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Una sconfitta
trasformata in vittoria

· Nel film “Dunkirk” di Christopher Nolan ·

Nessun regista riesce a giocare con il tempo e lo spazio con la visionaria disinvoltura di Christopher Nolan, manipolandoli al punto da far convivere in uno stesso racconto linee temporali e piani narrativi diversi. Lo aveva fatto con Memento, rimescolando la labile memoria del protagonista, quindi con Inception, catapultando i personaggi in un mondo in cui sogno e realtà si fondevano creando una dimensione sconosciuta, e poi con Interstellar, dove l’eroe si lanciava con la sua navetta in un buco nero alla ricerca di quella crepa spaziotemporale attraverso la quale salvare la Terra dall’autodistruzione. I risultati erano stati decisamente affascinanti — l’irreale rende possibili artifici narrativi anche estremi — ma non sempre convincenti, forse perché troppo ambiziosi. Tuttavia con l’ultimo film, Dunkirk, Nolan ha accettato la sfida di cimentarsi per la prima con una storia vera, accaduta nel corso della seconda guerra mondiale. E ha affrontato la prova senza rinnegare il suo cinema, fatto di chiavi di lettura e punti di vista inusuali. Del resto non ci si poteva attendere altro dal regista che è riuscito anche nell’impresa di ridare vita all’asfittico mondo fantastico di Batman con l’originale trilogia de Il Cavaliere oscuro.

Nelle immagini scene tratte dal film

Eccolo, dunque, il film più atteso dell’anno. Nelle sale italiane dal 31 agosto, Dunkirk racconta la storia di una disfatta giustamente celebrata come una grande vittoria. Siamo nel nord della Francia alla fine di maggio del 1940. A seguito dell’inattesa e fulminea capitolazione dell’esercito francese, quasi quattrocentomila uomini, in maggioranza del Corpo di spedizione britannico, sono accerchiati dalle forze naziste e si raggruppano sulla spiaggia di Dunkerque (Dunkirk, in inglese) in attesa di essere portati in salvo dall’altra parte della Manica. Appena 26 miglia di mare separano quegli uomini dalla madrepatria, eppure non c’è modo di raggiungere l’altra sponda: un’ampia secca rende difficoltoso l’attracco delle navi alleate al lungo e stretto molo a ridosso della scogliera; quelle poche che vi riescono sono facile bersaglio degli aerei nemici. C’è una sola speranza di salvezza: chiamare a raccolta tutte le piccole imbarcazioni nei porti della costa inglese. E così un’improbabile ma motivatissima flotta di centinaia di barche, pescherecci e battelli da diporto, attraversa la Manica in soccorso dei soldati intrappolati.
È l’“operazione dynamo”, voluta da Churchill, che non compare mai, neppure alla fine del film, visto che il suo intervento al parlamento sulla vicenda viene letto da un soldato sulle pagine di un giornale. Un’operazione grazie alla quale vennero salvati quasi tutti i militari intrappolati sulla spiaggia di Dunkerque, che segnò le sorti della seconda guerra mondiale, restituendo orgoglio e coraggio a un intero popolo; non a caso ancora oggi oltremanica si parla dello “spirito di Dunkirk”. Gli storici si sono a lungo interrogati sul perché Hitler non annientò quell’armata quasi inerme. Se l’avesse fatto, oggi probabilmente vivremmo in un mondo diverso.
Nolan costruisce il film assemblando le scene come fossero il meccanismo di un orologio; lo stesso il cui costante ticchettio scandisce il tempo che trascorre inesorabile per i soldati impauriti in attesa della salvezza. Un meccanismo narrativo che per funzionare deve essere perfetto, o quasi. Cosa non facile, visto che il regista sceglie di ricostruire la storia sovrapponendo appunto luoghi e tempi diversi: una settimana sulla spiaggia, ovvero il tempo trascorso dai soldati assediati a Dunkerque; una giornata sul mare, quella che occorre alle piccole imbarcazioni per attrezzarsi e attraversare il tratto di mare; un’ora nel cielo, quella trascorsa a bordo degli Spitfire che sorvolano la Manica a protezione delle navi. Ma il gioco riesce. Grazi anche alla scelta di raccontare questi eventi attraverso lo sguardo di un pugno di personaggi: l’ufficiale della marina reale addetto alle operazioni di salvataggio (impersonato da Kenneth Branagh), alcuni dei soldati spauriti alla ricerca di salvezza (Fionn Whitehead, Cillian Murphy e Harry Styles), il proprietario di una delle imbarcazioni di soccorso (Mark Rylance) che parte col figlio e con un amico di questi, e infine il pilota di uno dei caccia (Tom Hardy, chiamato a recitare per quasi tutto il tempo con una maschera-respiratore sul volto, così come aveva fatto nei panni di Bane ne Il cavaliere oscuro). Tutti eroi, ciascuno a modo suo. Campioni di sopravvivenza, ma anche di coraggioso altruismo. Le loro piccole storie personali s’intrecciano con la dimensione epica del momento.
Come in tutti i film di Nolan, allo spettatore viene chiesto uno sforzo di attenzione, anche se stavolta la costruzione narrativa, fatta di continui rimandi e incastri temporali, appare meno complessa che in altre sue pellicole. E come i personaggi, anch’egli viene catapultato in un mondo claustrofobico, in balia di un nemico spersonalizzato, che quasi mai si vede ma che incombe minaccioso. Il regista non ha bisogno di ricorrere a fiumi di sangue per afferrare alla gola chi guarda: gli basta inchiodarlo per 106 minuti su quel molo stretto e soffocante, su quella spiaggia indifesa, così come tra le opprimenti paratie di ferro di una nave che affonda o nell’angusto abitacolo di uno Spitfire. Insomma, al regista non servono il realismo esasperato e ricco di effetti speciali de Salvate il soldato Ryan di Spielberg o de La battaglia di Hacksaw Ridge di Gibson. Preferisce servcirsi di una sorta di realtà aumentata, che fa leva sulla sensorialità, attraverso l’uso della tecnologia Imax con pellicola da 65mm, un montaggio a incastri, a una fotografia rigorosa e a una colonna sonora martellante, composta da Hans Zimmer, che assolve un compito narrativo rilevante e a tratti persino soverchiante.
Dunkirk è un grandioso film di guerra, l’opera migliore di Nolan. In molti hanno parlato di capolavoro. Sicuramente lascerà un segno nella storia del cinema di genere. Tuttavia, nonostante i tanti pregi, fra tutti l’originalità del registro, si ha l’impressione di incompiutezza. Non si tratta tanto delle omissioni di cui è stato accusato — tra cui l’aver di fatto ignorato i soldati francesi e di altra nazionalità che pure erano su quella spiaggia — perché la scelta di campo è pur sempre legittima e qui si voleva esaltare il patriottismo britannico. Piuttosto dell’impressione di un freddo distacco del regista da ciò che racconta pur con tanta accuratezza. Ciò che sembra mancare è lo sguardo universale e critico di Kubrick (Orizzonti di gloria, Full Metal Jacket) e di Malick (La sottile linea rossa), capaci di scandagliare e denunciare gli abissi di orrore di ogni guerra, così come il pathos e la carica empatica di Spielberg e di Eastwood (Letters from Iwo Jima), che, senza celare il loro patriottismo, sono riusciti a rendere degni di umana compassione personaggi ambigui e persino i nemici. Perché in guerra, dove bene e male convivono al limite, dalla disumana malvagità all’eroismo estremo, alla fine tutti sono vittime, vincitori e vinti.

di Gaetano Vallini

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26 maggio 2018

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