Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La distanza
tra “Cicciottella” e la realtà

Per esempio Cicciottella, cantata da Loretta Goggi nel 1979, sembrava una canzone sulla capacità di accettare il proprio corpo così com’è. Quarant’anni dopo avrei sostenuto in qualsiasi cena dopo concerto, meglio se piena di esperti di qualche cosa, che quell’inno a una bambina «fatta a forma di bignè, che non vuol diventare un grissino più magro di te» proponeva una sua sintesi dei valori perduti della nostra società, “quando si puntava sul senso delle cose più che sull’apparire”. Magari si poteva condire il tutto con un improvvisato parallelismo pseudocolto: in questi casi un autore classico può sempre essere chiamato in aiuto, basta citarlo parzialmente.

Ma c’è un problema: Google, Youtube, Facebook, Instagram, Twitter e i prossimi social network che inventeranno. Questi archivi di immagini, di video, di pensiero, stanno di fatto sostituendo la memoria. Qualsiasi cosa, per esistere, non ha più bisogno di essere ricordata da qualcuno, ma si può rivedere, riascoltare e rianalizzare all’infinito. Per di più esattamente com’era. Così Cicciottella retrocede allo stadio di canzone, smette di essere il mio ricordo di quel motivetto, immagazzinato in maniera parziale e condizionato dalla capacità di recezione e dallo stato mentale del momento, e torna a essere quello che era, un inno ecologista ante litteram.

Riabilitata la preveggenza ambientalista della bambina che «c’ha pensato su e non consuma più (a, e, i, o, u)», sorge il dubbio che siano da prendere con le molle, oltre ai miei, anche i racconti favolosi di quelli che hanno voce in capitolo perché “c’erano” e quindi possono testimoniare che come dominava l’orchestra dal vivo Tizio “nessuno più negli ultimi quarant’anni” o che “la vivacità culturale di quel periodo è impensabile oggi”, o che il miglior concerto della sua vita Caio l’ha diretto in un teatro di provincia di fronte a pochissime persone, tra le quali lui.

La rete ci regala ormai un eterno presente nel quale tutto continua a vivere giorno per giorno ed è consultabile facilmente, ma allo stesso tempo limita la nostra possibilità di fare memoria. E questo non vale solo per gli eventi pubblici. Basterà attendere qualche anno ancora e varrà a pieno anche nel privato. Consultando il proprio diario di Facebook tra qualche decennio scopriremo fatalmente che non è affatto vero che, come pensiamo di ricordare, “vent’anni fa stavo tanto bene”. Perché troveremo riportate nel dettaglio oltre alle piccole gioie anche i momenti di malinconia, o liti dimenticabili magari con persone che si pensava di avere amato senza un solo minuto di interruzione. E allora forse non è sempre vero che la tecnologia, come spesso dicono quelli che non sanno usarla, impedisce ai ragazzi di “sviluppare la fantasia”. Perché invece rischia di impedire di elaborare la memoria, di fatto sancendo la morte della dimensione dinamica del mito, inteso come narrazione che al tempo stesso racconta, ordina e ricrea la realtà.

Scoprire che Cicciottella non era quello che rappresentava nei miei ricordi intacca in parte la mia capacità di costruire me stesso attraverso la mia esperienza personale e irripetibile, oltre a mettere a rischio la credibilità di ogni conversazione da cena cool. Ci sarà sempre qualcuno con lo smartphone che controllerà in tempo reale e sottolineerà la differenza tra la ricostruzione personale e l’oggettività degli avvenimenti, di fatto misurando la distanza tra realtà e memoria.

di Marcello Filotei

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

27 giugno 2019

NOTIZIE CORRELATE