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La discrezione
di Dio

· ​Nella grotta di Betlemme ·

L’eterno Figlio di Dio, del quale nel creato brilla e si effonde solo un pallido riverbero, appare nel tempo e nello spazio. È Gesù di Nazareth, la seconda persona della santissima Trinità, che, conservando intatta la natura divina, diviene veramente uomo. Possiamo qui citare i versi precisi e illuminati dell’inno sacro Il Natale di Alessandro Manzoni, che con sant’Ambrogio e Paul Claudel seppe genialmente tradurre la fede in poesia: «O Figlio, o Tu cui genera / L’Eterno eterno seco, / Qual ti può dir dei secoli: / Tu cominciasti meco? / Tu sei: del vasto empiro / Non ti comprende il giro: La tua parola il fè. // E Tu degnasti assumere / Questa creata argilla? / Qual merto suo, qual grazia / A tanto onor sortilla? / Se in suo consiglio ascoso / Vince il perdon, pietoso / immensamente Egli è». 

Manzoni, il poeta cristiano più fine e più acuto succeduto a Dante, definisce dunque Dio «immensamente pietoso». Si direbbe che egli non ha atteso il nostro tempo, per fare l’esaltazione della misericordia: un’esaltazione senza dubbio fondata e preziosa, che purtroppo vediamo oggi non di rado accompagnata da imprecisioni, incoerenze e ridondanze, che finiscono col compromettere e rendere instabile e precaria la base stessa di ogni comportamento virtuoso. Non deve mai sfuggire che la giustizia consiste nel riconoscere e nel dare a ciascuno quello che gli è proprio e quindi gli appartiene.
Tornando al Natale di Cristo, constatiamo che a essere donata dal Padre è la Persona stessa del Figlio suo generato dall’eternità. Appare e risalta allora la singolarità della misericordia divina, che in modo sorprendente oltrepassa i confini di ciò che noi istintivamente sentiamo come ovvio e normale definire giusto. Solo che tali confini quali sono segnati da Dio, trasbordano, si direbbe, per diventare un’eccedenza assoluta. A Betlemme, infatti, l’amore divino per l’uomo raggiunge il suo “esaurimento”, nel senso che assume una misura oltre la quale non se ne può pensare una maggiore.
Da qui l’intrattenibile e indicibile stupore che, se ci si sofferma alla grotta, pervade irresistibilmente la mente e il cuore. Il Figlio di Dio, la cui infinita immensità si estende all’intero universo e abbraccia tutte le cose, si è come abbreviato e quasi rappreso nell’esiguo grembo di una donna, per essere deposto, una volta nato, in una mangiatoia, dentro una grotta, e quindi trascorrere la vita di tutti i giorni nello spazio di una semplice e comune casa domestica.

di Inos Biffi

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23 agosto 2019

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