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La Croce nel sacco

· Gli Svelamenti di Jannis Kounellis ·

Contrariamente a quanto può forse ritenere il senso comune la figura del crocifisso non è mai stata una espressione incondizionata di identità cristiana. Per secoli la Chiesa delle origini l’ha risolutamente esclusa dalla propria nascente iconografia, preferendo il pudore e l’essenzialità di certi cristogrammi messi a punto per certificare sulle lapidi funerarie la fede del defunto nella pasqua del risorto, oppure le scenette scritturistiche dipinte con immediatezza impressionistica sulle buie pareti delle catacombe.

Lo scrive Giuliano Zanchi aggiungendo che per trovare una crocefissione, nella quale della figura del Cristo appaia il corpo nudo e oltraggiato, bisogna andare dritti alla prima metà del v secolo, sopra una formella della basilica di Santa Sabina a Roma. La vicenda di come la rappresentazione del dolore umano del Figlio abbia poi trovato fortuna lungo tutta la storia dello spirito e dell’arte cristiana è assai nota, soprattutto nella sua manifesta predilezione a premere sul tasto della verosimiglianza doloristica, quella nella quale il Dostoijevski de L’idiota, prima ancora che l’abusato adagio sulla bellezza che salva, intravede addirittura i germi di una sorta di nichilismo devoto.

La subdola nota esibizionistica connessa a ogni rappresentazione del male sa iniettare i suoi veleni proprio sulla pelle del rapimento commiserativo di cui la vita dello spirito si è spesso nutrita con qualche disinvoltura. Il truce film di Mel Gibson apparso qualche anno sulla passione di Gesù fa ce lo ha mostrato con maligna seduzione.

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19 settembre 2019

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