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La cultura
dell’apparenza

· Nel malessere diffuso della società ·

Schiacciati tra la leggerezza della stagione estiva e i fuochi di guerra che divampano in più luoghi del pianeta — in Ucraina come nella striscia di Gaza — alcuni drammatici fatti rischiano di passare in secondo piano, derubricati erroneamente soltanto a casi di cronaca nera.

Ne cito alcuni, ma anche solo l’esemplificazione potrebbe essere tragicamente più vasta. In un piccolo borgo alla periferia di Perugia, un giovane padre ha sparato alla madre di suo figlio, al loro piccolo bambino di due anni e poi, disperato, ha rivolto contro di sé la pistola togliendosi la vita. La giovane donna e il figlioletto, stretti nell’abbraccio fraterno dei propri cari, lottano tra la vita e la morte in condizioni gravissime. Una vicenda simile, seppur ancora dai contorni incerti, è accaduta alle porte di Parigi, dove una donna incinta di sette mesi e i suoi due figli sono stati trovati uccisi atrocemente all’interno della propria abitazione. E infine a Londra una modella polacca sposata con un imprenditore di successo ha soffocato suo figlio di soli sei anni con un cuscino e poi si è tolta la vita.

Vicende tragiche che lasciano ammutoliti tanto è profondo il dolore che provocano, ma che non possono non interrogarci profondamente sullo stato di salute della nostra società e sulle grandi difficoltà che incontrano, oggi, le giovani generazioni e le famiglie. A leggere le cronache quotidiane sembra di trovarsi di fronte, sempre, a raptus di follia. Ma quei gesti fatali che annichiliscono sono solo l’ultimo frutto velenoso di un malessere diffuso che cova nelle viscere profonde della nostra società. Nel nostro cuore di pietra.

Tutto viene vissuto troppo in fretta. Perfino l’amore, troppo spesso confuso con la passione, viene consumato con avidità e voracità. Ed allora ecco che si può togliere la vita a una persona per odio, per invidia e anche per una patologica incapacità di amare. Saper amare significa avere la capacità di donarsi pienamente all’amato e non possedere totalmente chi abbiamo di fronte.

Questa incapacità di amare, però, non è dovuta al caso ma deriva direttamente da una dilagante cultura dell’apparenza. Una cultura possessiva, edonista ed individualista che non solo ha mercificato il corpo — ormai sempre più ridotto a feticcio di piacere — ma, gratificando le persone con gli effimeri successi mondani, sta indebolendo fortemente le nostre famiglie e i nostri giovani. «Questa è la grande miseria della società occidentale — ha scritto il parroco che ben conosceva la giovane coppia umbra — non c’è più chi insegna alle giovani generazioni l’arte del saper vivere».

La reale condizione dell’essere umano è quella di essere una persona fragile in un contesto sociale che lo costringe a rappresentarsi come forte, vincente, invulnerabile. In questa tragica ambivalenza risiede uno dei grandi drammi del mondo contemporaneo: vivere in una sorta di falsa rappresentazione della realtà. Gli uomini e le donne tendono a mostrarsi in pubblico come persone di acciaio e volutamente nascondono, vergognandosene, le proprie debolezze e i propri limiti.

Un errore cruciale, perché, come ha sottolineato Francesco, «solo chi riconosce la propria fragilità, il proprio limite può costruire relazioni fraterne e solidali, nella Chiesa e nella società». Solo la consapevolezza della nostra condizione può avviare a un cammino di conversione che aiuti a riscoprire il significato profondo della speranza nel futuro. Che è, e rimarrà sempre, Gesù. Perché con lui «nulla si perde, ma senza di Lui tutto è perduto».

Gualtiero Bassetti

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19 settembre 2019

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