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​La via del cotone

Nell’Ottocento era opinione condivisa che il cotone avrebbe riformato il mondo. Nella rivista di Manchester «Cotton Supply Reporter», pubblicata nel 1860, si afferma: «Il cotone sembra destinato ad assumere un ruolo di primo piano tra le numerose e vaste imprese del secolo presente, avviate a beneficio dell’umanità». Insomma il cotone sarebbe diventato una delle tante meraviglie del mondo». A questo tessuto, attraverso il quale, nel segno di una produzione sempre più vasta, è stata avviata la costituzione di un’economia globalizzata, Sven Beckert dedica il libro L'impero del cotone. 

L’agnello vegetale, la pianta del cotone immaginata dagli europei

Una storia globale (Torino, Einaudi, 2016, pagine 604, euro 34). L’autore, docente di storia americana all’Harvard University, ricorda che prima dell’avvento della produzione delle macchine, nel 1780, imprenditori europei e potenti uomini politici ridisegnarono l’industria manifatturiera mondiale, la cui espansione imperialista poggiava anzitutto sullo sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni e degli operai nelle fabbriche. Sebbene il volume si proponga come una storia del prodotto più importante del XVIII e del XIX secolo, il tratto più significativo che emerge da una trattazione ben documentata riguarda l’imporsi di un capitalismo industriale che — in virtù di componenti non solo tecnologiche ed economiche, ma anche giuridiche e politiche — ha finito per invadere il vissuto quotidiano determinando complessi sviluppi anzitutto nei rapporti tra le diverse fasce sociali e nelle delicate dinamiche tra classe dirigente e manodopera. E in questo scenario il cotone è la chiave per capire le origini e le contraddizioni del capitalismo moderno. Beckert definisce «capitalismo di guerra» l’insieme dei processi di insediamento imperialista, conquista coloniale, espropriazione della terra, sfruttamento della forza lavoro, che consentiranno al Regno Unito di controllare, già nei primi decenni del XIX secolo, il mercato mondiale del cotone. In seguito, dopo la guerra di secessione (1861-1865), sarà il turno degli Stati Uniti. Si arriva poi all’entrata in scena di nuovi attori su scala globale, come la Cina. L’autore sottolinea nello stesso tempo che all’interno di una storia caratterizzata da dominazione e sfruttamento scorre una storia parallela di liberazione e creatività. Infatti, scrive Beckert, «l’evoluzione del capitalismo globale, insieme con i suoi spaventosi adattamenti negli ultimi 250 anni, ha determinato un enorme incremento della produttività». Ed è emblematico il fatto, osserva l’autore, che oggi le stime per il 2050 dicono che la produzione cotoniera sarà triplicata o quadruplicata. La capacità umana di organizzare gli sforzi della collettività in modi sempre più efficaci e redditizi dovrebbe far sperare, rileva Beckert, che questo controllo senza precedenti sulla natura ci conceda anche la saggezza e la forza di dare vita a una società in grado di soddisfare i bisogni di tutta la popolazione mondiale. L’auspicio, dunque, è che si affermi un impero del cotone «che non sia solo più produttivo ma anche più equo».

di Gabriele Nicolò

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17 agosto 2019

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