mia vita. Ancora non lo sapevo ma stava per iniziare la vita vera.

Bambini, donne, anziani. Hai dato voce, e una voce ferma e potente, a chi non aveva voce. Possiamo sintetizzarlo così il tuo percorso?

In qualche modo possiamo sintetizzarlo così: dalle bambine del mio primo libro alle anziane dell’ultimo romanzo, Onda lunga.

Cosa ti portò a occuparti dei bambini?

Mi iscrissi alla Scuola Montessori per Assistenti all’Infanzia quasi per caso. Il pomeriggio frequentavo i corsi che si tenevano a Palazzo Vidoni in Corso Vittorio Emanuele, mentre la mattina lavoravo come bambinaia per mantenermi. Bastò poco tempo perché mi appassionassi a quel mondo. Merito anche di Adele Costa Gnocchi, una donna forte e lungimirante, un’educatrice motivata e innovativa come lo era stata Maria Montessori, la sua maestra. Con lei inventammo il Centro nascita Montessori che poi diressi per vent’anni. Lo scopo era dare a ogni nuovo nato la possibilità di crescere nel modo più congeniale, indipendentemente dal sesso. Per cambiare tutto nell’educazione dei bambini e in particolare delle bambine, le più penalizzate, per sradicare pregiudizi vecchi di secoli partimmo dall’inizio, dal momento in cui una creatura veniva alla luce. Era il 1960, un anno importante per me.

Importante perché?

Perché in quell’anno, oltre al lavoro, venne anche quello che pensai la mia giusta scelta nella vita privata, il matrimonio. Tre anni prima avevo conosciuto il mio futuro marito a Ivrea, dove lui stava girando un documentario sulla Olivetti e dove io ero andata per formare il personale dell’asilo che Adriano Olivetti aveva fortemente voluto.

Lo incontrasti Adriano Olivetti?

Quell’estate non ebbi modo di conoscerlo personalmente, ma certo vivendo per qualche tempo nella sua realtà pensai che era riuscito a realizzare quella Città dell’uomo che aveva sognato.

«Un sogno — diceva Olivetti — sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un progetto, cioè qualcosa di infinitamente più grande».

Sono parole che lo rispecchiano pienamente. Fare senza smettere di sognare o forse sognare cominciando a fare. Un personaggio straordinario, impossibile da definire perché era tante cose insieme — ingegnere, imprenditore, editore, politico, scrittore — e un uomo rispettoso degli altri. La creazione di una eccellenza internazionale nel campo dei prodotti tecnologici non lo distrasse dal progettare una società moderna ed egualitaria pensando per il mondo della fabbrica una diversa organizzazione del lavoro e del tempo e creando una rete di servizi sociali tra i quali appunto l’asilo. Olivetti fu capace di trasformare i suoi sogni in altrettanti progetti.

Torniamo al Centro nascita.

Lavoravo molto e più lavoravo più cresceva la voglia di trasformare in parole quell’esperienza. Non avevo dimenticato la passione di scrivere. Mio marito, lo capii subito, non amava questa mia passione. Come tanti uomini da una moglie cercava tempo, attenzione e dedizione. Ricordo che un anno andammo per tre mesi in India dove lui doveva insegnare le tecniche per la realizzazione dei cartoni animati. Da quell’esperienza ricavai quattro articoli per il giornale Montessori «Vita dell’infanzia». Non ne fu affatto contento. Quando poi arrivò il successo, allora eravamo già separati, rimase stupefatto e contrariato. Pesò moltissimo questa incomprensione sulla fine del nostro matrimonio. Ad aiutarmi in quel periodo ancora volta mi venne incontro la scrittura.

Siamo arrivate a «Dalla parte delle bambine», un libro sul quale si è formata una intera generazione di donne. Ricordo che il giorno della presentazione ero lì insieme a mia cugina Maura che lo aveva letto e che ne era rimasta affascinata. La libreria Feltrinelli di via del Babuino a Roma era piena di gente. Tante donne e tante ragazze. Ti aspettavi un successo così travolgente?

Non me lo aspettavo come non se lo aspettava l’editore, anche se il libro era stato accolto da Feltrinelli con molto entusiasmo. Cominciai a girare per tutta l’Italia e i tanti incontri nati da quel libro restano il ricordo più bello. Perché in fondo, nel bene e nel male, la vita è segnata dagli incontri che facciamo.

È passato quasi mezzo secolo dalla pubblicazione. È ancora necessario essere dalla parte delle bambine?

Di strada per fortuna ne è stata fatta tanta, ma altra ne manca. In un romanzo di più di trent’anni fa scrivevo che i talenti delle donne vanno smarriti nella fatica quotidiana: una quantità di lavoro mentale e fisico che non lascia tempo e pensieri per sé. È ancora così. Per questo dobbiamo continuare a essere dalla parte delle bambine, come di tutti i fragili di questo mondo.

Dopo quel libro fortunatissimo ne sono venuti tanti altri. Con facilità sei passata dalla saggistica alla narrativa, cosa che riesce solo a pochi scrittori.

Io vengo dal niente. Non ho fatto studi umanistici, non ho frequentato l’Università. Forse ho ereditato un po’ del talento di mio padre. Per lui fu la musica, per me la scrittura. Ho letto tanto, ho guardato il mondo con curiosità e con voglia di cambiarlo, ho ammirato chi con le parole inventava storie. E ho amato tanto raccontare. Niente nella vita mi ha dato più felicità della scrittura.

«Il tempo spreme il succo dai corpi, ricama grinze, rughe, pieghe, macchie, protuberanze, una perversa geografia della vecchiaia» hai scritto in quel bellissimo libro che è «Adagio un poco mosso». Un’immagine tutta fisica della vecchiaia, come se il resto venisse risparmiato dal tempo.

Mi piace pensare che sia così, forse mi consola. Del resto faccio molto fatica a essere anziana. Come ho scritto da qualche parte se nella realtà ormai accade poco, nessuno può togliermi l’immaginazione. E allora invento, creo, fantastico, divago. Talvolta ne traggo gioia, talvolta abissi di malinconia.

di Francesca Romana de’ Angelis

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07 dicembre 2019

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