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La via del rispetto
e della comunione di vita

· L’esperienza missionaria tra gli Yanomami dell’Amazzonia ·

La nascita della Missione Catrimani in terra Yanonami, dove la crisi dei diritti e l’aggressione all’ambiente appaiono ogni giorno sempre più frequenti e gravi, viene raccontata nel capitolo «Il contesto ecclesiale e indigenista», di cui pubblichiamo ampi stralci, dall’arcivescovo di Porto Velho e presidente del Consiglio indigenista missionario (Cimi). Tratto dal libro, edito da Emi, dal titolo Nohimayu — L’incontro. Amazzonia: gli Yanomani e il mondo degli altri. Storia della Missione Catrimani, gli autori Corrado Dalmonego e Paolo Moiola, ripercorrono gli anni di missione in terra amazzonica focalizzando l’attenzione su un nuovo modo di fare Chiesa e sul rapporto con le popolazioni locali.

«È un privilegio avere con noi gli Yanomami», scrisse dom Aldo Mongiano, vescovo della diocesi di Roraima, nel 1985, nella sua lettera pastorale al popolo del Roraima in occasione dei vent’anni della Missione Catrimani. Con tali parole esprimeva una visione diversa dall’opinione comune locale, che vedeva negli indigeni, privi di virtù umane, un impedimento al progresso, con eccezione di un certo romanticismo che li immaginava, per certi aspetti, come «nobili selvaggi».

Ogni attività evangelizzatrice della Chiesa deve mettere in pratica, afferma il decreto Ad gentes del concilio Vaticano II (1965), la «natura intrinseca della sua missione» nelle «circostanze in cui la missione stessa si esplica» e nelle «condizioni» che ogni popolo, gruppo umano e luogo esigono (n. 8). In ogni scelta fatta, la Missione Catrimani offre l’opportunità di capire la missione nella sua pluralità e specificità, oltre a suscitare riflessioni riguardo al cammino tracciato per il futuro dei popoli indigeni e della Chiesa in Amazzonia.

Riflettendo sui cinque decenni di presenza missionaria al Catrimani — portata avanti dai missionari e dalle missionarie della Consolata — emerge la coscienza che incontrare e conoscere gli Yanomami è stato un cammino straordinario, un bene e un privilegio per la Chiesa del Roraima. Le parole pronunciate da dom Aldo indicavano un nuovo orizzonte nelle relazioni fra i popoli indigeni e la società circostante: una relazione fondata su di un profondo rispetto per l’umanità e la spiritualità di queste società, diverse le une dalle altre e distinte dall’Occidente per cultura, lingua e religiosità.

Questa prospettiva trasformatrice era ed è l’antidoto alle violenze che gli Yanomami hanno subito all’epoca e ancor oggi subiscono. Dom Aldo e la Chiesa di Roraima delineavano, all’epoca, una traiettoria che era poco diffusa e ancora poco presente nella legislazione brasiliana: l’idea che non è necessario cambiare gli indigeni. Le società amerindie, alla stregua di qualunque altra società, devono essere comprese e rispettate nelle loro differenze.

È un principio adottato nella Costituzione federale brasiliana solamente nel 1988, all’articolo 231, che riconosce il diritto dei popoli indigeni alla propria organizzazione sociale, lingue, costumi, fedi e tradizioni. La Chiesa di Roraima, la Cnbb (Conferência Nacional dos Bispos do Brasil: la Conferenza episcopale), il Cimi (Consiglio indigenista missionario), varie istituzioni della società civile, leader indigeni e intellettuali hanno aiutato a stabilire, in Brasile, nuove regole di convivenza e la garanzia dei diritti umani, riscattando le società indigene dall’invisibilità e dall’annichilamento fisico e culturale.

I primi contatti di non indigeni con gli Yanomami in Brasile risalgono ai primi decenni del XX secolo, ma furono incontri sporadici con raccoglitori di caucciù e fibre vegetali, cacciatori, esploratori stranieri e agenti dell’organo dello Stato, lo Spi, preposto a trattare le questioni relative ai popoli indigeni. I monaci benedettini erano consapevoli dell’esistenza degli Yanomami, e nel 1929-1930 uno di loro aveva accompagnato una spedizione scientifica nel loro territorio, benché l’accesso alla foresta fosse difficile. Contatti permanenti con gli Yanomami furono stabiliti solo negli anni Cinquanta e Sessanta, con l’apertura di sedi dello Spi, di missioni cattoliche e di Chiese di altre denominazioni. In diversi viaggi, sin dal 1953, alcuni missionari della Consolata andarono all’incontro di gruppi di Yanomami e cercarono di stabilire relazioni fraterne, che rappresentano un esempio ancora oggi. Nell’ottobre del 1965, mentre era vescovo monsignor Servilio Conti, due missionari si stabilirono presso gli Yanomami, sulla sponda sinistra del fiume Catrimani. Fondarono la Missione Catrimani con il desiderio di conoscere e amare quel popolo e di convivere con esso. Catrimani è stata la seconda missione cattolica in Brasile a percorrere il cammino del dialogo interculturale e interreligioso. La prima era stata quella delle Piccole Sorelle di Gesù, presso i Tapirapé, nella prelatura di Conceição do Araguaia, negli anni Cinquanta.

Con il loro modo di vivere, i missionari e le missionarie in Amazzonia promossero un nuovo cammino di missionarietà della Chiesa del Brasile presso i popoli indigeni. Il principio fondamentale di questo modello di missione è farsi fratello e sorella dell’altro, senza volere che l’altro sia uguale a sé; proclamare il Vangelo in silenzio, senza annuncio esplicito, attraverso il dialogo e la comunione di vita, generando fraternità, affetto e amicizia.

Un modo di accoglienza anche dei limiti e delle fragilità di ogni cultura, evitando l’opportunismo di abbracciare solo ciò che di buono si trova nei popoli. Come Gesù di Nazaret, incarnarsi nel cammino a cui conduce la kenosis (auto-svuotamento). È lungo questo percorso che il Cimi procede, aprendo sentieri nella foresta.

Lo sforzo di svuotarsi e rinunciare a ciò che si ha, per fare spazio all’altro, è un esercizio di umiltà e, anche, una condizione irrinunciabile per un vero apprendistato e insegnamento, soprattutto in un contesto interculturale. Non si può insegnare senza, al tempo stesso, imparare, e neppure dare senza ricevere.

Prima di decidere se qualcosa è giusto o sbagliato, buono o cattivo, è necessario capire, imparare a vedere il mondo con gli occhi dell’altro. Ciò non vuol dire che tutto sia benefico o giusto solo perché è, o è stato, praticato da una società: per esempio la schiavitù o il nazismo. Al contrario, il rifiuto dell’etnocentrismo non deve condurre a un relativismo senza riferimenti morali o spirituali, ma — per mezzo del dialogo — al vero scambio, fondato sulla conoscenza, il rispetto e la libertà.

La Missione Catrimani ha cercato di stabilire la possibilità e la bellezza di questa condivisione di esperienze con i popoli originari dell’Amazzonia. I missionari hanno fuso e, in un certo modo, subordinato i destini della missione al destino degli Yanomami. Si sono posti accanto a loro e a servizio di un progetto di vita volto a promuovere la dignità e l’autodeterminazione di questo popolo.

Sarebbe ingenuo pensare che i missionari e la Chiesa di Roraima abbiano subito la stessa violenza inferta ai popoli indigeni. È però importante considerare gli ostacoli che i missionari hanno dovuto affrontare e tuttora affrontano. Già negli anni Settanta sopraggiunsero epidemie di morbillo, tubercolosi e altre malattie, che causarono fra gli Yanomami molte morti. Negli anni Ottanta, invasero la Terra Yanomami più di 40.000 garimpeiros, facendo sì che conflitti e morti si diffondessero per tutto il territorio. Alla fine di quel decennio, precisamente nel 1987, tutta l’azione missionaria della Chiesa presso i popoli indigeni fu colpita da una forte persecuzione orchestrata contro la Cnbb e il Cimi, con il supporto mediatico del quotidiano «O Estado de São Paulo». Diocesi, missionari e missionarie di Roraima furono trattati come elementi nocivi per la società locale. Quell’anno la Missione Catrimani venne chiusa e i missionari espulsi dalla Terra Yanomami.

La Missione fu riaperta solo diciotto mesi dopo. Da allora, la Chiesa continua la sua missione cercando di leggere la volontà di Dio, facendo memoria del genocidio provocato durante i 500 anni di colonizzazione, nel coraggio del Vangelo e tra i venti avversi della politica, dei mass media e delle forze ostili di Roraima. Nel 1990, con i missionari vennero a vivere anche le missionarie della Consolata. Due anni dopo iniziò una nuova missione presso gli Yanomami, in cui religiose della congregazione della Provvidenza di Gap e Serve dello Spirito Santo andarono a vivere presso le comunità yanomami di Xitei e di Paapiú, gravemente colpita dall’impatto ambientale, dalle malattie e morti provocate dai garimpeiros.

Una componente di rischio, quando si vogliono aprire nuovi cammini, è non sapere ciò che si può incontrare e provocare. I risultati non sono preannunciati. In un articolo intitolato «Missionari: agenti della secolarizzazione», l’antropologo Gerald Sider osserva che la presenza di missionari presso le comunità indigene introduce, contrariamente a quanto sperato, un’esperienza di secolarizzazione per i nativi. Sider spiega che l’importanza data dai missionari alla produzione di alimenti e alle attività economiche, azioni risultanti dal lavoro umano, si contrappone alla prospettiva delle culture indigene, nelle quali il soprannaturale o spirituale penetra ogni dimensione della vita. Nell’azione dei missionari, l’esperienza spirituale è espressa ed evidenziata nei riti religiosi, separati dagli aspetti concreti del quotidiano.

Potremmo domandarci: a cosa ha portato l’assenza di sacramenti e riti cristiani espliciti fra gli Yanomami del Catrimani? Abbiamo prodotto meno religiosità? Al contrario, poiché si può generare di più lasciando vivere una comprensione del mondo in cui il naturale procede insieme allo spirituale. La parola di Dio non ha bisogno di sostituirsi a una religione per rendersi presente. La Missione Catrimani mostra che la parola di Dio prende vita nell’impegno, nella condivisione della vita, nella costruzione di un futuro comune.

Per la Chiesa di Roraima e il Cimi, prima di essere un’eminente «preoccupazione», gli Yanomami sono un bene e un dono.

Per la Chiesa, uno dei doni del concilio Vaticano II è stato la riscoperta di sé come un sacramento/continuità di Cristo nell’annuncio del Regno e nella lotta per la vita: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Giovanni, 10, 10). L’incontro con gli Yanomami ha reso palpabile questo dono nella piccola Chiesa di Roraima, poiché ha fatto sì che essa si riconoscesse sempre più serva e samaritana, sacramento di Gesù Cristo a servizio dell’altro e dei poveri, nell’annuncio della liberazione «di tutte le persone e della persona in tutti gli aspetti».

La Chiesa di Roraima, nella Missione Catrimani e a Xitei, si è incontrata con un provocatore cammino soteriologico: preservare le vie che Dio ha stabilito per l’umanità, siano esse culturali o religiose. Questo è un obiettivo per la missione ecclesiale. È importante che le vie che Dio ha stabilito per i «piccoli» popoli, le «minoranze», non si perdano, anzi si salvino. Lasciare che una religione scompaia è rendere Dio meno presente nel mondo e aggravare la nostra miopia divina. L’abitare, il vivere e dialogare dei missionari e delle missionarie con gli Yanomami ha offerto, alla Chiesa e alla società di Roraima, l’opportunità di scrollarsi di dosso l’eredità etnocentrica e colonizzatrice che il mondo occidentale si porta addosso quando incontra i popoli indigeni e altri gruppi umani diversi.

Il privilegio di avere, in Roraima, gli Yanomami al fianco della Chiesa mette in evidenza la bellezza del vivere in una pluralità culturale e permette di contemplare il modus vivendi di altri popoli. È questa una grande ricchezza della benedetta terra di Roraima. Che i popoli che vi risiedono possano sempre cantare la bellezza di imparare gli uni con gli altri. E che siano vinte le tentazioni della discriminazione, della xenofobia, dell’uniformismo e della legge della matrioska: «Siamo uguali, ma tu sei più piccolo».

Gli Yanomami hanno la loro porta d’ingresso nella cittadinanza, nella storia plurale dei popoli del bacino idrografico del Rio Branco, ma è stretto il sentiero della sopravvivenza e dell’opposizione al sistema capitalista neocoloniale, per il quale l’avere è più importante dell’essere e il capitale conta più dell’essere umano. L’invasione e il saccheggio delle loro terre continuano fino a oggi, con la presenza costante dei garimpeiros e con la pesca illegale. Gli indigeni denunciano, ma queste attività non vengono represse dalle autorità.

A Brasília, circolano in parlamento progetti di legge per favorire lo sfruttamento minerario nelle terre indigene. Presso il ministero delle Miniere e dell’Energia sono depositate richieste di imprese minerarie nazionali e internazionali per lo sfruttamento del sottosuolo delle terre indigene.

Per finire, una parola di gratitudine a tutti i missionari e le missionarie della Consolata. La presenza della Chiesa presso gli Yanomami ha un futuro, dopo più di cinquant’anni? Sì. Il cammino che è stato aperto è quello dell’etica cristiana per mezzo del dialogo.

Queste sono le vie da percorrere: la riconciliazione; la cura dei bambini; la scelta delle persone più vulnerabili e con limitazioni fisiche o sociali; l’universalità dell’amore, che supera la cerchia della famiglia e degli amici; la gratuità, oltre alla reciprocità. L’amore agli altri ci identifica con molte persone che sono vicine a Gesù Cristo anche senza essere cristiane. Questo è un dialogo in cammino, dalla strada verso la foresta e dalla foresta in direzione della collettività di Roraima e della pastorale evangelizzatrice della Chiesa. Ascoltiamo che cosa dice lo Spirito! Il cammino è tracciato, sentieri alternativi si vanno scoprendo a seconda dei tempi e delle circostanze. Più di cinquant’anni fa è stata intrapresa la via del rispetto e della comunione di vita con gli Yanomami. Dio ci custodisca in essa e alimenti la speranza di vedere questo popolo crescere e vivere bene, a ogni sorgere del sole, nella terra sem males. Una terra dove il male non abbia più spazio.

di Roque Paloschi

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27 gennaio 2020

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