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La croce e il fiore di loto

· Oggetti e simboli raccontano un dialogo antico ·

Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo Quando la Croce era intrecciata col loto uscito sul numero 1, 2018 della rivista «Vita e pensiero». Jenkins — che insegna Scienze umanistiche nella Pennsylvania State University — ha studiato il dialogo avviato nei primi secoli, quando il continente asiatico fu evangelizzato dai cristiani nestoriani.

Figura di Manjushri  seduto su fiore di loto  in bronzo dorato (Tibet, XVII secolo)

Durante la sua recente visita in Myanmar, papa Francesco si è prodigato nel mostrare rispetto e attenzione verso il buddhismo e le sue tradizioni. Si è rivolto ai monaci buddhisti, ha tratto citazioni dalla scrittura antica del Dhammapada e ha messo a confronto gli insegnamenti buddhisti con quelli cristiani, in particolare quelli di san Francesco d’Assisi. Egli desiderava che non ci fosse alcun dubbio sul fatto che la Chiesa cattolica è pronta al dialogo con il buddhismo.

Questo calore così esplicito potrebbe sorprendere alcuni osservatori occidentali che ben conoscono i rapporti spesso difficili tra il cristianesimo e le altre fedi del mondo. Non è passato tanto tempo da quando taluni missionari hanno ben volentieri liquidato il Buddha come un demonio maligno. Tuttavia, nel suo avvicinamento al buddhismo, papa Francesco, in verità, non fa che tornare a un’antichissima tradizione cristiana — al tempo in cui le due fedi avanzavano fianco a fianco.

Una volta, il Loto e la Croce erano intrecciati. Il dialogo interreligioso è sempre una questione delicata, perché ogni religione che reclami un accesso esclusivo alla verità incontra difficoltà nel collocare le altre fedi religiose entro il proprio schema cosmico. Gran parte delle Chiese cristiane sostiene che solo Gesù è la Via, la Verità, la Vita e molti sentono come obbligo portarne il messaggio ai non credenti in tutto il mondo. Ma ciò crea un conflitto fondamentale con i seguaci di famose fi gure spirituali come Maometto o Buddha, che hanno predicato messaggi del tutto differenti. Attenendosi a un’interpretazione rigida della Bibbia, certi cristiani hanno visto queste fedi rivali non come semplicemente false, bensì come trappole deliberatamente preparate dalle forze del male.

Negli ultimi quarant’anni, la Chiesa cattolica romana ha intrapreso ripetute battaglie sulla questione dell’unicità del Cristo e ha espresso la propria intolleranza verso quei pensatori che hanno compiuto sforzi audaci per aprirsi ad altre religioni. Mentre il dialogo tra cristianesimo e islam è sempre stato in primo piano, è l’incontro con l’induismo e soprattutto col buddhismo che ha sollevato la controversia più dura all’interno della Chiesa.

Nel corso degli anni, i teologi Aloysius Pieris e Tissa Balasuriya, originari dello Sri Lanka, hanno avuto molte discussioni con i critici del Vaticano, e il Vaticano stesso ha ordinato un’indagine sul teologo statunitense Peter Phan, che a quanto pare ha considerato il buddhismo del Vietnam, sua terra di provenienza, come una via parallela verso la salvezza. La Chiesa cattolica ha temuto a lungo la prospettiva del sincretismo, il diluirsi della verità cristiana in una mescolanza con altre fedi. Una visione che si pone nella forte tradizione del cristianesimo sviluppatasi in Europa dai tempi di Roma.

Tuttavia, esiste un’altra tradizione antica che suggerisce una direzione assai differente. Quella europea non è l’unica versione della fede cristiana, e neppure è necessariamente la più vecchia discendente della Chiesa antica. Per più di mille anni, altri rami della Chiesa fondarono prospere comunità in Asia, e in termini assoluti il numero di tali Chiese non era paragonabile al poco che l’Europa poteva contare a quel tempo.

Queste comunità trovavano la loro ascendenza non in Roma, ma direttamente nel movimento originario di Gesù della Palestina antica. Esse si diffusero in India, Asia centrale e Cina, senza esitare a condividere — e a imparare da — altre grandi religioni orientali.

Quanto questi cristiani fossero pronti ad andare lontano è dimostrato da un simbolo sorprendente che comparve all’inizio del Medioevo su lapidi e incisioni di pietra sia nell’India meridionale sia lungo le coste della Cina. In esso è assai facile, in prima battuta, riconoscere una croce, ma dopo uno sguardo più attento ci si rende conto che la base del disegno — la radice da cui germoglia la croce — è il fiore del loto, simbolo buddhista dell’illuminazione. Molte Chiese tradizionali dei tempi moderni condannerebbero questa commistione come un tradimento della fede cristiana, un esempio di multiculturalismo senza controllo. Eppure le preoccupazioni di sincretismo non infastidivano i primi cristiani dell’Asia, che chiamavano se stessi Nasraye, Nazareni, come i primi seguaci di Gesù.

Essi socializzavano tranquillamente con l’altra grande religione monastica e mistica del tempo e, inoltre, credevano che sia il loto sia la croce fossero portatori dello stesso messaggio di ricerca di luce e salvezza. Se questi Nazareni poterono trovare un senso nella croce-loto, perché non dovrebbero farlo i cattolici di oggi o gli altri eredi della fede ispirata da Gesù? Molti cristiani, nel prendere atto che oggigiorno la loro fede sta diventando una religione globale, cercano modi per ripensare tanti dei loro assunti fondamentali. Anche i leader della Chiesa moderna che riconoscono quanto rapidamente la Chiesa si stia espandendo nel Sud del pianeta tendono a considerare i valori e le tradizioni europee come la norma irrinunciabile in materia di liturgia e teologia, come anche di musica e architettura.

Eppure il cristianesimo, sin dai primi giorni, è stato una fede intercontinentale, radicata saldamente tanto in Asia e in Africa, quanto nella stessa Europa. Ampliando la nostra visuale fino a esaminare la fede che dall’Ottocento circa si è estesa dall’Irlanda alla Corea, possiamo vedere i molti differenti modi in cui i cristiani hanno interagito con altri credenti tramite un incontro che ha riplasmato entrambi i fronti.

Nel migliore dei casi, questi contatti hanno permesso alle tradizioni non solo uno scambio di idee, ma di intrecciarsi in modo produttivo e arricchente, in un formidabile capitolo della storia cristiana che le Chiese occidentali non hanno affatto dimenticato. Per comprendere questo fatto è necessario riconfigurare le nostre mappe mentali. Pensando allo sviluppo del cristianesimo, si guarda soprattutto all’Europa. Nei primi secoli, invece, altri cristiani si spinsero verso est in Asia e verso sud in Africa, queste altre chiese sopravvissero nei primi 1200 anni della storia cristiana,

di Philip Jenkins

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22 agosto 2019

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