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La crisi nucleare non piegherà l’economia giapponese

· Le stime dell’Ocse sugli effetti del sisma e dello tsunami ·

Le conseguenze economiche del terribile sisma dello scorso 11 marzo e del successivo tsunami peseranno sull'economia giapponese per un valore stimato fra il 3,3 e il 5,2 per cento del pil (prodotto interno lordo). Ma questo non piegherà il sistema nipponico. Questa la stima dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione economica (Ocse) nel rapporto diffuso oggi, in cui si evidenziano anche le incertezze per gli sviluppi della situazione legata alla crisi nucleare e all’impatto che la ricostruzione avrà sulla spesa pubblica del Paese.

L’Ocse sottolinea la «difficoltà di fare previsioni» su un’eventuale ripresa dell’economia giapponese, colpita — sottolinea l’organizzazione parigina — nel mezzo di un’inversione di tendenza dopo il rallentamento registrato nel secondo semestre del 2010. L'esperienza di precedenti disastri naturali che hanno colpito il Paese — ha spiegato l’organizzazione — fa ipotizzare un rimbalzo legato alle spese per la ricostruzione che entro la fine del prossimo anno potrebbero ammontare, almeno per quanto riguarda la parte pubblica, a 5.600 miliardi di yen, pari all’1,1 per cento del pil nipponico. Più rapida la ripresa degli investimenti nel settore industriale che dovrebbero riprendere dal terzo trimestre 2011. Il risultato è che nel 2011 il pil dovrebbe crescere di appena lo 0,8 per cento, seguito da un aumento più forte nel 2012, pari al 2,3 per cento.

Il Governo del premier Naoto Kan ha annunciato che l’area nel raggio di venti chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima è stata riclassificata come «no-entry zone», dove l’«ingresso è vietato». Allo stesso tempo, l’Esecutivo ha reso note le modalità da seguire per il ritorno momentaneo delle persone sgomberate per consentire la raccolta di effetti personali e beni necessari. Kan, che, secondo l’agenzia Kyodo, presto spiegherà i piani del Governo per la ricostruzione, ha raggiunto la prefettura con un elicottero della Self-Defense Force, le forze armate nipponiche. Esattamente un mese dopo il disastro, il Giappone ha ampliato la zona di evacuazione oltre i venti chilometri dalla centrale a causa delle preoccupazioni sull'accumulo di materiale radioattivo. I residenti delle aree soggette alla nuova disposizione sono tenuti a lasciare le rispettive abitazioni in circa un mese. L’Ufficio sicurezza dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) ha dichiarato ieri che la situazione a Fukushima è molto migliorata, «ma ci vorranno mesi per tornare alla normalità».

Nel frattempo, si aggravano i problemi produttivi del colosso automobilistico Toyota, che ieri ha annunciato un nuovo taglio della sua produzione per carenza di componentistica: da domani e fino al prossimo 3 giugno, ha annunciato la casa automobilistica, dalle fabbriche in Cina uscirà dal 30 al 50 per cento di veicoli in meno.

Dallo scoppio della crisi in Giappone, dopo il terremoto, le fabbriche nipponiche che riforniscono il colosso automobilistico non hanno ripreso la produzione a pieno regime, con conseguenze più evidenti man mano che si esaurivano le scorte aziendali. Due giorni fa Toyota ha annunciato tagli alla produzione nelle fabbriche statunitensi e canadesi, mentre il blocco in Cina — dove saranno anche anticipate alle prossime settimane parte delle vacanze estive — potrebbe costare alla casa automobilistica fino a 150.000 vetture. Ma gli impianti funzionano a mezzo regime anche in Giappone, dove lunedì scorso è ripresa la produzione nelle 18 fabbriche nazionali, ma con un tasso del 50 per cento.

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