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La danza di Natasha

· Quando a Berlino finì il ’900 ·

Nel 1992 Richard Nixon, il presidente americano che aveva aperto il dialogo con l’Urss di Brezhnev, tornò a Mosca per l’ultima volta nella sua vita. Incontrò l’allora ministro degli esteri, Kozyrev, e lo trovò molto disponibile nei confronti degli interessi americani. Uscì dall’incontro molto preoccupato. «È un buon uomo — confidò ai suoi collaboratori con la consueta incapacità di esprimersi per circonlocuzioni — ma per ricostruire un Paese dalle ceneri di un impero ci vuole altro. I russi non rispetteranno mai una pappamolla del genere». Il Muro era crollato da appena tre anni, la Russia già si poneva come la grande sfida del Nuovo Ordine Mondiale. Punire o far rinascere? Nel 1945 con la Germania si scelse saggiamente la seconda strada, nel 1989 le idee non furono altrettanto chiare.

La prima pagina dell’11 novembre 1989  che riporta la notizia della caduta del muro di Berlino

I sondaggi condotti a scadenza quasi regolare in Russia su chi sia il politico più popolare del Novecento danno sempre la medesima risposta: primo Stalin, secondo lo Zar Nicola II, poi tutti gli altri. In fondo c’è sempre Gorbaciov, l’uomo che liquidò l’impero. Di Stalin si ha nostalgia non certo per i gulag, ma per quello che quell’uomo significò agli occhi del suo popolo: il condottiero che respinge l’attacco tedesco, lo stratega che crea un sistema di paesi satelliti e vince la prima fase della Guerra Fredda; il Piccolo Padre che crea un sistema distributivo che permette a tutti di arrivare se non altro alla sopravvivenza. Quest’ultimo punto prescinde dallo sterminio dei kulaki e dalle grandi carestie degli anni Trenta come il primo dalle epurazioni dei generali nel 1937, ma la sensibilità popolare è ben diversa dall’analisi storica. Non ci si deve stupire. La cosa ha a che fare non solo con l’anima russa, plasmata nel mito della Terza Roma. La nuova guerra fredda è anche frutto degli ultimi trent’anni, segnati da una serie di incomprensioni. La prima è l’idea che il sistema economico liberista avesse trionfato insieme a quello politico e militare. Il voler esportare il liberismo anglosassone in un paese nelle condizioni economiche e culturali della Russia degli anni Novecento è stata, a dir poco, un’ingenuità. Se la rivoluzione bolscevica era stata una «rivoluzione nonostante il Capitale», secondo la definizione di Gramsci, esportare in una società assuefatta al più ottuso dirigismo l’incontrollata libertà dell’imprenditore avrebbe portato ad una democrazia nonostante il capitalismo. Non poteva funzionare. In Russia non è mai nato il ceto medio, da sempre spina dorsale delle democrazie. I risultati, politici oltre che sociali, sono sotto gli occhi di tutti.

Ugualmente non si è avuta particolare sensibilità nel gestire la liquidazione della zona di influenza sovietica. Certo, i Paesi Baltici avevano tutte le ragioni per chiedere l’immediata garanzia di un ingresso nella Nato (la lezione del 1940 non va mai dimenticata). Ma sono mancate delle autentiche contrassicurazioni che avrebbero evitato alla Russia di sentirsi sempre più circondata dai nuovi Napoleonidi. Sensazione che è stata alimentata anche da iniziative come quella per la creazione di uno scudo stellare nell’area centro-orientale dell’Europa. L’idea risale a quando erano ancora in vigore i grandi accordi Est-Ovest per il controllo degli armamenti, ed un pericolo missilistico non era all’ordine del giorno. Oggi che quegli accordi sono stati lasciati scadere, ed il pericolo è quindi ben più concreto, i russi hanno buon gioco nel procedere con il riarmo. Similarmente il non aver affrontato con lungimiranza il nodo degli approvvigionamenti energetici, mantenendo il Vecchio Continente in piena dipendenza dalle fonti tradizionali non rinnovabili, ha reso gli europei, dall’Ucraina alla Francia, esposti al ricatto di chi ha ancora in mano la chiavetta del contatore del gas.

Finché la leadership russa è stata caratterialmente debole l’equilibrio ha funzionato. Quando è cambiata, sono cambiati anche gli equilibri internazionali. In un decennio scarso Vladimir Putin è stato in grado di passare dall’umiliazione dei paracadutisti bloccati sulla pista dell’aeroporto di Belgrado alla denuncia dello strapotere americano alla Conferenza di Monaco. Un passo di dimensioni planetarie e, non a caso, è su tutto lo scacchiere internazionale che Mosca gioca una partita spesso spregiudicata per riconquistare le vecchie posizioni e acquisirne di nuove. Il modello politico e culturale che propone è lontanissimo da quello delle democrazie, intriso com’è di millenarismo identitario e venature autocratiche. Ma è lo spirito della Russia, che già soffiava negli ultimi libri di Solzhenitsin, e ci si può far poco, specie se quello spirito lo si è ignorato, se non umiliato, per sei lustri di seguito. Impegnare Mosca in un dialogo di rispetto dei principi democratici e degli equilibri internazionali è ora il compito delle democrazie occidentali. Finora nessuno è sembrato essere in grado di cogliere la portata della sfida.

In una famosa pagina di Tolstoi una giovane e nobile donna va a rendere visita ad un parente che vive in mezzo ai contadini. In tutta Europa non c’è nessuno più povero di un contadino russo. Lei invece è ricca, in famiglia parla solo francese ed è — si direbbe oggi — del tutto occidentalizzata, anche se da Occidente arriva l’esercito invasore di Napoleone. Di fronte a Natasha Rostova i contadini cantano una vecchia ballata russa. E lei, che pure da anni ascolta solo musica da camera, inizia a ballare come se non avesse mai smesso di farlo fin da quando era bambina.

Se non si voleva ascoltare Nixon almeno si poteva leggere Guerra e Pace.

di Nicola Innocenti

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