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La dialettica iscritta nella mente

· ​Neuropsichiatria e filosofia a confronto ·

L’encefalo dei mammiferi si differenzia da quello degli altri vertebrati per il notevole sviluppo della corteccia cerebrale. Composta dagli emisferi destro e sinistro, connessi da un insieme di fibre nervose denominate corpo calloso, essa è ritenuta la sede delle funzioni intellettive superiori. Rispetto a quella degli altri mammiferi, la corteccia cerebrale dell’uomo manifesta non solo il più alto grado di complessità ma forse anche il più alto grado di specializzazione emisferica, ossia di localizzazione delle singole attività cerebrali (e.g., l’immagazzinamento e l’organizzazione delle esperienze passate, le procedure di riconoscimento degli oggetti…) sia in uno dei due emisferi, sia nei lobi frontali, parietali, temporali od occipitali di uno stesso emisfero. Questa disimmetria funzionale del nostro cervello fu scoperta dal chirurgo francese Pierre Paul Broca (1824-1880), che notò il nesso fra una grave forma di afasia e la lesione di una parte anteriore dell’emisfero sinistro (l’aerea di Broca); e fu confermata dal neurologo tedesco Carl Wernicke (1848-1905), che individuò in una parte posteriore dello stesso emisfero (l’aerea di Wernicke), la causa della perdita della comprensione del linguaggio ma non della sua produzione. Furono però i lavori di Winfrid G. Penfield (1891-1976) — riportati nei celeberrimi diagrammi dell’homunculus corticalis — e quelli del premio Nobel Roger W. Sperry (1913-1994) — di stimolazione degli emisferi cerebrali impossibilitati a comunicare fra loro poiché appartenenti a pazienti epilettici anteriormente sottoposti alla recisione chirurgica del corpo calloso (split-brain patients) — a dare una idea più chiara su quali facoltà risiedessero all’interno di ciascun emisfero. 

Con l’arrivo dei preziosi strumenti di diagnosi per immagine — quali la tomografia a risonanza magnetica funzionale (Fmri) e quella a emissione di positroni (Pet) — la neuropsichiatria ha potuto esplorare in più dettaglio la lateralizzazione del cervello umano. I risultati finora ottenuti convalidano l’impressione che entrambi gli emisferi elaborino informazioni in forma autonoma e complementare l’uno dall’altro. L’emisfero sinistro si sarebbe perfezionato nel pensiero deduttivo, quello destro nel raggiungimento delle conclusioni intuitive; il sinistro si concentrerebbe nell’esaminazione logica della realtà presente nei suoi singoli dettagli, il destro nel conseguimento di conclusioni globali sul senso degli eventi passati; il sinistro si specializzerebbe nell’attenzione ai meccanismi del funzionamento delle cose, il destro sarebbe responsabile per l’empatia che ci lega individualmente alle persone. Pochi scienziati dubitano del fatto che sia proprio la complessa (e per lo più ancora ignota) interazione fra i procedimenti intellettivi tipici dei due emisferi a stabilire la forma definitiva della nostra percezione del mondo. Non pochi però denunciano l’emergere di una cultura popolare che, esasperando le funzionalità specifiche dei due emisferi, vede in quello sinistro la sede esclusiva della razionalità e in quello destro, quella dell’emotività. È nel contesto di questa caricatura riduttiva che va letta la provocazione scientifico-filosofica di Iain McGilchrist esposta nel suo affascinante trattato The Master and His Emissary. The Divided Brain and the Making of the Western Word (Yale Univeristy Press, 2009).
Il ricercatore alla Johns Hopkins, esponendo in maniera luminosa i lavori di eminenti investigatori quali Michael S. Gazzaniga, direttore del Sage Center for the Study of the Mind di Santa Barbara in California, propone che la lateralizzazione del nostro cervello sia la causa ultima dell’esistenza di due modalità fondamentali di percepire la realtà: una principalmente logica, deduttiva e analitica (elaborata dall’emisfero sinistro) e l’altra primariamente creativa, relazionale e sintetica (confezionata dall’emisfero destro). Queste due modalità, sebbene teoricamente complementari, sarebbero — sempre secondo lo scienziato britannico — in uno stato di dialettica competitiva, che vedrebbe l’emisfero destro disposto alla cooperazione con il sinistro, ma quest’ultimo propendente alla dominazione della sua controparte. Da qui, il titolo dell’opera che si riferisce a una storiella scritta da Friedrich Nietzsche su un maestro benevolo e generoso (in casu, l’emisfero destro) che delegò il suo potere a un emissario prepotente ed ambizioso (in casu, l’emisfero sinistro), che finì per detronizzarlo. Partendo da tale metafora, McGilchrsit propone un’incantevole rilettura di venticinque secoli di cultura occidentale. Incominciando dalla filosofia presocratica ed esaminando miriadi di aspetti dell’arte, della letteratura e della filosofia del medioevo, del rinascimento, dei tempi moderni e contemporanei, il Fellow del All Souls College di Oxford giunge alla conclusione che il pensiero occidentale è stato configurato nei secoli dall’affermarsi di una tirannia, mano a mano sempre più assoluta, dell’emisfero sinistro su quello destro. L’Occidente avrebbe così abbandonato quel “paradiso perduto” (Paradise Lost) rimpianto da John Milton — nel quale i due emisferi collaboravano sotto il prudente governo dell’emisfero destro che garantiva una visione d’insieme, sensata ed equilibrata — per essere condannato all’efficientismo, alla razionalità e all’attenzione al dettaglio, imposti dalla prepotenza dell’emisfero sinistro, che sarebbe riuscito risolvere a suo favore la primigenia dicotomia delle “due modalità completamene eterogenee della conoscenza” (Zwei voellinge heterogene Weisen gegeneben Erkenntiß) intuite da Arthur Schopenhauer. Ogni lettore deciderà se i vent’anni di lavoro di McGilchrist riassunti nelle seicento pagine del suo saggio siano un incantevole volo pindarico o l’illustrazione più scientificamente attendibile della dicotomia delle “due anime” nel petto di Faust che davano vita, da una parte al suo insaziabile desiderio di conoscenza e dall’altra, alla sua passione irrefrenabile per Margherita («Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust»; cfr. J.W. Goethe, Faust I,1112). Tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, la domanda più basilare riguarda il perché il nostro cervello abbia sviluppato due comprensioni così diverse. Di primo acchito, verrebbe da pensare che l’esistenza di due percezioni alternative garantisce un intendimento più completo della realtà, un po’ come il concorso delle informazioni provenienti da due occhi separati permette l’elaborazione di un campo visivo dotato di profondità e di prospettiva. Se così fosse, la specializzazione emisferica sarebbe primariamente la conseguenza di un adattamento biologico che conferirebbe alla nostra specie un vantaggio evoluzionistico. Ma, a ben pensarci, la questione principale è un’altra: i binomi apparentemente utilizzati dal nostro cervello — razionalità / creatività; analisi / sintesi; deduzione / induzione — derivano effettivamente da categorie insite nella natura stessa? Oppure, la natura è da noi percepita in termini di tali binomi solamente perché il nostro cervello così ce lo impone? Nel primo caso, la nostra mente ci starebbe fornendo una visione sostanzialmente fedele all’essenza del reale. Nel secondo caso, invece, i limiti intrinsechi della nostra mente ci starebbero imponendo una concezione del reale elaborata sulla base di parametri possibilmente arbitrari o, comunque, artificiali.
Da un punto di vista strettamente scientifico (ma forse, non da quello filosofico o teologico) fornire una riposta certa a tale quesito è pressoché impossibile, poiché richiederebbe la risoluzione di un dilemma circolare che vede l’osservatore essere l’oggetto della sua stessa osservazione. Proprio l’insolubilità di questo dilemma era stata argomentata dal padre della fisica quantistica Max Planck — il cui nonno e bisnonno avevano entrambi insegnato teologia a Göttingen — quando, a due anni dalla morte del suo amico, il teologo luterano propugnatore del metodo storico-critico Adolf von Harnack, alla cui famiglia rimase legato anche per la tragedia dell’esecuzione dei figli Ernst von Harnack e Erwin Planck, a seguito della loro adesione all’attentato contro il Führer del 20 luglio 1944, sentenziava: «La scienza non può risolvere il mistero supremo della natura. Poiché, in ultima analisi, noi stessi siamo parte della natura e perciò parte del mistero che cerchiamo di risolvere» (cfr. M. Planck; Dove va la scienza?, 1932).

di Carlo Maria Polvani

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27 giugno 2019

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