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La domanda a cui l’economista
non sa rispondere

Il documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones offre molta luce su questioni relative ai nuovi fattori economici e avanza sulla scia del magistero degli ultimi Pontefici in ambito economico. Ricordiamo come san Giovanni Paolo II abbia spiegato che il profitto non può mai essere il fattore esclusivo né nella prassi né nella teoria economica, perché esso «è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, nel lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali» (Centesimus annus, n. 35c). Egli ha anche affermato che «è inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto “socialismo reale” lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica» (ivi, n. 35d). 

Il documento mostra che l’attuale economia capitalista necessita di una forte autocritica: non sarà però facile attuarla. Un capitalista liberale, come Lester Thurow, sapeva bene che il capitalismo individua le cause di un fallimento solo in una insufficiente applicazione della teoria. «È sempre possibile per il capitalismo spiegarlo cercando qualche punto in cui il processo non risulta conforme alle teorie dei mercati competitivi». Coloro che pensano in questo modo affermano che il capitalismo «fornirà aumenti di reddito reale per quasi tutti e solo occasionalmente ammetterà che le disuguaglianze possano aumentare». Tuttavia lo stesso Thurow ha dichiarato «nessuna di queste affermazioni è stata valida per più di vent’anni».
Questo sforzo di riflessione, proposto da due dicasteri vaticani, apporta nuova “carne” al pensiero sociale di Papa Francesco, indicando gli squilibri più concreti dell’economia attuale. Invita, inoltre, gli economisti a smettere di ripetere vecchie frasi stereotipe, perché «non esistono ricette economiche valide universalmente ed in ogni momento» (ivi, n. 7). In primo luogo, esso affronta una riflessione generale che solleva questo interrogativo: cosa significa che anche i “mercati finanziari” possono agire «nel rispetto della dignità umana ed orientandosi al bene comune» (ivi, n. 8)? Risponde ricordando che «la logica del dono senza contropartita non è alternativa ma inseparabile e complementare a quella dello scambio di equivalenti» (ivi, n. 9).
Il testo propone agli economisti un senso comunitario che permetta di guardare agli altri, con i loro propri interessi, come «a possibili alleati nella costruzione di un bene che non è autentico se non riguarda tutti e ciascuno nello stesso tempo» (ivi, n. 10). Riafferma la necessità di tre principi che garantiscono la legittimità del profitto: «la promozione integrale della persona umana, la destinazione universale dei beni e l’opzione preferenziale per i poveri» (ibidem). Infine, come grande criterio per rispondere alla domanda di cui sopra, si dice che un sistema economico viene valutato verificando se produce uno sviluppo integrale e per tutti, e non solo «su parametri di quantità e di efficacia nel produrre profitto» (ibidem).

di Víctor Manuel Fernández

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25 giugno 2018

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