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​La cupa parabola
del figliastro di Gaetano Salvemini

· ​Nella ricerca di Filomena Fantarella ·

La storia che la giovane studiosa Filomena Fantarella racconta in Un figlio per nemico. Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova del fascismo (prefazione di Massimo Luigi Salvadori, Roma, Donzelli, 2018, pagine 165, euro 25) non è ignota, ma non è mai stata messa troppo in risalto dalla storiografia, anche negli studi dedicati specificamente a Salvemini. È la storia del suo rapporto con Jean Luchaire, figlio della sua seconda moglie Fernande, da lui cresciuto ed amato come un figlio, e del suo tragico destino: prima collaborazionista dei nazisti sotto Vichy, poi condannato a morte dai francesi e giustiziato nel 1945.

Jean Luchaire nel 1945 durante il processo per alto tradimento

Ora, sulla scorta di una vasta documentazione, in parte formata dalla corrispondenza fra i due coniugi e dalle lettere di Salvemini agli amici, questa tragica vicenda viene ricostruita nei dettagli, in uno studio che ha sempre al suo centro il personaggio di Salvemini e gli intrecci tra gli amori famigliari e la politica, fra il rapporto lungo e intenso con Fernande e la sua reazione dolorosa, ma intransigente, al tradimento di Jean.

Questa storia, che avrebbe potuto offrire il destro a velleità scandalistiche e forzature, viene narrata dall’autrice con aderenza alla documentazione e rigore, lontano da qualsiasi intento di scoop. È la storia di una tragedia che ferisce un uomo già colpito in gioventù da un’altra grande disgrazia, quella della perdita, nel terremoto di Messina del 1908, di tutta la sua famiglia, compresi i cinque figli bambini. Dopo Messina, Salvemini aveva trovato la forza di reagire, buttandosi nello studio, nella politica e nell’attività giornalistica. E dopo qualche anno aveva trovato una nuova compagna, Fernande Dauriac, un’intellettuale legata a «La Voce», femminista, la cui famiglia Salvemini aveva molto frequentato prima che Fernande divorziasse dal marito, Julien Luchaire. Era per lui una nuova famiglia, dopo la perdita della prima.

Si era infatti legato di un amore paterno ai due figli di Fernande, Jean e Ghita, e aveva cominciato a intrattenere con l’adolescente Jean un intenso dialogo culturale e politico. L’ambiente in cui il ragazzo cresceva, a Firenze fra il 1915 e il 1920, era molto particolare: tra i suoi compagni di liceo e amici più stretti, Leo Ferrero, il figlio di Gina Lombroso e Guglielmo Ferrero, Nello Rosselli, Sandro Pavolini. Nello sarebbe morto assassinato dai fascisti con il fratello Carlo nel 1937, Leo sarebbe morto in un incidente in Messico, Pavolini, poi divenuto accesissimo fascista e ministro, oltre che del regime, della Repubblica Sociale, sarebbe stato fucilato a Dongo con Mussolini. E Jean, definito nella Francia occupata «il Führer della stampa collaborazionista», sarebbe stato giustiziato come traditore della Francia.

Arriva il fascismo, prima la Marcia su Roma, poi l’assassinio di Matteotti e la fascistizzazione del regime. Salvemini, con Ernesto Rossi e i Rosselli, fonda la rivista clandestina «Non mollare». Scoperto, passa qualche mese in prigione poi, nel novembre del 1925, dà le dimissioni dall’università affermando che in assenza di libertà l’insegnamento della storia perdeva ogni dignità.

Privato della cittadinanza italiana, diventa un fuoruscito. Si rifugia in Francia, da dove si impegna nell’organizzazione della fuga di Carlo Rosselli dal confino. A Parigi, con Rosselli è tra i fondatori di Giustizia e Libertà. Nel 1934 ottiene una cattedra ad Harvard e si stabilisce negli Stati Uniti. Fernande, malata, non lo segue e resta a Parigi, anche se il loro legame resta saldo. Nel frattempo, Hitler aveva preso il potere in Germania e l’Europa andava precipitando verso il baratro.

I figli di Fernande erano adulti e avevano da tempo lasciato la casa. Già dai primi anni Venti Jean aveva intrapreso la professione giornalistica, con alterna fortuna. Politicamente, era diventato un acceso pacifista e si era avvicinato alla Germania in funzione anti-inglese. Con l’avvento di Hitler al potere questo avvicinamento alla Germania divenne simpatia per il nazismo. Con la guerra e l’occupazione della Francia, stretti diventarono i suoi legami con il governo di Vichy e Jean divenne, come fu definito, «il più hitleriano dei giornalisti francesi». Nel 1944, con l’avvicinarsi della liberazione di Parigi, fuggì in Germania da dove continuò a sostenere il nazismo con una violenza ancora maggiore. Alla fine della guerra, fuggì in Svizzera, dove non fu accolto, e fu poi arrestato dagli americani a Merano. Processato a Parigi nel 1946 per alto tradimento fu condannato a morte e fucilato.

Salvemini era ad Harvard quando questo avveniva. Ghita gli inviò un telegramma chiedendogli di intervenire e Salvemini rifiutò. Riteneva la condanna giusta. Era naturalmente anche la fine irrimediabile del suo matrimonio, di quella seconda famiglia che si era ricostruito con cura e amore dopo la fine della prima. Non volle più parlarne con la moglie, che sopravvisse tuttavia alla fucilazione del figlio e morì solo nel 1954, tre anni prima di lui, senza più vederlo.

Nelle lettere, molte inedite, ritrovate dall’autrice e qui citate, alcune rivolte a Fernande e mai spedite, emerge il suo grande dolore per colui che considerava come un figlio, e il nesso, nel suo cuore, tra quei figli sepolti dal terremoto di Messina e quel figlio perduto in un modo ancora più terribile. E chissà se avrà ricordato, in quel frangente, le amicizie giovanili di Jean, le sue discussioni a Firenze con Nello Rosselli e Sandro Pavolini, prima che le loro vite e le loro morti divergessero tanto. Una storia strana, dolorosa, che resta aperta alle domande. Soprattutto a una: perché?

di Anna Foa

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22 agosto 2019

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