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Per la dignità umana
e la libertà

· Il Papa al presidente statunitense Trump ·

Nel giorno dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, il Pontefice gli ha indirizzato un telegramma augurale di cui diamo di seguito una nostra traduzione italiana.

Il giuramento sulla Bibbia (Ansa)

Al momento del suo insediamento come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, le offro i miei cordiali buoni auguri e l’assicurazione delle mie preghiere affinché Dio Onnipotente le conceda saggezza e forza nell’esercizio del suo alto ufficio. In un tempo in cui la nostra famiglia umana è afflitta da gravi crisi umanitarie che esigono risposte politiche lungimiranti e unite, prego perché le sue decisioni siano guidate dai ricchi valori spirituali ed etici che hanno forgiato la storia del popolo americano e l’impegno della sua nazione per la promozione della dignità umana e della libertà in tutto il mondo. Sotto la sua guida, possa la grandezza dell’America continuare a essere misurata anzitutto in base alla sua sollecitudine per i poveri, gli emarginati e i bisognosi che, come Lazzaro, stanno davanti alla nostra porta. Con questi sentimenti, chiedo al Signore di concedere a lei e alla sua famiglia, e a tutto l’amato popolo americano, le sue benedizioni di pace, di concordia e di prosperità materiale e spirituale.

Francesco

Diciotto minuti di discontinuità

Diciotto minuti: un tempo brevissimo per un discorso di investitura, ma sufficiente a Donald Trump per segnare una forte discontinuità con il recente passato della politica statunitense. Ma non con la storia. Il suo richiamo a un’America che non ha modelli da esportare, ma solo esempi da proporre, è stato infatti un deciso riferimento alla dottrina Monroe.

Il presidente Trump con il capo del pentagono  e il responsabile della sicurezza interna (Afp)

Teorizzare una qualsiasi forma di isolazionismo è però più difficile oggi di quanto non fosse nel XIX e nel XX secolo. Perché, soprattutto negli ultimi anni, il mondo è stato abituato a considerare la globalizzazione come una sorta di verità assoluta, le cui regole erano destinate a definire il destino futuro di paesi e popoli.

Il fatto è che la globalizzazione, così come l’abbiamo finora conosciuta, di regole ne ha davvero avute ben poche e quelle stabilite — spesso tacitamente — sono state tutte orientate all’ottenimento del massimo profitto con la minima spesa. Ecco quindi la delocalizzazione delle imprese in paesi con un bassissimo costo di mano d’opera e il susseguente impoverimento di intere regioni, che hanno visto svanire le loro reti produttive. Senza che questo significasse peraltro un sensibile miglioramento delle condizioni di vita dei paesi “colonizzati” dalle industrie occidentali, che a volte hanno imposto ritmi e condizioni di lavoro disumani.

Quando il nuovo presidente proclama la sua volontà di riportare negli Stati Uniti lavoro e ricchezza, quando si appella alla popolazione per “comprare americano e assumere americani”, risponde proprio alle richieste di quella enorme fascia di cittadinanza che della globalizzazione ha visto solo gli aspetti negativi con una decisa riduzione del proprio tenore di vita. E quando dichiara che con la sua elezione il potere passa dall’establishment politico al popolo, fa capire che l’intera classe dirigente statunitense (ma il discorso potrebbe essere ampliato ad ogni altro paese) non ha saputo finora gestire la globalizzazione, non è stata cioè in grado di ordire un tessuto etico capace di orientarla in favore delle persone e non solo dei capitali.

Solo il tempo potrà dire se la ricetta formulata da Trump sarà davvero efficace. In un pianeta sempre più interconnesso, alzare barriere, anche solo commerciali, può apparire fortemente anacronistico. È difficile pensare che una nazione, per quanto potente, possa farcela da sola. E tornano alla mente le parole del presidente cinese Xi Jinping, inedito paladino delle globalizzazione, che al Forum di Davos ha segnalato come in una guerra commerciale non ci sarebbero vincitori, ma solo sconfitti.

Il nuovo presidente statunitense non potrà ignorare le istanze che giungono dalle altre potenze mondiali, se è vero che, come ha dichiarato nel suo discorso, cercherà nuove alleanze, oltre a quella storica con la Gran Bretagna ora rafforzata dalla Brexit. Ma soprattutto non dovrà dimenticare la grande tradizione di solidarietà propria degli Stati Uniti. Un paese che ha costruito la propria forza sull’accoglienza, come è accaduto nel periodo migliore della sua storia, e che certo non vorrà dimenticare questa eredità.

di Giuseppe Fiorentino

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21 agosto 2019

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