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La diplomazia della Santa Sede nella società post-globale

· Lectio del cardinale Parolin per l'inagurazione dell'anno accademico della Pontificia Università Lateranense ·

Con una lectio magistralis su “La diplomazia della Santa Sede nella società post-globale”, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha inaugurato, mercoledì 9 novembre, l'anno accademico della Pontificia Università Lateranense. Di seguito il testo integrale della prolusione.

Signori Cardinali,

Eccellenze,

Signori Ambasciatori,

Illustri Autorità,

Chiarissimi Professori,

Cari Studenti,

1.Sono particolarmente lieto di poter condividere con l’intera comunità della Pontificia Università questo momento di solenne apertura dell’Anno Accademico 2016-2017. Consentitemi di dire che per me è anche un gradito ritorno, avendo avuto la possibilità di appartenere per diversi anni al corpo docente di questo Ateneo, tenendo il corso di Diplomazia Ecclesiastica.

Il mio saluto si volge in modo particolare al Gran Cancelliere, Sua Eminenza il Cardinale Agostino Vallini, che ringrazio per le parole di benvenuto che ha voluto rivolgermi; e al Rettore Magnifico, S.E. Mons. Enrico dal Covolo, per avermi coinvolto in un momento particolarmente importante per una istituzione universitaria, chiamata per vocazione a favorire la formazione di base e la specializzazione scientifica, ma anche a dare il suo apporto alle grandi questioni della cultura contemporanea. E questo in quella unicità in cui la Lateranense è collocata, la diocesi del Vescovo di Roma, dove la dimensione locale e universale si compongono.

Quello di una Università Pontificia è un contributo che non riguarda il solo profilo della vita ecclesiale, ma anche i complessi temi delle nostre società in cui la Chiesa vive ed opera, temi con i quali sono chiamate a confrontarsi la teologia, la filosofia, il diritto. Un compito certamente non facile in un tempo nel quale la velocità dei contatti e un pragmatico succedersi delle situazioni, sembra togliere spazio alla ricerca e al dibattito sull’uomo, sulla dimensione della persona, sulla sua esistenza e relazionalità. Forse possiamo far nostro l’invito di Papa Francesco quando avverte il mondo universitario che «non basta fare analisi, descrivere la realtà; è necessario dar vita ad ambiti, a luoghi di ricerca vera e propria, a dibattiti che generino alternative ai problemi esistenti, specialmente oggi, che è necessario andare al concreto»[1].

Questa ricerca della concretezza si traduce in competenza e professionalità nei rispettivi ambiti e materie; e si affida all’impegno e al sacrificio quotidiano di docenti e studenti, perché si sforzino di leggere la complessità di situazioni in cui anche la preparazione teologica, filosofica, giuridica va vista «come un segno di maggiore responsabilità per i problemi di oggi»[2]. La questione è dunque quella di comprendere e affrontare attraverso il metodo scientifico e secondo l’epistemologia delle diverse discipline, problemi complessi, alcuni forse non nuovi, ma che certamente necessitano risposte rinnovate. L’indicazione del Santo Padre è di operare senza fermarci, superare la pigrizia – questo vale anche per i diplomatici – imposta da quello che oserei chiamare “pensiero breve”, fatto di pochi e sintetici caratteri, che sembra aver sostituito anche il pensiero debole del post-moderno.

Di fronte alla responsabilità verso i problemi, il “pensiero breve” ci porta a ricorrere al paradigma della globalizzazione, forse per trovare giustificazioni, semplificare la realtà, magari per allontanare tentazioni di ritorno ad errori del passato o anche per evitare l’impegno a costruire il futuro. Del resto, dopo esserci a lungo interrogati, nelle diverse discipline ed espressioni del sapere, sul significato della globalizzazione, sui suoi effetti e la sua portata, siamo giunti a conclusioni le più varie. Una, in particolare, credo abbia maggiormente attirato la nostra attenzione: la certezza di vivere nell’èra globale, in cui “tutti vivono il tutto”. Una linea che ha orientato ogni possibile relazionalità, ad iniziare da quella virtuale, e su cui si sono costruiti gli spazi del pensiero, la dimensione sociale e l’azione politica. Nel frattempo, però, la persona umana – quell’immagine del Creatore che consideriamo come unità tra l’essenza spirituale e la dimensione materiale – perdeva gradualmente la sua natura, chiamato al confronto con un possibile homo globalis.

L’individualità che rende ognuno unico ed irripetibile, oggi sempre più si limita a vestire i panni del manager, dell’imprenditore, del lavoratore o del consumatore; di categorie cioè, intorno alle quali si costruisce l’oggi, magari tralasciando il passato e lasciando incertezza sul domani. Se la globalizzazione puntava a coinvolgere tutti, attira attenzione e fa discutere la sua riduttiva visione – sono ancora parole del Papa – «in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la configurazione e l’utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi»[3]. Sembra quasi che l’unità tra spirito e materia non abbia più uno spazio, una cittadinanza, né una centralità nelle decisioni che vengono adottate nei luoghi dove politica, economia, sistemi di regole, ma anche il sapere, la cultura, la dimensione religiosa sono, da sempre, chiamate a dare il loro apporto. E questo sia a livello interno dei singoli Paesi che nella dimensione internazionale.

2.Quelli appena delineati sono pochi dati, ma essenziali per riflettere su quale sia il contesto in cui opera anche l’attività diplomatica, quale diretta espressione della relazione che si instaura tra i protagonisti della vita internazionale. Un ambito dove si colloca anche la diplomazia della Santa Sede, pur nella specificità delle funzioni che la animano e nella peculiarità degli intenti che essa aspira a raggiungere.

Quello diplomatico è un contesto che non ha superato la convinzione (o forse la presunzione) di ritenere lo scenario mondiale e i rapporti al suo interno come un “tutto collegato”. Nel contempo, però, il diplomatico attraverso i fatti è perfettamente cosciente che ai benefici della dimensione globale si attinge in modo diverso.

Senza entrare sulla questione dei limiti della globalizzazione, possiamo piuttosto parlare di un contesto post-globale, utilizzando l’immagine evocata da Papa Francesco al numero 236 della Evangelii Gaudium: il poliedro che sostituisce la sfera. Una chiave di lettura che sottolinea come non c’è equidistanza nell’attingere ai benefici della società globale: se rispetto alla sfera ogni punto arriva al centro percorrendo la stessa distanza, cosi non è per chi è collocato nelle facce del poliedro che sono più lontane dal centro. Qui è possibile leggere non solo il divario tra ricchezza e povertà, istruzione e mancata formazione, tecnologia e arretratezza, ma anche ciò che separa la fede dall’indifferenza religiosa, una realtà che come comunità ecclesiale ci interpella direttamente e ci chiama ad agire.

Dunque, non più situazioni che simultaneamente interessavano tutti, come c’eravamo abituati a pensare cercando di “far quadrare il cerchio”, per usare un’espressione della letteratura sulla globalizzazione[4]. Di fronte alla complessità della vita internazionale – penso ad una governance debole o assente, alla frammentazione delle regole, agli evidenti divari socio-economici tra Paesi, alla rivendicazione di autonomia dei popoli rispetto agli Stati e degli Stati rispetto alle forme di integrazione intergovernative e sovranazionali, al conflitto asimmetrico per combattere il terrorismo – il post-globale fa emergere risposte molteplici e spesso talmente discordanti da provocare immobilismo, unilateralismo e soprattutto quella «abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità»[5]. E così, ad esempio, di fronte ai conflitti armati, i diplomatici negoziano senza che tutte le parti siano coinvolte, i civili sono privi di protezione, gli ospedali diventano obiettivi militari, i tanti gruppi combattenti rievocano la vecchia guerra mercenaria, mancano acqua e viveri, ma circolano liberamente armi di ogni tipo.

Testimone di questi accadimenti, anche la diplomazia assiste ad alcune trasformazioni: nel negoziato l’unilateralismo diventa esclusiva ricerca di interessi diversi dall’oggetto della trattativa; l’immobilismo giustifica la cosiddetta no action delle competenti Istituzioni internazionali; l’anestizzazione delle coscienze crea indifferenza e abitudine, due potenti elementi che dall’agorà – magari quella dei social media – si trasferiscono facilmente nelle Cancellerie.

Ritornano allora gli annosi interrogativi sull’efficacia degli strumenti offerti dal diritto internazionale nel cui quadro si struttura l’attività diplomatica, come pure si valuta la tenuta della legalità internazionale, i cui traguardi appaiono messi in discussione. Interrogativi che hanno risposte molteplici, tutte però con un unico denominatore: si è imposto un nuovo paradigma dei rapporti internazionali che anzitutto vede ogni Stato protagonista e antagonista nei confronti di altri, siano essi Stati o anche coordinamenti superiori agli Stati. L’effetto è che la possibilità di intervenire di fronte alla complessità del post-globale si limita spesso alla percezione di pericoli e di problemi, a cui non segue la volontà di procedere con azioni comuni e in grado di affrontarli e risolverli.

La mancanza di un’adeguata governance si evidenzia nell’immobilismo non solo di fronte ai conflitti, ma anche alla mancata tutela dei diritti umani, ad una giustizia internazionale resa più lenta. Anche alla cooperazione, necessaria di fronte a fenomeni come la mobilità umana, il mancato sviluppo o la questione ambientale, rimane un residuo spazio solo per gestir le emergenze. Azioni certamente doverose, ma che non prevedono un modus operandi per il futuro della famiglia umana. Gli esempi di questa mancata “previsibilità” – uso un termine che la globalizzazione ha aggiunto a quello tradizionale di previsione – possono essere molteplici. Mi limito a due letture fatte da Papa Francesco, di altrettante realtà che interessano simultaneamente le diverse parti del nostro mondo diviso. La prima riguarda le strategie per arginare il terrorismo: gli atteggiamenti unilaterali si interrompono solo di fronte ad un diretto e drammatico coinvolgimento, mentre è chiaro che solo visioni unitarie possono porre fine a questo fattore destabilizzante[6]. L’altra è relativa ai modi per affrontare catastrofi umanitarie come gli spostamenti di popolazione: nonostante l’attenzione posta sui cambiamenti climatici ancora non si riconosce che a breve il maggior numero di migranti saranno migranti climatici[7]. In ambedue i casi prevale solo l’attesa, angosciante, che i fenomeni si realizzino per poi rispondere in termini di emergenza.

3.Da un siffatto contesto, ormai parte della nostra quotidianità, non resta estranea la Santa Sede quando opera come soggetto e tra i soggetti di diritto internazionale, cercando di incoraggiare sforzi, richiamare doveri o agire per adeguare l’azione diplomatica alla dimensione post-globale.

Ma con quale fine? In primo luogo per dare testimonianza, come ha recentemente ricordato Papa Francesco delineando la funzione che il Rappresentante Pontificio è chiamato a svolgere: «Non si tratta di una supina strategia per raccogliere informazioni e manipolare realtà o persone, ma di un atteggiamento che si addice a chi non è solo un diplomatico di carriera, né appena uno strumento della sollecitudine di Pietro, ma anche un Pastore dotato della capacità interiore di testimoniare Gesù Cristo»[8].

Questa impostazione supera ogni questione possibile circa la ragione per cui la Santa Sede abbia propri Rappresentanti diplomatici accreditati presso 179 Paesi e 31 Istituzioni intergovernative di carattere universale, regionale e di gruppo. Nunziature Apostoliche e Missioni Permanenti, infatti, nell’essere strumento di testimonianza, entrano a pieno titolo in quella rete della governance mondiale di cui l’attività diplomatica è un aspetto essenziale. Per la Santa Sede questo significa anche ricevere i diplomatici che Paesi e Organizzazioni accreditano presso la sede di Pietro, non per una mera reciprocità, ma ben conoscendo la natura e la visione della Chiesa. Mediante la diplomazia, pertanto, si instaura un dialogo continuativo senza alcuna esclusione o limitazione, poiché la diversità, anche religiosa, trova punti di contatto nell’uso di questo strumento che per sua natura è volto «a favorire le relazioni amichevoli tra gli Stati, quale che sia la diversità dei loro ordinamenti costituzionali e sociali»[9].

Se, dunque, l’obiettivo della piena comunione tra il Romano Pontefice e le chiese locali è essenziale per la loro vita e la loro attività, il dialogo con i Paesi è caratteristico della diplomazia pontificia, da sempre, anche nelle situazioni più difficili. Nel delineare lo scenario di un negoziato, infatti, se punto di partenza sono i fatti e la situazione presente, poi le norme vigenti e la loro esatta interpretazione, le eventuali riserve di principio, poi tutto si affida al dialogo, con pazienza, non spezzando mai il filo, anche sottile, costruito. In questo modo si può guardare al futuro possibile, avendo conoscenza del passato, ma senza fermarsi. Mai la Santa Sede sarà artefice dell’interruzione o del fallimento della trattativa intrapresa.

Attraverso questo metodo, l’azione diplomatica diventa il modo per seguire, partecipare e incidere nella vita internazionale, nei suoi quotidiani sviluppi, avendo presenti la missione universale della Chiesa – fatta di annuncio, ascolto, condivisione e attenzione alle comunità ecclesiali – e le attese che il Mondo esprime attraverso desideri di pace, giustizia, bene comune, per restare nel linguaggio del Concilio Vaticano II. In sintesi si tratta di un’azione ecclesiale, in cui la sollecitudine del Vescovo di Roma per le chiese locali si coniuga con l’obiettivo della Chiesa di «costituire un legame strettissimo tra le varie comunità umane e le diverse nazioni, purché queste abbiano fiducia in lei e riconoscano lealmente la vera sua libertà in ordine al compimento della sua missione»[10].

La diplomazia pontificia non è un’attività superata dal cambiamento delle ragioni che per secoli l’hanno caratterizzata, né un superstite dell’aspetto temporale del papato ormai inutile alla missione essenzialmente religiosa della Chiesa. Tantomeno essa appartiene ad una dimensione atipica dei rapporti internazionali o a qualche privilegio. Lo mostra il fatto che se al compito del Rappresentante Pontificio di collegare la Sede Apostolica e la chiesa locale si aggiunge la relazione con i Paesi o le Organizzazioni intergovernative, ogni situazione è regolata da norme internazionali. Possiamo senza dubbio parlare di una “presenza alla pari” in quella società paritaria che è l’odierna Comunità internazionale.

Nella fase contemporanea questa presenza concorre a realizzare rapporti pacifici tra le Nazioni, e va annoverata tra i mezzi con i quali la Chiesa persegue la sua finalità che ha al centro la salvezza delle anime e l’annuncio della Buona Novella a tutte le genti[11]. E se la diplomazia è il luogo di composizione di interessi diversi e di soluzioni comuni, la Santa Sede opera per sostenere e cogliere anche i segni più piccoli di concordia tra gli Stati in vista del bene comune della famiglia umana. In proposito, mantengono tutto il loro significato le parole dell’allora Mons. Giovanni Battista Montini, che dal 1930 al 1938 insegnò Diplomazia Ecclesiastica nell’Institutum Utriusque Iuris di questa Università. Egli diceva: «se la diplomazia civile tende all'unificazione del mondo e al prevalere della ragione sulla forza, e all'incremento dei singoli Stati nel concerto armonico di sempre più vasta organizzazione internazionale, essa trova nella diplomazia ecclesiastica quasi un vertice a cui può guardare con profitto non già per l'abilità che la diplomazia ecclesiastica può esplicare, o per i risultati ch'essa può raggiungere — l’una e gli altri possono fallire — quanto piuttosto per l'ordine ideale da cui essa parte e a cui essa aspira, la fratellanza universale dagli uomini»[12].

Effettivamente, l’attività diplomatica della Santa Sede risponde in maniera coerente alle esigenze di concordia tra i popoli e di libertà della Chiesa. Ascoltandone la voce nei molteplici luoghi dell’attività diplomatica, si coglie che la Santa Sede non è portatrice di istanze valide solo per i cattolici o anche per quanti professano un credo o una visione religiosa, ma sposa la causa dell’uomo, dei suoi diritti e libertà. E lo fa in modo consapevole.

Il recente Accordo globale concluso il 26 giugno 2015 con lo Stato di Palestina può essere esemplificativo poiché mostra attenzione non solo per la pur complessa realtà della Chiesa cattolica in Terra Santa, ma per i principi di convivenza pacifica tra popoli diversi, la leale cooperazione e la necessità di dare effettività al tradizionale principio di buona fede. Questo perché, come disse Papa Francesco in occasione dell’Invocazione per la Pace in Terra Santa, nel giugno 2015, «[p]er fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’animo»[13]. E ancora, lo stesso Accordo con riferimento alle nuove situazioni che in varie parti del mondo si pongono in materia di libertà e diritti del credente, pone per la prima volta in un testo rilevante per l’ordinamento internazionale, l’esplicito riconoscimento di una «spontanea “obiezione di coscienza” quale pratica coerente con il diritto alla libertà di coscienza, credo e religione» (art. 4 § 3).

Questo a dimostrazione che il diritto alla libertà di religione inteso nella sua completezza comprende non solo la dimensione del culto, ma il diritto di cambiare religione, la garanzia del potere di autorganizzazione proprio di ogni comunità religiosa e – non meno rilevante – la presenza dei credenti a pieno titolo nella vita pubblica.

4.Per poter cogliere come la diplomazia pontificia si confronti con l’oggi e con il futuro delle relazioni internazionali sono sufficienti alcune immagini che mantengono evidentemente una sola funzione esemplificativa. Si tratta, infatti, di stabilire contatti per aiutare il mondo moderno a risolvere i tanti problemi, a volte contraddittori, e a realizzare quella pace dinamica e costruttiva centrata sul riconoscimento e sulla promozione dei valori umani, dei diritti fondamentali e dello sviluppo delle società.

Nel mio recente intervento alle Nazioni Unite, riferendomi al tema della pace, e meglio direi alla prevenzione della sua violazione, ho espresso l’auspicio che «siano intrapresi vari formati di contatto e di dialogo per risolvere i conflitti in corso»[14]. Infatti, oggi la questione non è più una pacificazione guidata da quei principi della trattativa diplomatica che operava in passato in presenza di una guerra, ma è scoprirne di nuovi, adattandosi alle diverse tipologie di conflitto. Anzitutto per il fatto che quelli odierni hanno ormai una radice e qualificazione quasi solo interna, diversa dalle tradizionali operazioni militari tra Stati. Questo comporta che pure le regole internazionali vigenti risultino nell’immediato inapplicabili, facendo riapparire l’idea che “inter armas silent leges”, e cioè negando i principi del diritto internazionale umanitario fondati sull’adagio “inter armas caritas”.

La proposta dei vari format per risolvere i conflitti permette di comprendere le conseguenze dell’espressione «guerra a pezzi» introdotta da Papa Francesco; e cioè che la ricerca della pace domanda di ritornare ai fondamentali dell’ordine internazionale. Questo vuol dire che una vera pace non sarà possibile «senza il riconoscimento di alcuni limiti etici naturali insormontabili e senza l’immediata attuazione di quei pilastri dello sviluppo umano integrale»[15]; come pure non si può immaginare «che un’unica soluzione teorica e aprioristica darà risposta a tutte le sfide»[16].

L’evoluzione del diritto internazionale registrata nei settant’anni di vigenza del modello ONU può dire molto in termini di regolazione, applicazione e istituzionalizzazione di nuove strade da percorrere, partendo dall’obbligo di risolvere le controversie con mezzi pacifici. Questo per Papa Francesco significa il dovere di «assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato», con diretto rinvio al Capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite considerata una «norma giuridica fondamentale»[17]. Un punto, cioè, da cui patire, ma per elaborare risposte adeguate ai casi concreti.

Consapevole, però, di operare in un quadro post-globale, la diplomazia pontificia nel guardare al futuro ha chiaro che lo sforzo da compiere è superare la ricerca di una pace espressione di un «nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze»[18]. In effetti, fino a quando sarà possibile separare il binomio pace-sicurezza da quello cooperazione-sviluppo? I fondi destinati alla sicurezza e agli armamenti sono sempre disponibili, mentre anche in nome della crisi economica quelli destinati allo sviluppo diminuiscono, nonostante le diverse agende approvate. A questa obiezione si risponde che il contenuto della Carta delle Nazioni Unite orienta i rapporti fra Stati «ad assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune»[19]. Un’immagine che Papa Francesco capovolge, abbandonando l’idea che la forza organizzata sia sinonimo di interesse comune. Egli sostiene: «[s]e si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli»[20]. È la lettura del post-globale, dove i conflitti mettono fine ad ogni attività, impongono di lasciare territori ed affetti, come pure frenano – a volte in modo irreversibile – la vita delle comunità religiose; poi al momento della loro conclusione condannano popoli e Paesi ad una pace armata, sempre pronta ad essere violata.

Tutto questo significa costatare che «il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Deve essere accettato» come indica al numero 226 l’Evangelii Gaudium. Solo in questo modo «lo si può risolvere e trasformare in un anello di collegamento di quel nuovo processo che gli « operatori di pace» mettono in atto»[21]. Un esempio in tal senso è la recente azione in due contenziosi particolarmente significativi nel Continente Americano.

Il primo ha visto la Santa Sede prodigarsi presso Cuba e Stati Uniti d’America, anche con una Lettera personale del Papa ai loro Capi di Stato, a cui si è aggiunta la firma in Vaticano dei documenti di intesa che hanno consentito il buon esito della trattativa. Un percorso che ha portato a superare, nel dicembre 2014, la lunga contrapposizione tra i due Paesi iniziata nel 1959, e quindi la ripresa dei rapporti diplomatici nel luglio del 2015.

La riconciliazione del popolo colombiano, invece, è stata il motivo dell’apporto dato al negoziato tra il Governo di Colombia e le FARC-EP a cui il Pontefice ha espresso tutto il suo sostegno. Come ho potuto esprimere al momento della firma dell’Accordo finale, lo scorso 27 settembre, la Santa Sede è consapevole che «la pace che anela la Colombia va oltre il pur necessario perfezionamento di determinate strutture o convenzioni, e trova il suo centro nella ricostruzione della persona: di fatto, le cause profonde del conflitto che negli ultimi decenni ha lacerato questo Paese si trovano nelle ferite del cuore»[22].

I casi citati sono situazioni certamente diverse – internazionale la prima, internazionalizzata la seconda – ma che confermano l’indirizzo di un’azione diplomatica volta a consentire non solo la soluzione di controversie, ma la garanzia di continuità alla convivenza pacifica tra le Nazioni e all’interno di ogni Paese.

5.Quelli delineati restano solo alcuni dei possibili punti di un’agendadi situazioni di interesse per la diplomazia della Santa Sede che non si sottrae a concorrere nella edificazione dell’ordine internazionale nella sua dimensione ormai post-globale. E questo superando il determinismo istituzionale e la pragmaticità oggi rilevabili nelle relazioni internazionali, come pure andando alla ricerca dei segni dei tempi, analizzandone i contenuti e considerandoli in relazione alla giustizia, al bene comune, alla libertà religiosa e alla libertas Eccelsiae.

Unicamente esperta in umanità, nel suo agire essa è portatrice di una concezione della vita umana aperta al trascendente, e opera perche la pace sia raggiunta, lo sviluppo sia garantito, i valori fondamentali della convivenza e i diritti umani siano promossi e protetti. È questo che le impone di stabilire contatti, dialogare e allacciare relazioni stabili anche con realtà con le quali sembra al momento lontana ogni possibile intesa.

Negli appunti di un mio illustre predecessore, il Cardinale Agostino Casaroli, circa un difficile negoziato, da molti ritenuto impossibile, si legge: «[…] enormi difficoltà; poveri risultati, ed anche questi sempre incerti ed aleatori; reazioni talvolta negative da parte proprio di coloro a cui la Santa Sede vorrebbe portare un aiuto, seppure modesto in ragione della tristezza della situazione e della impossibilità di ottenere di più, e dimostrare il proprio cordiale interessamento; pericolo di indebite illazioni da parte di chi – anche fra i cattolici – sembra incapace di comprendere che anche un’azione di legittima difesa dei diritti e delle possibilità di vita della Chiesa sotto [un] durissimo e ingiusto giogo […] non significa accettazione di questo giogo,né rinuncia ai principi o ai diritti dei quali ancora non si riesce ad ottenere il riconoscimento e il rispetto»[23].

Dove c’è anche un solo credente, o in quei luoghi in cui la Chiesa non sembra trovare piena cittadinanza, lì diventa ancor più necessario per la diplomazia pontificia operare ogni sforzo avendo presente la propria storia e la propria funzione. Le possibilità, in concreto, andranno valutate proseguendo con fiducia nella trattativa e nel reciproco incontro, come indica Papa Francesco dettando un viatico ad un tempo programmatico e strutturale: «per camminare verso il futuro serve il passato, necessitano radici profonde, e serve anche il coraggio di non nascondersi davanti al presente e alle sue sfide. Servono memoria, coraggio, sana e umana utopia»[24].

Grazie!


[1] Francesco, Discorso alla Pontificia Università Cattolica dell’Ecuador, 7 luglio 2015 (testo in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/july/documents/papa-francesco_20150707_ecuador-scuola-universita.html).

[2] Ibid.

[3] Francesco, Discorso al Parlamento Europeo, 25 novembre 2014 (testo in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/november/documents/papa-francesco_20141125_strasburgo-parlamento-europeo.html).

[4] Il riferimento è al libro di Ralph Dahrendorf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Laterza, Bari, 20092.

[5] Francesco, Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Misericordiae Vultus, 15 (testo in https://w2.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco_bolla_20150411_misericordiae-vultus.html).

[6] Francesco, Discorso all’incontro interreligioso al Memorial di Ground Zero, 25 settembre 2016 (testo in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/september/documents/papa-francesco_20150925_usa-ground-zero.html).

[7] Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2016, 3 (testo in https://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/food/documents/papa-francesco_20161014_messaggio-giornata-alimentazione.html).

[8] Francesco,Discorso ai partecipanti all'incontro dei Rappresentanti Pontifici, 17 settembre 2016 ( testo in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/september/documents/papa-francesco_20160917_rappresentanti-pontifici.html). La stessa indicazione il Pontefice l’ha riproposta nel Discorso all’Evento ecumenico nella Malmö Arena, 31 ottobre 2016 (testo in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/october/documents/papa-francesco_20161031_svezia-evento-ecumenico.html).

[9] Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (1961), Preambolo. La Santa Sede è parte della Convenzione avendola ratificata il 17 aprile 1964.

[10] Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, 42.

[11] In tal senso si esprimeva il Beato Paolo VI nel Suo memorabile Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, il 4 ottobre 1965 (testo in: https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651004_united-nations.html).

[12] Discorso per il 250° anniversario della Pontificia Accademia Ecclesiastica, 25 aprile 1951, testo in http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/acdeccles/documents/montini_it.htm

[13] Francesco, Intervento in occasione della “Invocazione per la pace” in Terrasanta, Giardini Vaticani, 8 giugno 2015 testo in https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/06/08/0422/00956.html.

[14] Intervento all’Assemblea Generale dell’ONU, 22 settembre 2016 (testo in http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/parolin/2016/documents/rc_seg-st_20160922_parolin-onu-71-sessione_it.html).

[15] Francesco, Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 25 settembre 2015 (testo in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/september/documents/papa-francesco_20150925_onu-visita.html

[16] Ibid.

[17] Ibid.

[18] Ibid.

[19] Carta delle Nazioni Unite, Preambolo.

[20] Francesco, Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU.

[21] Francesco, Messaggio in occasione della Conferenza “Nonviolence and Just Peace: Contributing to the Catholic Understanding of and Commitment to Nonviolence”, 6 aprile 2016 (testo in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2016/documents/papa-francesco_20160406_messaggio-non-violenza-pace-giusta.html).

[22] Omelianel corso della Liturgia della Parola in occasione della firma dell’“Accordo Finale” tra il Governo della Colombia e le FARC-EP, Cartagena delle Indie, 27 settembre 2016, testo in http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/09/27/0676/01531.html#trad.

[23] G. Barberini (a cura di), La politica del dialogo. Le carte Casaroli sull’Ostpolitik vaticana,Il Mulino, Bologna 2008, p. 337.

[24] Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa, 25 novembre 2014 (testo in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/november/documents/papa-francesco_20141125_strasburgo-consiglio-europa.html).

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