Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La cuoca che sfiora la leggerezza di Prévert

· In un romanzo di Marie Ndiaye ·

«Inizialmente avevo pensato di raccontare la vita della mia eroina in terza persona singolare e non attraverso un narratore. Poi ho avuto il desiderio di uno sguardo amoroso che si poggiasse su di lei, pensando che, forse, sarebbe stato più facile comprendere che questa donna, nonostante le sue difese, poteva essere amabile. Mi piaceva anche l’idea del punto di vista necessariamente soggettivo del suo ex collaboratore, che non poteva che dirci, chiaramente, solo una parte della verità, la sua, sul personaggio della Cheffe».

Paul Sérusier, «Natura morta» (1891)

Così, in un’intervista rilasciata all’indomani dell’uscita del libro, la scrittrice francese Marie Ndiaye presenta La Cheffe (Milano, Bompiani, 2018, pagine 256, euro 17). Il romanzo, non diviso in capitoli, fluisce attraverso un unico, ininterrotto, monologo dell’io narrante, l’ex cuoco ormai adulto, del quale non sapremo il nome, che oscillando tra la sua vita passata e quella presente, ci racconta la storia della Cheffe.

Un raccontare serrato, volutamente sconnesso, con l’impressione di stare seduti in un caffè in compagnia di un amico che sente l’urgenza di parlare di sé, del suo amore per una donna straordinaria, e lo fa di getto, senza fermarsi, senza quasi riprendere fiato, come un fiume in piena. Come se quelle cose, in realtà, le stesse raccontando a se stesso.

La storia si svolge negli anni Cinquanta. Umile, talentuosa, tenace, la protagonista lascia quattordicenne Sainte-Bazeille, dove è nata poverissima, per andare come bonne dai ricchi e golosi Clapeau, poi cuoca a Bordeaux dal fascinoso Declaerk, infine Cheffe stellata nel suo ristorante La bonne heure.

Qui il diciannovenne aspirante cuoco entra in un pomeriggio di primavera, per lui è subito amore. «Non avevo mai visto un volto come il suo, (...) ai miei occhi era l’archetipo di tutti i volti, senza distinzione di sesso, di età o di bellezza, allora quel volto mi parve di una bellezza dolorosa». E lei, pur non essendo incline all’ironia, accenna un sorriso amichevole e lievemente beffardo per farlo scendere da quella vetta di emozione dove era andato ad appollaiarsi troppo in fretta.

Reduce da una scuola dove «bastava che entrassi in classe per sentirmi assalito da un’ansia immotivata (...) che scacciava dalla memoria quello che ero riuscito a farci entrare il giorno prima durante lunghe ore di preparazione piene di apprensione (...) il semplice odore dell’aula, sudore polvere gesso trasformava il mio cervello in un pallone gonfio di elio pronto a spiccare il volo. (...) Avrei voluto gridare: so tutto alla perfezione! E in quel momento il pallone della memoria, del mio studio, della mia intelligenza si alzava in aria, attraversava i vetri per raggiungere nel cielo autunnale tutti gli altri fuggiti prima di lui».

Lavorare a La bonne heure è per il protagonista lenitivo e lentamente, con ostinazione, diventa il pupillo della Cheffe. Una notte, vedendo la cucina illuminata, capisce che lei è ancora lì a lavorare. Bussa e la Cheffe lo fa entrare come cosa naturale, e cosa naturale saranno le altre notti. Nella quiete notturna di quella cucina lei pensa, inventa, sperimenta, lui osserva, assaggia, impara fino a diventare l’ingrediente segreto delle ricette più innovative del ristorante. Non risentendo dei capricci delle relazioni amorose ciò che si va formando tra la Cheffe e il suo allievo diventa qualcosa di più raro: una relazione autentica che si nutre di comprensione, di complicità, di vicinanza. Un tipo di relazione che nessuno dei due riuscirà a sperimentare con altri.

Di tutt’altro genere appare la relazione tra la Cheffe e sua figlia. Una figlia avuta quasi per caso, da qualcuno che rimane ignoto (forse il giardiniere dei Clapeau?). Chi ha letto i suoi libri, sa che Marie Ndiaye è maestra nella narrazione dei rapporti conflittuali tra genitori e figli. Ma qui il vero conflitto non è quello tra una figlia e una madre, ma quello tra una figlia e il daimon che possiede sua madre, «il genio della cucina», come lo chiama la scrittrice.

«Condannata a guardare l’andirivieni di sua madre senza poter agire su di lei né intimarle di obbedire alle ingiunzioni disordinate ma strategiche della sua onnipotente presenza infantile, avrebbe odiato il ristorante sì, ma senza per questo amare di più sua madre».

L’essere artista e l’essere madre sono per la Cheffe due ruoli totalizzanti che lei tenta di assumere contemporaneamente. È necessaria una scelta continua e qualunque sia lascia ferite, anche fisiche, come poi scoprirà il narratore. L’autrice tesse con eleganza un intrigo di volta in volta romantico, malinconico, forte, umano, dove ci si interroga anche sulla funzione dell’arte, se di appagare o richiedere l’assoluto.

Con questa cheffe austera, tesa all’essenziale, Marie Ndiaye evita di cadere nei cliché e nella cattiva letteratura delle ricette assordanti. Le pagine finali, poi, sfiorano la leggerezza di un famoso poema: «Et les vitres redeviennent sable / l’encre redevient eau / les pupitres redeviennent arbres / la craie redevient falaise / le porte-plume redevient oiseau». Jacques Prévert e una ragazzina partita da Sainte-Bazeille.

di Nicla Bettazzi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE